Guida al tempo di Pasqua

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Ufficio Liturgico Nazionale

Cristo, risorto dai morti, non muore più.

Guida al Tempo di Pasqua

Immagine in copertina: Velasco Vitali, Lezionario – Domenicale e Festivo – Anno C, Fondazione di religione Santi
Francesco di Assisi e Caterina da Siena, Roma, 2008.
Disegni: Mimmo Paladino, Messale Romano, III edizione italiana, Fondazione di religione Santi Francesco di
Assisi e Caterina da Siena, Roma, 2020.
Canti: Repertorio Nazionale – Canti per la Liturgia, Conferenza Episcopale Italiana – Elledici, 2009

IL CANTIERE DELLA CELEBRAZIONE

La domenica festa primordiale

Il Tempo Pasquale per la sua natura, è il primo ad assumere una propria configurazione nella storia dello sviluppo dell’Anno liturgico. Infatti, all’origine del culto cristiano c’è la memoria della Pasqua di Cristo in quanto si riconosce che ogni evento salvifico ha la sua fonte e il suo culmine nel mistero pasquale. L’azione salvatrice di Cristo è il fondamento di ogni azione liturgica ed è proprio per questo che fin da subito la prima comunità cristiana si ritrova nel giorno della risurrezione a celebrare il divino memoriale. Questo ci porta a considerare, come afferma Sacrosanctum Concilium, la Domenica come la «festa primordiale» (SC 106). A partire dalla celebrazione settimanale del «giorno del Signore» si è sviluppata poi la necessità di celebrare annualmente, con maggiore solennità, la Pasqua di Cristo.

Il Tempo di Pasqua

Nel solco vivo e fecondo della tradizione ebraica, la comunità cristiana dei primi tempi ha fatto proprio lo sviluppo dei cinquanta giorni che collegavano la memoria dell’Esodo alla festa della Alleanza (derivata dalla festività agricola della mietitura). Qui possiamo ritrovare l’origine della configurazione del Tempo Pasquale per la liturgia cristiana, anche se le due tradizioni non sono esattamente sovrapponibili. Mentre in quella ebraica i cinquanta giorni vengono compresi come un intervallo tra due feste, nell’esperienza cristiana divengono un unico grande giorno. I cinquanta giorni del Tempo Pasquale, dice S. Agostino, sono come “un solo giorno o una grande domenica”. All’inizio, infatti, il termine Pentecoste non indicava solo la festività conclusiva ma l’intera cinquantina pasquale. Fin dal II secolo, quando questo tempo liturgico viene compreso nella sua unità, il riferimento alla globalità del mistero pasquale, inteso come passione, morte, risurrezione, ascensione al cielo 6 e dono dello Spirito da parte di Cristo, abbraccia la totalità dei cinquanta giorni. È un unico grande giorno per celebrare la gloria del Risorto.

Ascensione e Pentecoste

Nei secoli seguenti, con lo strutturarsi dell’Anno liturgico, in obbedienza al principio dell’incarnazione si sono messi in risalto a livello liturgico i diversi momenti storici dell’opera salvifica di Cristo. Facendo riferimento alla narrazione degli Atti degli apostoli (At 2,1-13), il cinquantesimo giorno inizia ad essere legato all’esperienza dell’effusione dello Spirito e acquista, quindi, una progressiva caratterizzazione singolare. Inoltre il fatto che la Pentecoste venga a porsi a chiusura dei cinquanta giorni fa sì che acquisti valore solenne in continuità con il giorno di apertura, che è quello della risurrezione del Signore. In questo dinamismo di narrazione progressiva degli eventi salvifici acquisisce luce propria anche il mistero dell’Ascensione, che viene scorporato dalla Pentecoste. Il principio guida di questo processo è la volontà di tenere radicato nella storia il mistero di Cristo per evitare di cadere nello gnosticismo. Proprio attraverso la vicenda drammatica della vita di Gesù si realizza il mistero della nostra salvezza. Tempo per la Mistagogia Dal punto di vista liturgico, attraverso i misteri della vita di Cristo si può celebrare il mistero della salvezza. A partire dalla prassi battesimale legata alla Veglia Pasquale hanno assunto valore i primi otto giorni del Tempo Pasquale come tempo per la mistagogia. L’iniziazione cristiana prevedeva in questi giorni alcune catechesi che completavano l’itinerario formativo mettendo in luce quanto celebrato dai neofiti la notte di Pasqua. A questo proposito ci sono pervenute come testimonianza significativa le catechesi di Cirillo di Gerusalemme e di Agostino. Al termine di questi otto giorni nella celebrazione della II Domenica di 7 Pasqua i neofiti dismettevano l’abito bianco e prendevano parte alla celebrazione in mezzo agli altri fedeli. Ecco perché ancora oggi questa Domenica viene chiamata in albis deponendis. Come i discepoli ad Emmaus, attraverso la celebrazione liturgica siamo invitati ad aprire gli occhi per leggere alla luce del corpo glorioso di Cristo la nostra umanità. Ad accompagnare i credenti è la luce del cero pasquale che viene acceso nella Veglia Pasquale e riposto vicino al fonte battesimale al termine del giorno di Pentecoste. Presenza ardente della luce nuova accolta nella Veglia Pasquale, accompagna come colonna di fuoco il cammino della Chiesa nascente.

