
Un libro, scritto a quattro mani da una giornalista e da un sacerdote, per dare luce con la fede ai giorni difficili
Ci sono libri che si leggono per conoscere un argomento e altri che si attraversano perché, pagina dopo pagina, finiscono per interrogare la vita. “Solo i morti risorgono”, edito da Porziuncola, scritto dalla giornalista Adelaide Barbagallo e da don Salvatore Bucolo della diocesi di Catania, appartiene decisamente a questa seconda categoria, perché nasce da storie vere raccontate all’interno della trasmissione televisiva “Parliamone”, condotta da entrambi gli autori. Il titolo, che potrebbe apparire provocatorio, in realtà racchiude il cuore dell’intero volume: la risurrezione non è anzitutto un evento che riguarda la fine della vita, ma un’esperienza che attraversa la quotidianità di ogni uomo e di ogni donna. Gli autori parlano di quelle “morti” che tutti prima o poi conosciamo come la perdita di una persona amata, una malattia grave, il fallimento di un matrimonio, una vocazione da riscoprire, una ferita che sembra impossibile rimarginare, il senso di vuoto che nessun successo riesce a colmare. Il merito del libro è quello di sottrarre la parola “risurrezione” a una dimensione esclusivamente futura per restituirla alla concretezza dell’oggi nell’ottica della fede.
Don Salvatore Bucolo ricorda che nessuno è immune da queste morti interiori che non dipendono dal conto in banca, dal successo o dalle condizioni sociali; possono abitare la vita di chiunque e, proprio quando ogni certezza sembra crollare, può aprirsi uno spazio inatteso in cui la Grazia opera una rinascita. A rendere credibile questa prospettiva non sono, però, le affermazioni teoriche bensì le storie.
Adelaide Barbagallo raccoglie e restituisce con sensibilità giornalistica le vicende di persone comuni: coppie ferite che ritrovano il dialogo, genitori che attraversano il dolore più grande, giovani inquieti che scoprono una direzione nuova, donne che scelgono la vita anche quando tutto suggerirebbe il contrario. Non sono racconti costruiti per commuovere né esempi irraggiungibili; sono esistenze reali, spesso segnate da cicatrici che non scompaiono, che proprio per questo diventano testimonianze credibili.
Accanto a queste vicende contemporanee scorrono quelle della Sacra Scrittura: Davide, Marta e Maria, Giairo e altri personaggi biblici. Il loro racconto entra in dialogo con le storie di oggi e il lettore comprende così che la Bibbia non è l’archivio di vicende lontane, ma continua a illuminare le domande e le ferite dell’uomo contemporaneo. Uno degli aspetti più riusciti del volume è proprio la scrittura a quattro mani. La giornalista e il sacerdote mantengono ciascuno la propria voce. Da una parte c’è il rigore dell’ascolto, l’attenzione ai dettagli, la concretezza delle storie; dall’altra la lettura spirituale, mai invadente né moralistica, che accompagna il lettore a riconoscere il filo d’oro della Provvidenza dentro le vicende umane. È una complementarità che funziona, perché nessuno dei due registri pretende di spiegare tutto; la cronaca lascia spazio al mistero, mentre la riflessione teologica nasce dall’esperienza concreta. Il messaggio che emerge non è quello di una fede capace di eliminare il dolore, bensì di una fede che insegna ad attraversarlo. La risurrezione, allora, non è la cancellazione della sofferenza, ma la possibilità di darle un significato nuovo. Le ferite non spariscono, diventano il luogo in cui può manifestarsi una vita più piena illuminata dal Vangelo.
“Solo i morti risorgono” compie un’operazione profondamente evangelica cioè restituisce dignità alle crepe dell’esistenza con testimonianze che invitano il lettore a rileggere anche la propria esistenza. Se ogni pagina racconta qualcuno che ha attraversato una morte ed è rinato, qual è quella parte della mia vita che attende ancora una risurrezione? È un invito ad avere il coraggio di credere che nessuna storia, quando viene consegnata a Dio, è definitivamente perduta.


























