Post pandemia: silenzio assente e liturgia

La ripresa del culto ha messo nuovamente in evidenza la necessità di silenzio e interiorità. spesso assenti nella nostre liturgie

Poco più di un anno fa si riprendeva la celebrazione del culto in forma pubblica e partecipata, dopo la sospensione per la prima ondata della pandemia. Ci sono state altre ondate del virus, ma le celebrazioni sono continuate, tenendo spesso un doppio canale, in presenza e online, per consentire a chi aveva maggiori timori di seguire comunque la Messa o gli altri riti della propria comunità.

Proprio all’inizio della ripresa del culto con i fedeli auspicavamo che si facesse tesoro di quell’esigenza di silenzio, essenzialità, interiorità e sobrietà che da più parti era emersa nella primavera del 2020 e che la forma della celebrazione online lasciava da parte, favorendo invece una verbosità e un eccesso di gesti e parole che non corrispondono a una vera ars celebrandi, quasi derivando dal mondo dello spettacolo l’esigenza dell’intrattenimento.

Ora, a un anno di distanza, sembra che tra le varie spinte a far tornare tutto come prima ci siano anche quelle che investono il tema liturgico, che forse ha portato con sé alcuni eccessi, per cui la Messa diviene “uno sfinirsi di parole”, come scriveva la poetessa Curzia Ferrari: la Messa come ‘problema’, scrivevamo qualche mese fa, che il ritorno progressivo alla ‘normalità’ non ha che accentuato.
Al di là del distanziamento e delle mascherine, delle norme igieniche opportune e delle prudenze necessarie (tutti fattori che indubbiamente incidono sul rito dato che vanno a interessare la fisicità della persone, anch’essa decisiva nel rito), appare spesso che le celebrazioni siano più subite che partecipate, più tollerate che vissute. Spiace sottolineare che troppo spesso ci si imbatte nella sostanziale estraneità di molti fedeli alle varie forme di culto, che il riprendere dell’attività ha accentuato, tra protagonismi clericali a favore di telecamera, unidirezionali e didattici, scarsa cura della musica e dell’estetica, letture proclamate in modo artificioso, omelie lunghe, distrazioni da cellulare (ormai quanti fedeli consultano compulsivamente il telefono durante una Messa?) e quasi totale assenza del silenzio. Ecco, il silenzio mi pare sia la vittima di quello che rischia di divenire il caravanserraglio del culto. Invece il XXI secolo, ne sono convinto, con le sue dinamiche comunicative superficiali, iconiche, liquide e spersonalizzanti, ha bisogno come mai del silenzio, della cura della propria interiorità, della sosta orante di fronte al Mistero di Dio, della ruminatio della Parola.

Serve silenzio, dalla liturgia alla forma di preghiera più personale, come condizione per il manifestarsi della relazione tra la persona e Dio, anche se tutto ciò richiede fatica: «Il silenzio, la preghiera, la concentrazione sono esercizi difficili, e qualche volta la natura umana si ribella. Preferiremmo stare in qualsiasi altra parte del mondo, ma non lì, su quella panca della chiesa a pregare. Chi vuole pregare deve ricordarsi che la fede non è facile, e qualche volta procede in un’oscurità quasi totale, senza punti di riferimento». Così ricordava Papa Francesco in un’udienza di maggio, nel ciclo bellissimo che ha tenuto nei mesi scorsi sulla preghiera (catechesi che andrebbero rilette e gustate con calma).
Se potessimo, almeno in queste settimane estive, ridurre il chiacchiericcio e dare più spazio al silenzio… magari fino ad arrivare alla Messa del silenzio…

SERGIO DI BENEDETTO