Le Domeniche di Pasqua

Senza indulgere ancora sullo sviluppo storico del Tempo Pasquale, è utile soffermarsi sulla sua struttura attuale: è costituito da cinquanta giorni (numero che evoca la perfezione), ovvero sette settimane, a cui corrispondono otto domeniche.
Già dalla struttura emergono i riferimenti chiari all’ottavo giorno e alla dimensione di compimento che caratterizza questo tempo liturgico. Da notare il fatto che il Concilio Vaticano II ha voluto recuperare l’uso antico di non nominare queste domeniche “dopo Pasqua” ma “di Pasqua” nell’intento di ricostituire la comprensione del Tempo Pasquale come “la grande Domenica”.
A partire dalla Domenica di Risurrezione, ogni Domenica del Tempo Pasquale, nei tre cicli del lezionario, attraverso la narrazione evangelica presenta un itinerario parallelo:
― Domenica di Risurrezione: narrazione dell’apparizione di Cristo alle donne, a Pietro e a Giovanni, ai discepoli ad Emmaus.
― II Domenica di Pasqua: narrazione delle apparizioni.
― III Domenica di Pasqua: narrazione delle apparizioni. 8
― IV Domenica di Pasqua: domenica del Buon Pastore.
― V Domenica di Pasqua: preghiera del Signore dopo l’ultima cena.
― VI Domenica di Pasqua: preghiera del Signore dopo l’ultima cena.
― Ascensione: il risorto alla destra del Padre.
― Pentecoste: il risorto invia lo Spirito Santo.
Nelle Domeniche di Pasqua la prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli sostituisce quella dell’Antico Testamento, e presenta elementi significativi della vita della prima comunità cristiana. Alla lettura dell’Apostolo è affidato il compito di testimoniare la gioia dell’esperienza pasquale. Nella solennità dell’Ascensione, attraverso la narrazione del degli Atti degli apostoli viene a manifestarsi l’innalzamento di Cristo alla destra del Padre, mentre nella Pentecoste viene presentato il dono dello Spirito ai discepoli.

Celebrazione dei sacramenti

Il centro tematico del Tempo di Pasqua è l’annuncio del mistero pasquale di Cristo di cui si mettono in luce gli effetti nel vissuto della comunità cristiana. Il Signore risorto e vivente si rende presente nella Chiesa e ci rende partecipi della vita divina da figli di Dio. Il corpo risorto di Cristo segna la traiettoria ultima della nostra carne attraverso il corpo della Chiesa. L’arco liturgico del Tempo Pasquale ci conduce, attraverso la mediazione del corpo della Chiesa e dei sacramenti, dal corpo glorioso di Cristo al corpo dei credenti vivificato dall’azione dello Spirito. Nella liturgia veniamo messi a contatto con il corpo vivente di Cristo e introdotti alla vita nuova del Vangelo sotto l’azione dello Spirito. Nel cammino pasquale, di domenica in domenica, viene messo in luce l’atteggiamento del discepolo di fronte alla Pasqua di Cristo. Questa 9 connotazione rende particolarmente vivace il vissuto sacramentale delle nostre parrocchie che nel Tempo di Pasqua vivono la fase più intensa della celebrazione dei sacramenti che scaturiscono dal mistero pasquale: completamento dell’iniziazione cristiana nella Cresima e nella Messa di prima comunione. Non di rado, il Tempo di Pasqua è anche il tempo per celebrare i sacramenti della missione: Ordine e Matrimonio.
L’incontro vitale con il Cristo, attraverso la celebrazione dei sacramenti, è ciò che permette all’uomo, naufrago o depredato della speranza di ripartire e di ritessere la trama dei suoi giorni. Non per forza sua, ma per la potenza del Cristo crocifisso e glorificato: «Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 3).

