V domenica di Quaresima; commento al Vangelo. Il risveglio di Lazzaro

Il racconto del risveglio di Lazzaro dalla morte, si erge come uno dei vertici narrativi del quarto Vangelo. Questo evento non è solo uno dei segni donati da Cristo, ma una profonda rivelazione della sua signoria sulla morte e un anticipo della risurrezione finale, sigillo della Nuova Alleanza e fondamento della Speranza. Ma tra le trame della narrazione giovannea, emerge in filigrana anche il filo rosso della profezia di Isaia contenuta nel capitolo 54, che canta la gioia e la fecondità di una Gerusalemme desolata e abbandonata che ora, rialzata da Dio, può “allargare la sua tenda”, gioire come una Sposa redenta.

Inoltre la collocazione liturgica di questo brano nella quinta domenica di Quaresima del ciclo A, lo rende un testo fondamentale per la preparazione alla Pasqua e per la riscoperta del significato profondo del Battesimo.

La narrazione di Giovanni si apre con la notizia della malattia di Lazzaro, fratello di Maria e Marta, a Betania. La richiesta di aiuto delle sorelle a Gesù – “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”, – evidenzia da subito un legame affettivo profondo. La risposta di Gesù – “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa sia glorificato il Figlio di Dio” -, introduce il tema centrale: la morte non avrà l’ultima parola, ma sarà occasione per una rivelazione divina. Il deliberato ritardo di due giorni da parte di Gesù non è indifferenza, ma la porzione di un disegno volto a manifestare la gloria di Dio e a rivelare la profondità del suo amore. Questo ritardo, nel cammino quaresimale, invita alla fiducia nel tempo di Dio, come un tempo propizio che prepara a una rivelazione più grande.

L’arrivo di Gesù a Betania, quattro giorni dopo la morte di Lazzaro, è segnato dall’incontro con Marta e poi con Maria. Le parole di Marta – “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” -, esprimono il dolore e la delusione dettati dalla natura della creatura umana, alla quale Gesù risponde con una delle affermazioni più potenti del Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?”.

Queste parole non solo fanno riferimento a un evento futuro, ma proclamano una realtà presente: in Cristo, la vita trionfa sulla morte già qui e ora. Sono un invito alla fede radicale e profonda, che non si arrende di fronte all’evidenza della morte, ma che confida nella potenza vivificante e redentrice di Dio, il quale si lega al suo popolo con un amore indissolubile e fedele, sponsale.

Per il battezzato, queste parole sono il fondamento della promessa ricevuta nel sacramento, dove si muore al peccato per risorgere a nuova vita in Cristo.

Poi, il pianto di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro: è un momento di profonda commozione, che però non esprime debolezza, ma profonda umanità e insieme compassione divina.

Gesù partecipa al dolore dell’uomo, si fa solidale con la sua sofferenza, dimostrando che Dio non è un osservatore distante, ma un Padre che si commuove per i suoi figli, uno Sposo ferito dal dolore della separazione, ma che non si arrende, perché desidera ardentemente ricongiungersi con la Sposa amata, l’Umanità che attende di essere redenta. Il pianto di Gesù non diminuisce la sua divinità, ma la rivela in tutta la sua pienezza, unendo la potenza del Verbo alla tenerezza del cuore umano.

L’eco di Isaia 54, interamente intriso del linguaggio sponsale, in questo contesto è potente e illuminante. Il profeta annuncia, a una Gerusalemme sterile e abbandonata, un futuro di gioia e fecondità inaudita: “Non temere, perché non sarai più confusa; non vergognarti, perché non sarai più disonorata. Dimenticherai la vergogna della tua giovinezza e non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza. Poiché il tuo creatore è il tuo sposo, Signore degli eserciti è il suo nome” (Is 54,4-5). Questa immagine di espansione e novità di vita, dopo un periodo di desolazione, trova una sorprendente risonanza nella risurrezione di Lazzaro. La morte, che sembrava aver sigillato il destino dell’amico e la speranza delle sue sorelle, viene rovesciata dalla parola di Cristo. La casa di Betania, colpita dal lutto, si trasforma in un luogo di nuova vita e di testimonianza della gloria di Dio, proprio come Gerusalemme che, da sterile e “vedova”, diventa madre di innumerevoli figli, ricongiunta al suo Sposo divino.

Questo richiamo profetico rafforza il senso della dimensione sponsale del Battesimo, dove il credente, come la Gerusalemme di Isaia, viene liberato dalla sterilità del peccato e unito a Cristo, lo Sposo, per generare frutti di vita nuova.

Il culmine del racconto è il comando di Gesù: “Lazzaro, vieni fuori!”.

A questa parola potente, Lazzaro esce dalla tomba, ancora avvolto nelle bende. Il successivo comando – “Scioglietelo e lasciatelo andare” -, simboleggia la liberazione completa dalla morte e dalle sue conseguenze. Lazzaro, come simbolo dell’umanità intera è la “sposa” di Adonai, chiamata a uscire dalle “tombe” del peccato, della disperazione e della morte. La voce di Gesù è la stessa voce che chiama ogni credente a una nuova vita, a una risurrezione quotidiana dalle proprie fragilità e limiti, un invito a rinnovare il proprio patto d’amore con lo Sposo. La liberazione di Lazzaro dai suoi legami funebri è un’immagine della libertà che Cristo offre, libertà che permette di vivere pienamente la Nuova Alleanza, promessa di un’unione sponsale fedele ed eterna.

Per ciascun battezzato questo è un richiamo costante a vivere la propria identità di “nuova creatura”, che Sposo ha sciolto da tutto ciò che ancora la lega alla “vecchia creatura” per camminare nella libertà e dignità della Sposa del Figlio.

In Isaia 54 il Signore promette una “alleanza di pace” che non verrà mai meno, affermando: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, il mio amore per te non si allontanerebbe, né il mio patto di pace vacillerebbe, dice il Signore, che ha compassione di te” (Is 54,10).

Questa promessa di fedeltà incondizionata è il sigillo dell’amore eterno e la risurrezione di Lazzaro diviene una manifestazione concreta di questa alleanza, un segno tangibile della fedeltà di Dio che non abbandona il suo popolo alla morte, ma lo conduce alla vita.

La reazione dei capi religiosi, che decidono di uccidere Gesù è segno del dramma della libertà umana di fronte alla rivelazione divina. Tuttavia, anche in questo rifiuto, si compie il disegno salvifico di Dio che, attraverso la morte di Cristo, porterà molti alla risurrezione definitiva e alla salvezza, realizzando pienamente le nozze tra Dio e l’umanità nella persona di Cristo.

 E il cammino quaresimale, che culmina nella Veglia Pasquale con il rinnovo delle promesse, mostra la sua essenza, contenuta dal brano giovanneo: la Pasqua è il tempo privilegiato per ogni battezzato per riaffermare questo patto sponsale con Cristo, morendo con Lui per risorgere con Lui e in Lui a vita nuova.

Alessandra Muntoni