Il rinnovamento a partire dai preti

Credo sarebbe il primo tema di cui il sinodo dovrebbe occuparsi, con gravissima urgenza, fino a ripensare daccapo la loro formazione, soprattutto umana.

Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di pedofilia con bambini e di lussuria con adolescenti. Molti di più, quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all’inchiesta Spotlight del 2002. Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità.

Qualche giorno fa don Francesco Spagnesi, parroco, di Prato, è stato arrestato e messo ai domiciliari: secondo le accuse, usava i soldi delle offerte per acquistare la «droga dello stupro» e organizzare festini orgiastici a cui partecipavano professionisti affermati reclutati sul web. Due anni prima, durante una perquisizione, un sacerdote di 51 anni, don Alberto Bastoni, aveva consegnato 3,5 grammi di cocaina ai carabinieri sostenendo fossero per uso personale. Li nascondeva nella teca in cui doveva conservare le ostie.

Finito nell’inchiesta del Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, il vescovo della diocesi, mons. Vincenzo Bertolone ha dato le dimissioni, perché accusato di collusione massoniche e “ndranghetiste”, con cui avrebbe costruito attorno a sé una vera e propria cupola del malaffare, in cui sarebbero invischiati anche alcuni sacerdoti molto in vista della città calabrese. Al suo posto è stato nominato Amministratore apostolico della diocesi di Catanzaro l’arcivescovo di Crotone-Santa Severina, mons. Angelo Panzetta, che, a distanza di pochi giorni ha già fatto trapelare la sua enorme difficoltà a poter “governare” una diocesi in cui i preti appartenenti al “sistema” Bertolone non gli riconoscono obbedienza.

Nel mondo, dal 1964 al 2004 – sono stati circa 60.000 i sacerdoti che hanno abbandonato la tonaca, circa 1500 all’anno, cioè circa 1 su 400. Fatte le debite proporzioni in Italia, ogni anno, abbandonano il ministero circa 140 preti. Emmanuele Santoro ha 29 anni ed è stato il più giovane prete d’Italia, ordinato con deroga a soli 24 anni. Fino a poco tempo fa si è trovato a capo di quattro grandi parrocchie del centro nobile di Milano, «Fare il prete è sempre stata la mia vocazione. Se potessi sposarmi continuerei. E lo farei accanto a lei, che ormai ha preso per sempre posto dentro di me. Ci troviamo in tutto, dalla musica alla fede». Un incontro folgorante che ha portato a una decisione importantissima, ovvero chiedere la dispensa papale per potersi sposare in chiesa.

Un’indagine svolta l’anno scorso, dai vescovi francesi, sulla condizione esistenziale dei preti che restano, restano – citata in un dossier che la rivista Il Regno ha dedicato al disagio dei preti – mostra come essi dichiarino di spendere nella loro missione circa 60 ore settimanali. La metà di loro afferma di sentirsi spesso sovraccaricati di lavoro, mentre 1 su 5 dichiara di sentirsi sempre così. Il 64% di loro è in sovrappeso (contro un 48% di media generale). Quasi uno su tre fa regolarmente uso di alcool; il 20% mostra sintomi evidenti di depressione (4 volte la media generale dei maschi della medesima età); circa il 7% è chiaramente in “burn out”. 1 su 3 è convinto che la propria missione sia “ormai senza senso”. E circa il 20 % dichiara di non avere amici o parenti su cui poter contare.

Un quadro che non vuole in alcun modo intaccare il valore teologico ed ecclesiale del prete, ma solo segnalare come la loro vita sia diventata umanamente davvero molto, molto difficile. A fronte di ciò, al momento nessuna voce del magistero italiano, che io sappia,  si è levata per chiedere che il Sinodo prossimo si occupi della loro condizione esistenziale, ma personalmente credo sarebbe il primo tema di cui occuparsi con gravissima urgenza, fino a ripensare daccapo la loro formazione, soprattutto umana (come già ho avuto modo di segnalare qui).

Come giustamente ha segnalato su Avvenire qualche giorno fa don Maurizio Patricello, “vi assicuro, non è facile, oggi, essere prete, ma è incredibilmente bello e interessante. A certe condizioni, però, sulle quali non può soprassedere né il diretto interessato né la Chiesa locale. Prima condizione: chi bussa alla porta del seminario deve essere una persona profondamente onesta, fragile magari, ma onesta. Una persona amante della verità, che mai ricorrerebbe alla menzogna. Umile, cioè capace di chiedere aiuto nel momento del bisogno. La diocesi (non sempre, purtroppo, accade) deve essere in grado di esaminare attentamente il postulante, prepararlo, formarlo, ma anche deve avere il coraggio, nel momento in cui si accorge che la strada è un’altra, di invitarlo a desistere”.

GILBERTO BORGHI