Gioia delle Pasqua e linguaggio liturgico

L’austerità della Quaresima, in cui lo spazio liturgico è privo di addobbi floreali, cede il passo alla franchezza e alla novità della Pasqua di Risurrezione. Atteggiamento pervasivo dal punto di vista rituale è quindi la gioia che si manifesta nell’esultanza dell’Alleluia, nello splendore delle vesti liturgiche e dell’addobbo floreale, nella musica e nell’incenso. Una sovrabbondanza di elementi che ci inducono a non essere mai sazi del mistero di Dio manifestato in Cristo Gesù.
Nel concreto possono essere utili alcuni accorgimenti rituali generali.
1. Lo spazio liturgico mantenga una certa solennità. In modo particolare, si suggerisce di valorizzare in modo pertinente l’ambone e il cero, icone pasquali, e il fonte, grembo della Chiesa e memoriale del Battesimo.
2. Nelle celebrazioni si faccia uso dell’incenso e dei lumi, per i momenti previsti dall’Ordo Missae. Si valorizzi anche l’uso dell’evangeliario.
3. In alternativa dell’atto penitenziale, si propone di svolgere ogni domenica il Rito di benedizione e di aspersione dell’acqua benedetta, utilizzando con cura i formulari propri del Tempo di Pasqua. Tale gesto gioverebbe a qualificare l’inizio della celebrazione, a istituire un collegamento con la grande Veglia, nella memoria del Battesimo, prima Pasqua di ogni credente.
4. Al fine di caratterizzare il Tempo di Pasqua si suggerisce per la Professione di fede il “Simbolo degli apostoli” o rinnovare le promesse battesimali. È auspicabile che l’acclamazione dell’assemblea sia proposta con il canto.
5. Nella scelta dell’invito allo scambio di pace e al congedo si valorizzino quelli con maggiore connotazione pasquale.
6. Si prediligano, per le Domeniche di Pasqua e per le solennità di Ascensione e Pentecoste, i formulari per le benedizioni solenni nel Tempo di Pasqua.
7. Nella scelta dei canti delle Domeniche di Pasqua non venga meno il sentimento della gioia pasquale. In tutte le domeniche l’assemblea canti anche l’inno festivo (Gloria). Anche il prefazio potrebbe essere lodevolmente eseguito in canto. Si suggerisce anche di utilizzare per tutte celebrazioni la stessa melodia per il canto dell’Alleluia.

