Riapertura della chiesa: ripartiamo con fiducia. Rilievi e fotogallery

Un significativo avvenimento da rileggere sotto diverse prospettive.

Il 28 settembre scorso è stata riaperta la nostra chiesa parrocchiale dopo alcuni interventi di restauro e di adeguamento dell’area presbiterale. Questo avvenimento particolarmente significativo, è stato arricchito dal dono di grazia della Confermazione per Lorenzo, Martina, Francesco e Azzurra. L’edificio spirituale della nostra Comunità si è arricchito di quattro pietre vive e scelte, impegnate nella costruzione del Tempio spirituale che siamo noi.
Il tempo che inesorabilmente scorre, mina la stabilità anche dell’edificio spirituale, che  ha bisogno della costante azione dello Spirito Santo perché possa continuamente rinnovarsi nella sua bellezza e ricchezza originarie.
Il rito della riapertura della chiesa, con la benedizione della sede per il presidente, colui che, nell’eucarestia, funge il compito di guida e capo, è stato presieduto dall’arcivescovo padre Roberto. Nei giorni precedenti sono stati presentati i diversi interventi di restauro da parte del Direttore dei Lavori e delle maestranze coinvolte.

Attraverso queste righe, vorrei soffermarmi non sulle opere realizzate e su quelle ancora in corso di realizzazione ma sui sentimenti che in tutto questo periodo ho maturato, osservando attentamente le reazioni della Comunità.

Azzardo alcune riflessioni che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni ma che ritengo necessario condividere, specialmente all’inizio di un nuovo tratto di strada e con il desiderio di aiutare tutti ad arginare due pericolose derive che possono minare le nostre dinamiche relazionali: la paura e la diffidenza. Proprio oggi Papa Leone ha definito questi due sentimenti come un muro che blocca il dinamismo comunitario.

Credo non sia facile riconoscere la presenza di questi sentimenti, che possono agire indisturbati perché non facilmente riconoscibili, e come si manifestino nelle nostre relazioni in atteggiamenti di aggressività, giudizio, arroganza, supponenza, critica malevola, difesa pugnace, appropriazione di ruoli con la paura. Paura che nasce di fronte a qualche forma di delusione e allo sgretolarsi di una realtà (anche quella parrocchiale).
Riscontro questa tendenza, specialmente nell’ambito di una nuova impostazione della catechesi: di fronte all’esaurirsi di una visione cristiana del mondo data per immutabile, questo ‘cambiamento d’epoca’, così chiamato da Papa Francesco, sta ribaltando schemi e metodi di lavoro a cui ci eravamo abituati.
A ciò si aggiunga la desertificazione delle nostre Comunità, dove l’assenza dei ragazzi e dei giovani e di giovani adulti evidenzia una sterilità a più livelli.
Faccio un esempio: i restauri della nostra Parrocchia sono stati interamente finanziati da introiti straordinari che considero come dono della Provvidenza. Nessuno aveva pensato a interventi di restauro e di completamento del presbiterio, con l’adeguamento liturgico che arricchisce la nostra chiesa. La paura di interventi che avrebbero rovinato ulteriormente la chiesa, nonché la denuncia che i fondi potessero servire per interventi caritatevoli, sono frutto di una forma di ignoranza colpevole che nasconde i sentimenti citati. Si aggiunga, inoltre, l’accusa che i lavori nella chiesa parrocchiale, realizzati nel tempo, sono sempre stati espressione per personalizzare la chiesa secondo i gusti del parroco di turno.

Questo modo di pensare, ampiamente diffuso, alimenta paura e sfiducia che generano apatia contagiosa.
Nei giorni che precedevano la riapertura della chiesa, ho però osservato con grande consolazione i diversi collaboratori che, oltre ad essere presenti ai diversi momenti di preparazione, hanno collaborato con impegno e fatica, rafforzando il valore della Comunità anche con i tanti servizi che si sono resi necessari, specialmente per la pulizia della chiesa.

E’ vero, lavorare con questi sentimenti di paura e diffidenza può essere scoraggiante, anche per me, ma superata la tentazione di mettere i remi in barca, credo sia importante confermare il proprio impegno non come dovere ma come forma di amore per la Comunità.
Ho cercato, nel mio piccolo, di capire in profondità ciò che anima la vita di molti fratelli e sorelle nella fede davanti allo sparire di punti di riferimento a lungo condivisi e consolidati.
Tuttavia, nella custodia della pluralità dei carismi, nell’accoglienza verso le differenti sensibilità, nella capacità di leggere sentimenti e tensioni potremo, in qualche modo, misurare l’autenticità della nostra fede e la concretezza della nostra carità.
Mi sto convincendo che queste paure non vanno condannate e tantomeno giudicate ma accolte e accompagnate, nel tentativo di cogliere sempre il buono anche quando una critica non sempre è costruttiva.
Ci sono alcuni, soprattutto genitori, che sentono queste paure in relazione ai percorsi e la faticoso compito di accompagnamento dei propri figli in un serio cammino di fede e non in vista di un ‘prodotto’ religioso come la Prima Comunione o la Cresima.
Allora, sarà importante non ignorare il timore, non soffocarlo né denigrarlo e tantomeno giudicarlo. Porre orecchio e cuore, dedicare del tempo a dare tempi di ascolto a quelle che sono le ansie di donne e uomini che vivono la parrocchia anche se occasionalmente. La Parrocchia nonostante diffidenza, paura e spesso anche critica ingiusta e di contestazione ingiustificata, non deve mai smettere di accogliere e molto spesso pazientare. In questo periodo in cui i genitori si rivolgono in Parrocchia per l’iscrizione dei figli alla catechesi, trovo di grande importanza ascoltare le loro esigenze e la loro fatica a comprendere e accettare questa nuova impostazione.

Al tempo stesso, però, essere lucidi e consapevoli, la paura (e la diffidenza) vanno accolte, ma non le va dato il timone della barca; va ascoltata, ma va educata a trasformarsi in speranza, va plasmata perché diventi forza di cambiamento. Mai assecondata.
Sono troppo vaste le fratture e contrapposizioni sociali del nostro tempo perché la paura diventi la padrona nel cammino della nostra Parrocchia. La paura va posta nello zaino, senza scandali e senza infingimenti, poi, con lo zaino in spalla, esplorare sentieri nuovi, incerti, polverosi, sapendo che l’inerzia a cui la paura ci chiama e ci spinge a compiere con ripetitività sterile le solite cose, vedi le nostre tradizioni, che senza la speranza rischiano di tradire il senso profondo di tanta ricchezza di cui nel tempo stiamo stati depositari.

La Speranza, che in questo nuovo anno pastorale vorremmo alimentare, sia la postura della comunità; camminiamo tutti, ognuno con il passo che può offrire. Ma camminiamo, così da essere, come eravamo alle origini della nostra storia: capaci di cambiamento anche stanziale (da Zuradili a Marrubiu), per poter rinascere sempre, capaci di dare il giusto valore a ciò che è relativo e che cambia continuamente rispetto a ciò che rimane per sempre e che può guidare la nostra storia nella giusta direzione.

Auguro a chi continua a considerare la Parrocchia una realtà significativa per il bene della Comunità, di credere nella bellezza delle origini e riprendere il cammino. Solo così possiamo disarmare la paura e impedire che rallenti il nostro percorso.

don Alessandro

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