XV domenica del Tempo Ordinario; commento al Vangelo

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Venite in disparte e riposatevi un po’. I suoi sono ritornati felici da quell’invio a due a due, da quella missione in cui li aveva lanciati, un pellegrinaggio di Parola e di povertà. I Dodici hanno incontrato tanta gente, l’hanno fatto con l’arte appresa da Gesù: l’arte della prossimità e della carezza, della guarigione dai demoni del vivere. Ora è il tempo dell’incontro con se stessi, di riconnettersi con ciò che accade nel proprio spazio vitale. C’è un tempo per ogni cosa, dice il sapiente d’Israele, un tempo per agire e un tempo per interrogarsi sui motivi dell’agire. Un tempo per andare di casa in casa e un tempo per “fare casa” tra amici e con se stessi. C’è tanto da fare in Israele, malati, lebbrosi, vedove di Nain, lacrime, eppure Gesù, invece di buttare i suoi discepoli dentro il vortice del dolore e della fame, li porta via con sé e insegna loro una sapienza del vivere. Viviamo oggi in una cultura in cui il reddito che deve crescere e la produttività che deve sempre aumentare ci hanno convinti che sono gli impegni a dare valore alla vita. Gesù ci insegna che la vita vale indipendentemente dai nostri impegni (G. Piccolo).

La gente ha capito, e il flusso inarrestabile delle persone li raggiunge anche in quel luogo appartato. E Gesù anziché dare la priorità al suo programma, la dà alle persone. Il motivo è detto in due parole: prova compassione. Termine di una carica bellissima, infinita, termine che richiama le viscere, e indica un morso, un crampo, uno spasmo dentro. La prima reazione di Gesù: prova dolore per il dolore del mondo. E si mise a insegnare molte cose. Forse, diremmo noi, c’erano problemi più urgenti per la folla: guarire, sfamare, liberare; bisogni più immediati che non mettersi a insegnare. Forse abbiamo dimenticato che c’è una vita profonda in noi che continuiamo a mortificare, ad affamare, a disidratare.

A questa Gesù si rivolge, come una manciata di luce gettata nel cuore di ciascuno, a illuminare la via. Questo Gesù che si mette a disposizione, che non si risparmia, che lascia dettare agli altri l’agenda, generoso di sentimenti, consegna qualcosa di grande alla folla: «Si può dare il pane, è vero, ma chi riceve il pane può non averne bisogno estremo. Invece di un gesto d’affetto ha bisogno ogni cuore stanco. E ogni cuore è stanco» (Sorella Maria di Campello). È il grande insegnamento ai Dodici: imparare uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Le parole nasceranno. E vale per ognuno di noi: quando impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima, e diventiamo un fiume solo. Se ancora c’è chi sa, tra noi, commuoversi per l’uomo, questo mondo può ancora sperare.

Letture: Geremia 23, 1-6; Salmo 22; Efesini 2,13-18; Marco 6, 30-34

Ermes Ronchi
Avvenire

Il racconto di Marco, dall’ultimo vangelo di domenica scorsa, continua presentando la storia dell’esecuzione del Battista da parte di Erode. Nel Secondo vangelo, si tratta di una parentesi, della quale i personaggi sulla scena (Gesù e i suoi discepoli) non sembrano nemmeno accorgersi. Troviamo infatti, subito dopo – ed è da qui che parte il lezionario odierno – il Maestro che accoglie i Dodici al ritorno dalla loro missione. Matteo, al contrario, stabilisce un collegamento tra la morte del Battista e Gesù che decide di andare in disparte con i suoi, quando scrive: «I discepoli [del Battista] andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù. Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto.

Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,12-14). Se dunque dalla lezione matteana potremmo evincere che Gesù si ritira in un luogo solitario per poter riflettere sulla morte del suo antico maestro, noi, invece, seguendo Marco, possiamo cercare altre ragioni all’invito di Gesù: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Mc 6,31; a meno che non si voglia pensare – insieme ad altri commentatori – che gli apostoli riferiscono tutto a Gesù, ovvero anche della morte del Battista, cosa che però nella logica del racconto marciano non è esplicita e sembra fuori contesto).