La pietà popolare

La pietà popolare nel Tempo di Pasqua ha avuto un minore sviluppo rispetto al Tempo di Quaresima o alla Settimana Santa in quanto tutto ruota attorno all’assenza in una tomba vuota. Questo provoca una dinamica differente, dove l’iniziativa dell’incontro è suscitata dal Risorto in forme e modi inaspettati. In questo senso allora si coglie come l’unità di fondo è data dalla luce nuova che viene dalla Pasqua e che è evocata dal cero che illumina l’aula liturgica e l’assemblea.
In questa luce il popolo di Dio è chiamato a rimanere e a camminare. Ecco quindi come cogliere il valore della via Lucis, che è un “ottima pedagogia della fede” come ricorda il Direttorio su pietà popolare e liturgia al n. 153. In essa i fedeli sono invitati a soffermarsi sulle apparizioni del Risorto quasi per abituare lo sguardo a riconoscerlo in modo nuovo presente nella vita della Chiesa.
Sul versante della pietà popolare è bene considerare il rapporto tra Seconda Domenica di Pasqua e Divina Misericordia. Come ricorda il Direttorio «connessa con l’ottava di Pasqua, in tempi recenti e a seguito dei messaggi della religiosa Faustina Kowalska, canonizzata il 30 aprile 2000, si è progressivamente diffusa una particolare devozione alla Misericordia Divina elargita da Cristo morto e risorto, fonte dello Spirito che perdona il peccato e restituisce la gioia di essere salvati. Poiché la Liturgia della “Domenica II di Pasqua o della Divina Misericordia” – come viene ora chiamata– costituisce l’alveo naturale in cui esprimere l’accoglienza della misericordia del Redentore dell’uomo, si educhino i fedeli a comprendere tale devozione alla luce delle celebrazioni liturgiche di questi giorni di Pasqua. Infatti, “il Cristo pasquale è l’incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storico- salvifico e insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la Liturgia del Tempo Pasquale pone sulle nostre labbra le parole del salmo: ‘Canterò in eterno le misericordie del Signore’ (Sal 89 [88], 2)”» (Direttorio su liturgia e pietà popolare, n. 154).
Nel Tempo di Pasqua e in modo particolare i giorni del mese di maggio la pietà popolare ha sviluppato una speciale devozione alla Vergine Maria. Su questo è utile ricordare quanto afferma il Direttorio al n. 191: «In molti casi la soluzione più opportuna sarà quella di armonizzare i contenuti del “mese mariano” con il concomitante tempo dell’Anno liturgico. Così, ad esempio, durante il mese di maggio, che 12 in gran parte coincide con i cinquanta giorni della Pasqua, i pii esercizi dovranno mettere in luce la partecipazione della Vergine al mistero pasquale (cf. Gv 19,25-27) e all’evento pentecostale (cf. At 1,14), che inaugura il cammino della Chiesa: un cammino che essa, divenuta partecipe della novità del Risorto, percorre sotto la guida dello Spirito. E poiché i “cinquanta giorni” sono il tempo proprio per la celebrazione e la mistagogia dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, i pii esercizi del mese di maggio potranno utilmente dar rilievo alla funzione che la Vergine, glorificata in cielo, svolge sulla terra, “qui e ora”, nella celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia».
Legata al Tempo Pasquale e con particolare riferimento al lavoro dell’uomo è anche la tradizione delle Rogazioni. Le rogazioni prima dell’Ascensione permettono di vivere l’esperienza dei discepoli nel momento in cui Gesù risorto entra per sempre nel santuario del cielo. Come riporta il Vangelo di Luca (24,50-51), mentre benedice i discepoli, ascende in cielo. Può essere l’occasione per percepire nel mistero della redenzione il coinvolgimento di tutta la creazione (cf. Benedizionale 1820- 1825).

CANTARE IL TEMPO DI PASQUA

I canti utilizzati nel Tempo di Pasqua devono immergere i fedeli nella spiritualità di questo Tempo Liturgico. Infatti, «i cinquanta giorni che si succedono dalla Domenica di Risurrezione alla Domenica di Pentecoste, si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come “la grande domenica”. Sono i giorni nei quali, in modo del tutto speciale, si canta l’Alleluia» (MR, Norme generali per l’Ordinamento dell’Anno liturgico e del calendario, n. 22).

