XXX domenica del Tempo Ordinario; commento al vangelo. Inaugurazione anno pastorale 2025/2026

Letture:
Sir 35,15-17.20-22; Sal 33; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

La parola del Vangelo che ci sarà consegnata in questa domenica, all’inizio di un nuovo tratto di strada, ci suggerisce il giusto ‘riposizionamento’ tra noi con noi stessi, tra noi e Dio e tra noi e i fratelli.
Riprendiamo il cammino come Comunità, dalla nostra posizione attuale, quella più vera, quella più conveniente, senza simulazioni e finzioni. La stessa posizione del pubblicano che riconosce le reali distanze che solo Dio può colmare. Si, perché la fede è anche il riconoscimento sincero di tutte quelle distanze, anche fisiche, che ci impediscono di credere e di vivere il valore della Comunità.
Una Comunità è vera non quando vige l’uniformità senza il riconoscimento delle differenze e delle reali distanze, una Comunità deve rinunciare sempre a ogni fusionalità ambigua e funzionalità nelle relazioni. Mantenere la giusta distanza è talvolta necessario e negarla può essere motivo di confusione.
Iniziando un nuovo anno pastorale nel segno della Speranza, siamo invitati a rimanere ‘lieti e perseveranti’ nel cammino, consapevoli della nostra nostra condizione di poveri uomini. Tutte le distanze che ci caratterizzano non solo saranno colmate ma permetteranno a Dio di realizzare quei ponti che ricreano unità e armonia.
In tal modo tutto quello che nella fede condivideremo in questo nuovo anno sarà sostenuto dalla Speranza perché la “speranza non delude”. Affidiamo alla Vergine, nostra patrona, che invochiamo col titolo di Santa Maria della speranza, il nostro pellegrinare nel tempo, sicuri di arrivare alla meta.

don Alessandro

Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Non c’è che dire: proprio una brava persona, una di quelle che fa tutto a puntino, impeccabile nei modi, perfetto nel seguire le prescrizioni. A lui nulla sfugge, nemmeno gli errori degli altri che diventano gli scudi per la sua presunta perfezione. Visto dall’esterno, di cosa mai si potrebbe accusare un personaggio simile? È così pulito, profumato, ineccepibile. Meno male che non è come tutti gli altri.

Dall’altro lato invece c’è chi non osa neanche avvicinarsi troppo, chi si ferma sulla soglia del tempio e neanche alza lo sguardo: troppo acuta la consapevolezza dei suoi errori, troppo rosso il suo viso per la vergogna dei suoi sbagli. Solo questo è in grado di dire: «Lo so che ho peccato, ma tu puoi perdonarmi; lo so, lo sento». Questo basta a Dio: non i meriti, ma lo smarrimento davanti alle nostre imperfezioni; non lo sbandieramento dei propri requisiti, ma la consapevolezza della propria fragilità.

Chi tornerà “giustificato”, cioè riconosciuto come giusto: il fariseo abbagliato da sé stesso, in perenne contemplazione delle propria bontà d’animo, o il pubblicano che si è messo nudo davanti a Dio mostrandosi nella sua debolezza?
E quella del fariseo è davvero una preghiera o non è piuttosto un superbo declamare la sua superiorità?
Quanto dista da quella, invece, la preghiera del pubblicano! Poche parole nude e crude, che sgorgano sottovoce, appena un soffio o un battito di cuore.

E come assomiglia, questo pubblicano alla povera vedova che mette tutti i suoi spiccioli nel tesoro del tempio: stessa umiltà, stesso nascosto bisogno di passare inosservato, perché consapevole della propria pochezza.

Come allora Gesù ha occhi che non si accontentano di guardare in superficie, i suoi sono occhi che scavano dentro, che bucano il cuore; occhi di fuoco che brucia la paglia delle parvenze, che incendia titoli e curriculum.

«Non fa favoritismi» Dio (Sir. 35,12), non gli interessano le caselle che abbiamo barrato per piacere ai suoi occhi. Egli ama chi trema, chi fatica, chi suda, chi si riconosce debole e ferito, chi si affida a Lui perché sa di non avere altro. Di non aver di meglio.

Ed è forse proprio questo il significato delle ultime parole del Vangelo di oggi: «Chi si umilia sarà esaltato». Non l’inno dell’autosvalutazione, non l’apologia della falsa modestia, ma l’abbandono fiducioso a un Padre, a cui dire: «Abbi cura di me».

Luigi verdi