La ricchezza, l’accumulo, i giovani e la libertà

Non è per niente dubbia né lascia spazio ad ambiguità la pagina del Vangelo di questa domenica, né si può edulcorare la sua forza se non in una interessata lettura accomodante. Tanto più se alla parabola dell’uomo ricco che costruisce granai, scaturita da una vicenda di quotidiana contesa – un’eredità da dividere – si accosta il famoso incipit di Qoèlet e le ammonizioni che seguono. Perché la cupidigia, il voler pensare solo all’accumulo, trasforma il denaro in idolo (lo ricorda Paolo ai Colossesi), il sé in Dio… e a Dio ­— così come al fratello e alla sorella — viene lasciata la dimenticanza.

È troppo facile narcotizzare una Parola come quella di oggi, perché, in realtà, essa è troppo difficile: richiede molto, domanda che si consideri effimero ciò che noi vogliamo, invece, che duri: il tempo, il soldo, il potere, il prestigio. Sappiamo che troppe volte si è accusata di lettura sociologica della Parola una domanda di giustizia e di equità che sono evangeliche, insistendo sul ‘semplice’ dato religioso, spirituale e, quindi, intimo. Eppure la storia di un uomo ricco, l’ammonimento di Gesù, l’invito a non accumulare tesori sulla terra sono ugualmente Parola di Dio. Qui c’è più etica di tante regolette morali che in altri abiti dell’umano si sono accumulate nel tempo. E come non ricordare le accuse a papa Francesco, quando invitava a porre al centro i poveri, le cause della giustizia, una distribuzione dei beni che corrispondesse a dignità?
Di fronte allo stravolgimento del messaggio di Gesù di Nazareth che la storia ha spesso conosciuto e che anche l’attualità, purtroppo, conosce, perfino nell’amplificazione acritica dei media — di chi sequestra una città per un matrimonio manifesto ed esaltazione di ricchezza, di chi usa solo la logica della potenza, di chi si richiama alla Bibbia per consolidare disuguaglianze — permane la radicalità del Vangelo, che ci scomoda e ci interroga: su cosa faccio affidamento? Per che cosa, per chi sopporto fatica? A chi dono la mia stima?

Se ci guardiamo attorno, la legge del momento è quella della sopraffazione, della marginalizzazione, della spasmodica luce sulla ricchezza (o della ‘riccanza’ dice qualcuno), della divisione in caste. Eppure, dice il Vangelo, la legge della storia è quella per cui alla fine giunge la morte, contro cui si combatte — oggi perfino ci sono i supermiliardari che pretendono di eliminarla, ma solo per una sparuta minoranza. E, dunque, legge della storia è che, come ricorda il Magnificat, i potenti vengono rovesciati dai troni e anche chi si considera eterno, eterno non è. Ci dovrebbe forse dare speranza, questo, nei frangenti della scoraggiamento.

Ma non dobbiamo nemmeno guardare solo agli altri; perché la tentazione dell’idolo è sempre in agguato, e nessuno può dirsi immune. Se la vita non dipende da ciò che si possiede, da cosa la faccio dipendere? È un esame di coscienza che pesa. Ma è, forse, quello che la Parola oggi ci domanda.
Insieme a una fiducia: che la via che indica il Nazareno è via di libertà, come quella percorsa da lui. Ed è una libertà che costa.

(Forse, da questa radicalità, da questa libertà sono incuriositi i giovani; forse per queste forme di radicalità e di libertà evangelica possono ancora spendere un po’ della loro fiducia — quei giovani che, in parte, tornano alle loro case dopo i giorni del Giubileo. Perché di adulti che dicono parole di fede, o religione, e poi compiono scelte che quella fede negano, che la Parola archiviano, presi da idoli a cui tributano culto quotidiano, davvero non sanno che farsene, dato che a quegli idoli ci si arriva anche da soli: basta respirare il mondo in cui siamo).

Sergio Di Benedetto