La scelta dei canti

I canti scelti per i primi otto giorni del Tempo Pasquale, che costituiscono l’Ottava di Pasqua e che si celebrano come solennità del Signore, devono essere caratterizzati da una particolare solennità. È opportuno che i testi riprendano il mistero della Risurrezione del Signore e i racconti evangelici della Risurrezione.
Nella Domenica di Pasqua e nella Domenica di Pentecoste, si valorizzi in modo particolare il canto delle Sequenze: rispettivamente Victimae paschali laudes e Veni, Sancte Spiritus. Ove possibile, per la loro esemplarità, si canti la melodia gregoriana del Graduale romanum. La Sequenza si canta prima dell’Alleluia, e tranne nei giorni di Pasqua e Pentecoste, ove indicata, è facoltativa (cf. OGMR 64).
Nella scelta dei canti è opportuno considerare il carattere proprio dell’Ascensione e della Domenica di Pentecoste. Inoltre è bene tener presente che i giorni dopo l’Ascensione fino al sabato prima di Pentecoste preparano la venuta dello Spirito Santo.
Le domeniche di Pasqua si può sostituire il consueto atto penitenziale con il Rito per la benedizione e l’aspersione dell’acqua benedetta in memoria del Battesimo (cf. OGMR 51). È bene accompagnare l’aspersione con un canto, il cui testo sia ispirato alle antifone riportate nel Messale Romano (cf. Appendice, 991-992).
È opportuno solennizzare il canto del Gloria, dell’Alleluia e delle altre acclamazioni. Se al termine della proclamazione del Vangelo, l’acclamazione e la risposta del popolo sono in canto, è bene ripetere l’Alleluia.
Per i canti alla preghiera eucaristica, l’acclamazione Tuo è il regno e la litania alla frazione del pane, è bene utilizzare melodie solenni, che mettono ben in luce la solennità del Tempo Liturgico di Pasqua. Si propone di affidare il canto per la Presentazione dei doni al coro o di eseguire la sola musica all’organi, invitando l’assemblea a partecipare con l’ascolto, quale necessario respiro tra la Liturgia della Parola e la Preghiera Eucaristica. Al termine della celebrazione, come canto finale, è particolarmente adeguato il canto del Regina caeli, al termine del quale si può accompagnare il congedo dell’assemblea con un brano d’organo a carattere festoso.

Gli strumenti musicali

Proprio per mettere in luce il carattere festivo del Tempo di Pasqua, è opportuno introdurre più strumenti per l’accompagnamento dei canti, rispettando però la natura del canto stesso e il momento rituale in cui è inserito.

VIVERE IL TEMPO DI PASQUA
IL CAMBIAMENTO

Dalla Parola

Lazzaro, stava alla sua porta.

Leggiamo nel Vangelo di Luca (16,19-31):
C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Dal Magistero

Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, ci ricorda che la crisi ecologica – con tutte le sue conseguenze, tra le quali la fame – richiede a tutti una «profonda conversione interiore».

Conversione ecologica

Se “i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”, la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana.

Durante la recente visita apostolica nella Repubblica Democratica del Congo, papa Francesco, parlando ai Vescovi (5 febbraio 2023), ha fatto appello affinché «ciascuno possa diventare protagonista e responsabile di un futuro diverso».

Piantare semi di rinascita

Ma – possiamo chiederci – in che cosa consiste questo annuncio profetico della Parola, questo ardore? Al profeta Geremia il Signore dice: «Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1,9-10). Sono verbi forti: dapprima sradicare 17 e demolire, per poter infine edificare e piantare. Si tratta di collaborare a una storia nuova che Dio desidera costruire in mezzo a un mondo di perversione e di ingiustizia. Anche voi, allora, siete chiamati a continuare a far sentire la vostra voce profetica, perché le coscienze si sentano interpellate e ciascuno possa diventare protagonista e responsabile di un futuro diverso. Bisogna, dunque, sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo, del rancore e della violenza; demolire gli altari consacrati al denaro e alla corruzione; edificare una convivenza fondata sulla giustizia, sulla verità e sulla pace; e, infine, piantare semi di rinascita.
Parlando a giovani e catechisti (2 febbraio 2023), papa Francesco ha esortato a «scegliere la cosa giusta».

Liberi di scegliere

Siate voi i trasformatori della società, i convertitori del male in bene, dell’odio in amore, della guerra in pace. Volete essere questo? Se volete, è possibile: sapete perché? Perché ciascuno di voi ha un tesoro che nessuno può rubarvi. Sono le vostre scelte. Sì, tu sei le scelte che compi e puoi sempre scegliere la cosa giusta da fare. Siamo liberi di scegliere: non permettete che la vostra vita sia trascinata dalla corrente inquinata, non lasciatevi portare come un tronco secco in un fiume sporco. Indignatevi, senza mai cedere alle lusinghe, suadenti ma avvelenate, della corruzione.