Non appropriarsi del bene fatto. Gesù ascolta il resoconto degli apostoli appena tornati dalla missione, e in questo loro raccontare troviamo il motivo per cui li invita in disparte. Il Maestro non vuole che i discepoli si sentano protagonisti esclusivi del bene compiuto. Quello che essi hanno “fatto e insegnato” (Mc 6,30), è avvenuto per l’autorità che Gesù ha dato loro, e se da parte dei Dodici vi è stato un grande impegno, il risultato è però garantito solo dal fatto che la Parola del Vangelo ha in sé una forza che supera chi la dice. È, al contrario, molto più facile ritenere che il bene che viene da noi, quando lo facciamo, sia solo opera nostra. Invece, ci viene insegnato da Gesù, questa volta nel Terzo vangelo, che «quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). San Francesco doveva aver colto qualcosa del genere, quando in una sua Ammonizione scrive: «Beato il servo che rende tutti i suoi beni al Signore Iddio, perché chi riterrà qualcosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del suo Signore, e ciò che crede di avere gli sarà tolto» (XIX Amm., FF 168). Gesù, invitando i Dodici a riposarsi con lui, li invita anche a distaccarsi da quanto hanno fatto e insegnato.

Riposarsi con Gesù. Nel nostro contesto il riposo è motivato dalle fatiche in cui sono incorsi i missionari, ed è segno dell’attenzione di Gesù per i suoi, un “gesto umanissimo” (Gnilka) – ma in un’altra prospettiva lascia anche intravedere uno scorcio su un concetto molto caro alla mentalità ebraica. Anche nel Vangelo di Matteo troviamo un invito al riposo («Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»; Mt 11,28), ma il tema è soprattutto presente nella Lettera agli Ebrei. Ad aiutarci in queste riflessioni, sempre in rapporto al Vangelo di Marco, è il commentario di Jean Radermakers (Lettura pastorale del Vangelo di Marco): «Il salmo 23 aveva ripreso questo tema del Dio-pastore che offre al popolo fedele il riposo per rinfrancarlo e apparecchiargli una mensa, tema che i libri sapienziali avevano a loro volta sviluppato. Il riposo dei discepoli consiste nel bere alla fonte della misericordia divina incarnata in Gesù, e saggiare la generosità e l’esigenza dell’amore con cui egli accoglie gli uomini e nello stesso tempo sfugge ai loro tentativi di raggiungerlo, per condurli sempre più avanti. Il riposo del discepolo consiste nel far propria la tenerezza di Dio per il suo popolo; così si impara a diventare apostoli».

Ecco che Marco riprende ora quanto aveva già avuto occasione di scrivere al momento dell’istituzione dei Dodici, che aveva chiamati perché stessero con lui e per annunciare il vangelo (cfr. Mc 3,14). «La deformazione professionale, che spinge perennemente i pastori a dover dare, rischia di trascurare un compito ben più importante, che è quello di stare con lui, in disparte. L’idolatria, di cui tanto parla l’AT, nasce proprio da questa dimenticanza a stare con Yhwh» (M. Grilli).

Come pecore senza pastore. Ma il proposito di Gesù di far riposare i discepoli ha breve effetto. La folla li raggiunge, ed egli non chiude il cuore di fronte ai poveri. Anzi, si commuove per la folla, che era come pecore senza pastore. Si comprende allora perché questo brano è una buona introduzione a quanto seguirà nel Vangelo e nel lezionario, ovvero il racconto della moltiplicazione dei pani. Questo ci accompagnerà per diverse domeniche, dalla XVII alla XX, e lo troveremo narrato nel capitolo sesto del Vangelo secondo Giovanni. Il racconto di Marco riprenderà solo più avanti (a parte la parentesi col testo della Trasfigurazione), nella XXII domenica di questo ciclo: che Gesù dia il pane alle folle, e oggi la Chiesa lo doni ancora, è così importante, che su questo si avrà tempo di riflettere a lungo.

Giulio Michelini
La parte buona