In memoria di Enzo Bianchi e don Angelo Casati

Quale gioia mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!”.
Ora i piedi, o Gerusalemme,
si fermano davanti a te.

Sal 122

La notizia della scomparsa di due grandi testimoni di fede e di umanità mi spinge a condividere alcuni ricordi personali in memoria di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità Monastica di Bose, e di don Angelo Casati, presbitero della Chiesa milanese.

Avevo scoperto don Angelo attraverso i suoi scritti e, per un provvidenziale incrocio di eventi, ebbi la grazia di conoscerlo di persona a Roma, nel 2006, proprio mentre cercavo alcuni dei suoi libri in libreria.
Nel corso del mio ministero ho voluto far conoscere la sua figura ai parrocchiani che il cammino mi ha posto accanto. Ero profondamente affascinato dalla sua statura di pensiero e di parola, da una fede incarnata e radicata nel Vangelo, e dalla sua visione di Chiesa: lucida, libera e profetica, posta unicamente al servizio del Regno di Dio che rifugge le logiche delle istituzioni umane.
In questi anni il mio pensiero è andato spesso a lui, anche perché le preghiere dei fedeli che ho sempre utilizzato durante le celebrazioni domenicali in parrocchia portano la sua firma.
Sono raccolte in tre agili volumetti pubblicati nel 2003 e traducono la liturgia della Parola in vera orazione, avvalendosi di un linguaggio semplice e fresco, ma al tempo stesso diretto, forte e mite, fortemente evocativo per la sua densità poetica.
Da quando ho scoperto questi testi, sono diventati un punto di riferimento per ogni anno liturgico: parole vive, capaci di raggiungere e scaldare il cuore. Spesso, al termine dell’Eucaristia, i fedeli si complimentavano con me, credendomi l’autore di quelle preghiere. Ogni volta, era un’occasione preziosa per svelare loro la grandezza di questo piccolo (di statura) grande uomo, all’epoca parroco a Santa Maria Maggiore a Milano.
Ho incontrato don Angelo diverse altre volte, ma conservo un ricordo speciale di uno dei nostri ultimi incroci, avvenuto nel 2013 presso la Comunità di Bose, in Piemonte, dove mi trovavo per il mio anno sabbatico. Don Angelo era stato invitato per tenere un incontro agli ospiti per una conversazione dal titolo emblematico: “Gesù, un personaggio che sconfina sempre”. Essendo un caro amico di Enzo Bianchi e dell’intera fraternità monastica, rivederlo in quel preciso istante della mia vita fu un dono inestimabile, che porto ancora nel cuore.

Per un misterioso disegno della Provvidenza, quasi nello stesso giorno in cui don Angelo ha concluso il suo pellegrinaggio terreno, è morto anche Enzo Bianchi. Se la testimonianza di Enzo si percepiva anche mediante una voce forte, libera e vigorosa, la testimonianza di don Angelo la potremo accostare ad una voce appena sussurrata, fortemente evocativa di una presenza indicibile.
La mia conoscenza di Enzo nacque nei primi anni Duemila, a motivo degli Esercizi Spirituali che facevo ogni anno a Bose insieme ad altri presbiteri della Sardegna.
Oggi, l’intero panorama ecclesiale sta giustamente ponendo in risalto la statura della sua umanità e della sua fede. Non si può non riconoscere in lui il dono della profezia e della centralità della Parola, incarnata e testimoniata persino attraverso le sue umane fragilità.
È grazie alla sua accoglienza e disponibilità se ho potuto trascorrere a Bose il mio anno sabbatico, grazie all’interessamento di fratel Goffredo, e vivere dall’interno in un conteso di fede di straordinaria ricchezza umana, spirituale e culturale.
Da quella realtà ho tratto gli stimoli necessari per far maturare una fede autentica, intesa come servizio alla parte più vera del nostro essere umani.
I miei incontri personali con Enzo sono sempre stati essenziali e misurati, eppure è per merito suo se ho potuto vivere quella lunga permanenza in Piemonte e, in seguito, presso la fraternità di Ostuni (guidata allora da Sabino Chialà, attuale priore e suo successore).

Non sarei certamente in grado di tracciare un ritratto di una figura così complessa e ricca come quella di Enzo Bianchi, compito che i media stanno già assolvendo da diverse angolature.
Mi limito a ricordare che, al di là delle sue opere scritte, Enzo comunicava con una spontaneità da cui trasparivano anche i suoi limiti umani. Tuttavia, proprio quelle fragilità diventavano la testimonianza più autentica della verità che lo abitava: una verità magari inquieta, ma mossa dall’incessante e sincero desiderio di ricerca costante del volto del Signore tra i volti degli uomini di ogni credo e confessione religiosa. Quel volto che oggi, ne siamo certi, Enzo e don Angelo contemplano nel Regno dei viventi, continuando a intercedere per tutti noi.

don Alessandro Enna