LA FAME DI GIUSTIZIA RICHIEDE IL CAMBIAMENTO

Caritas Italiana propone per il tempo che si estende dalla Quaresima alla Pasqua una campagna dal titolo “Africa. Fame di giustizia”, per ricordare che se è doverosa la nostra attenzione verso altre emergenze (guerre e terremoti), non deve venir meno la nostra vicinanza con le sorelle e i fratelli africani. Tre parole accompagnano il percorso: informazione (consapevolezza), aiuto (condivisione), cambiamento (conversione). Nel Tempo di Pasqua riflettiamo sulla necessità di ripensare le situazioni, di cambiare, di avviare percorsi di conversione, liberazione e rinascita.

Cambiare è possibile

La lotta alla fame chiede un deciso cambiamento di rotta nel nostro modello di sviluppo, un mutamento del paradigma su cui esso si fonda. Non più la “cultura dello scarto”, il profitto fine a sé stesso, ma il buon vivere diffuso tra gli abitanti della terra di oggi e di domani. Non si tratta di rinnegare il progresso o contestare in sé il processo di globalizzazione, bensì di valorizzare e qualificare lo sviluppo e la globalizzazione in termini di giustizia, sostenibilità ambientale, nonviolenza. È innanzitutto necessario partire dal riconoscere l’importanza di un fondamentale legame di relazione tra gli uomini: è questa l’unica alternativa ad un crescente individualismo fondato sull’idolatria del denaro e del potere. Cambiare è possibile, ri-costruendo relazioni, strutture, comunità e comportamenti responsabili per il buon vivere a livello locale e globale.

Per chi vivo?

Il cambiamento della società parte innanzitutto da noi stessi. Ri-orientare gli stili di vita in una dimensione di sobrietà spostando la ricerca del benessere dal consumo alla relazione, richiede un cambiamento del cuore. Non si tratta di applicare dottrine ma di ricercare un “qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria” (Evangelii gaudium, n. 261) . Si tratta di cambiare l’angolo di visuale dal futile all’essenziale per un’esistenza pienamente felice. Lo stile di vita discende dal senso della vita. Un senso che nasce dal riformulare la domanda “per cosa vivo?” al “per chi vivo?”. Una domanda decisiva che congiunge il senso della nostra esistenza a quello delle sorelle e dei fratelli di tutta l’umanità. È il ricco che si accorge di Lazzaro e volge lo sguardo su di lui riconoscendo in quella relazione la via per la felicità eterna. È il passaggio dalla morte alla vita, da ciò che appare un sacrificio inutile, la croce, al senso pieno della vita, la resurrezione.

La dimensione comunitaria

Questo cambio di paradigma è anche alla radice della presa di coscienza del valore politico delle scelte economiche (di consumo, di risparmio, di investimento, di produzione), del «voto con il portafoglio». Consumare, investire, produrre in modo responsabile adottando criteri di giustizia e di sostenibilità, significa incidere dal basso nel cambiamento dei meccanismi che generano disuguaglianza, degrado, povertà. Ciò ci spinge a passare dal piano personale a quello comunitario e politico. «Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali» (Laudato si’, n. 219). Una dimensione comunitaria che sollecita alleanze dal locale al globale, tra comunità del nord e del sud del mondo per il bene comune globale. È la dimensione comunitaria che consente di contrastare “le strutture di peccato” (Sollicitudo rei socialis) che generano le ingiustizie: sono le reti sociali che vincono i peccati sociali.

La politica del bene comune

Il cambiamento negli stili di vita individuali e collettivi è il presupposto culturale per politiche volte a cambiamenti incisivi del modello di sviluppo. Servono delle vere riforme strutturali, evocate nella stessa Dottrina Sociale della Chiesa, che travalichino gli orizzonti nazionali e rafforzino la governance mondiale dell’economia iniettando democrazia e la voce dei poveri nei meccanismi economici e finanziari globali. 20 La carità nella verità non può prescindere dalla politica intesa come impegno per il bene comune. Il problema della fame nel mondo e in particolare in Africa interpella la coscienza di ogni cristiano e di ogni uomo di buona volontà anche in riferimento a ciò che si chiede alla classe politica nel governo della cosa pubblica. Dobbiamo interrogarci sul posto che occupano i poveri nella scala delle priorità delle politiche locali e globali e se queste sono orientate a dare dignità alle persone e rimuovere le cause strutturali delle disuguaglianze. Questo criterio è fondamentale in relazione al problema della fame del mondo e in particolare in Africa, visto il nesso esistente tra la malnutrizione e lo sfruttamento delle risorse della terra, il cambiamento climatico, i conflitti, il commercio delle armi, le politiche agricole e alimentari, la finanza, il commercio internazionale e tra questi fenomeni e le politiche che i governi dei Paesi ricchi intraprendono con i Paesi del Sud globale.

