L’irrilevanza sociale dei cattolici: i numeri e le sfide del futuro

l post-pandemia, unitamente al contributo profetico, spirituale e caritativo di papa Francesco, ci invitano a evidenziare il rilievo pubblico, o meno, che la religione, non solo la cattolica, ha nella nostra società. La riflessione di Rocco D’Ambrosio

Un titolo accattivante ci riporta a considerare il dato religioso in Italia: “Chiese deserte ma la fede è più consapevole”, (Corriere della sera – La Lettura del 8.1.2023, pag. 8). La lettura dell’articolo, a chi ne vuole sapere di più, conduce naturalmente a consultare il sito Istat (con particolare riferimento alle tematiche: Vita quotidiana e opinione dei cittadini/Associazionismo e pratica religiosa/Pratica religiosa), ma è in questo confronto che sorgono alcune perplessità. L’Istat, come ricorda anche l’articolista Marco Ventura, non può chiedere molto in materia religiosa perché essa appartiene a una sfera, i cui dati sono questioni segrete di coscienza. Per cui il quesito Istat deve essere ed è molto generico nel senso che si parla di “chiesa o di altro luogo di culto”, quindi non specificatamente di Chiesa, né tantomeno cattolica; si parla, invece, di frequentazione generica.

In altri termini, dalle risposte alla domanda dell’Istat, non si evince assolutamente (anche perché non si può chiedere) che si tratti di cattolici e che la frequentazione sia riferita alla sfera cattolica: il termine chiesa (unito a luogo di culto) è citato, dall’Istat, nel quesito e si riferisce all’edificio di culto. E quindi qualsiasi riferimento alla pratica cattolica, come emerge a volte nell’articolo, o a quella di altre Chiese, sembra del tutto inappropriata. C’è poi il dato sul religioso che non è più maggioritario. Ma su questo non ci piove.

L’articolo mi ha lasciato molto perplesso perché la limitatezza dei dati Istat (visti i vincoli e le difficoltà a cui ogni indagine di questo tipo è sottoposta) invita a essere molto prudenti su alcune deduzioni – ovviamente è un parere strettamente personale. Per dati più particolari si potrebbe attingere alle ricche ricerche dei docenti Franco Garelli e Roberto Cipriani.

Tuttavia l’articolo apre una discussione interessante: il “peso specifico” del cattolicesimo italiano oggi. Il post-pandemia, unitamente al contributo profetico, spirituale e caritativo di papa Francesco, infatti ci invitano a evidenziare il rilievo pubblico, o meno, che la religione, non solo la cattolica, ha nella nostra società. Al di là dei numeri, su cui abbiamo bisogno di consultare o realizzare ricerche più capillari e mirate, è innegabile che la Chiesa cattolica italiana viva un periodo di disagio. Molto di questo emerge sulla diffusione e amplificazione di atteggiamenti preconciliari: comunità che, da decenni, continuano a presentare la testimonianza cristiana legata solo ad alcuni temi: i principi morali di bioetica, di morale sessuale e familiare, la messa in latino e gli sfarzi del passato, vecchie e nuove forme di clericalismo.
Poca attenzione ai temi sociali, politici ed economici; cura eccessiva della presenza mediatica (specie televisiva) della cattolicità e una scarsa disponibilità al confronto e al dialogo con chi la pensa diversamente, dentro e fuori la comunità cattolica. Decenni vissuti con questo stile pastorale e dottrinale – specie nel periodo della presidenza Cei del cardinal Ruini – generano questo tipo di cattolici, per i quali l’adesione a Cristo coincide con la fedeltà ai principi di cui sopra e a prassi ecclesiali di medioevale memoria (alcuni strascichi sono riemersi anche i giorni del funerale di Benedetto XVI).

Si amplia sempre più il divario tra il magistero di papa Francesco e la prassi di parecchia base cattolica del Belpaese (e non solo). L’esperienza del Sinodo procede un po’ a macchia di leopardo: alcune Chiese cattoliche locali lo stanno affrontando con serietà e dialogo serio con tutti, altre no. Anche qui le responsabilità vanno individuate in linea gerarchica: chi tace e non vuole il Sinodo, tanto da far finta solo di attuarlo? Si è giunti all’assurdo che ci sono ambienti cattolici dove il citare il papa è visto con sospetto e porta ad essere tacciati con i soliti appellativi usati nel passato (eretico, comunista, modernista, pauperista, ecc.). In una situazione così bloccata, per evitare un corto circuito comunitario, abbiamo il dovere di ricercare delle soluzioni efficaci. La minore frequenza alla vita cattolica – su cui insigni studiosi ci aggiornano continuamente – è, allora, solo la punta di un iceberg più profondo.

Ci sono precisi temi scottanti e determinanti del modo di essere cattolici oggi su cui non si vuole andare a fondo e si affrontano in maniera superficiale o si ignorano del tutto: per esempio impegno sociale e politico, attività per tutti i poveri, migranti e ultimi, dialogo con gli altri cristiani e con i fedeli di altre confessioni cristiane e religioni sul tema della fraternità, lotta per la giustizia, contro la pedofilia e la corruzione nella comunità cristiana come nel mondo, solo per citare i maggiori. Sono soprattutto questi temi a creare disagio e perciò è assolutamente importante parlarne con scienza e coscienza, moltiplicare i luoghi e i tempi dove farlo (oltre e unitamente al sinodo), ascoltare testimonianze di tutti, dialogare sul modello di Chiesa più evangelico per l’oggi. In una parola: continuare ad attuare il Vaticano II. E se non sono i pastori a voler discutere sui temi conciliari lo chiedano e lo facciano i fedeli più sensibili.

Primo Mazzolari, in una sana polemica, a fine anni ’50, sul ruolo della comunità cattolica in Italia, scriveva sull’Adesso che i cattolici non hanno il compito di “far divertire il mondo” ma quello di restituirlo – ieri come oggi – “alla serietà del vivere, del pensare, del sapere”.