“Giù le mani dall’Africa!”

Servono regole che non siano a vantaggio dei più forti ma tutelino i più deboli e promuovano la sovranità dei popoli nel garantire i diritti essenziali delle popolazioni (cibo, uso delle risorse naturali…). Ciò implica il contrasto verso vecchi e nuovi fenomeni di sfruttamento e accaparramento. Chiaro il monito di papa Francesco durante il suo viaggio nella Repubblica Democratica del Congo ad inizio febbraio 2023:

«Giù le mani dall’Africa! Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare. L’Africa sia protagonista del suo destino! Il mondo faccia memoria dei disastri compiuti lungo i secoli a danno delle popolazioni locali e non dimentichi questo Paese e questo Continente. L’Africa, sorriso e speranza del mondo, conti di più: se ne parli maggiormente, abbia più peso e rappresentanza tra le Nazioni! Si faccia largo una diplomazia dell’uomo per l’uomo, dei popoli per i popoli, dove al centro non vi siano il controllo delle aree e delle risorse, le mire di espansione e l’aumento dei profitti, ma le opportunità di crescita della gente».

Contro la fame cambia la vita

La carità oltre l’elemosina significa corresponsabilità e condivisione, assunzione di uno stile di vita coerente, l’impegno pratico ma anche civile e politico per cercare di affermare i diritti umani e lo stabilirsi di regole – regionali, nazionali e infine internazionali – più eque e solidali. “Contro la fame cambia la vita”, il motto lanciato negli anni Novanta in ambito ecclesiale, mantiene la sua modernità ed è la sintesi dell’impegno esortato dalla dottrina sociale della Chiesa in favore degli affamati del mondo di pane e di giustizia. Il cuore del povero Lazzaro è più libero di quello del ricco indifferenti e avido, e Dio, attraverso la voce di Abramo, non chiede al ricco soltanto di condividere la mensa con Lazzaro, ma gli chiede di cambiare il suo cuore, di accettare la legge dell’amore per diventare suo fratello (cf. Lc 16,19 ss.).

IL CAMBIAMENTO

Alcuni stimoli:

Prova a riflettere sui cambiamenti possibili nei tuoi stili di vita:
CIBO: diminuisci il consumo di carne, scegli cibi e prodotti biologici da filiera corta e non ultraprocessati, sostieni il commercio equo e solidale, riduci gli sprechi.
CONSUMI: limita il consumo di energia a casa, al lavoro, nei trasporti; compra solo ciò che serve scegliendo in base anche a dove e come quel bene è stato prodotto, preferendo ciò che rispetta i diritti umani e l’ambiente lungo tutta la filiera.
AMBIENTE: riduci la produzione di rifiuti, promuovi un uso responsabile dell’acqua come bene pubblico, tutela la biodiversità, sostieni le energie rinnovabili.
RISPARMI: informati sulla destinazione degli investimenti della banca a cui affidi i tuoi risparmi, chiedi trasparenza, scegli le banche più attente a investimenti responsabili sul piano sociale e ambientale.
RELAZIONI: promuovi una cultura di pace e condivisione nelle relazioni quotidiane affrontando i conflitti in modo non violento, dedicando tempo agli altri, attuando forme di condivisione dei beni.

La sfida è quella di vivere questa corresponsabilità in modo comunitario, non solo individuale. La fame in Africa può costituire una motivazione forte per promuovere esperienze come i gruppi di acquisto solidale, i bilanci di giustizia, le comunità energetiche o altre iniziative da inventare che consentano di poter vivere personalmente, comunitariamente e quotidianamente scelte di giustizia

A cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale,
con la collaborazione del settore per l’Apostolato Biblico dell’Ufficio Catechistico Nazionale,
del Servizio Nazionale per la Pastorale delle Persone con Disabilità
e di Caritas Italiana.