Il futuro della Parrocchia e il pericolo del clericalismo

In un tempo di grandi trasformazioni e cambiamenti, anche la nostra parrocchia è chiamata a rimodulare i propri programmi a tutti i livelli: negli organismi di partecipazione, nei gruppi e nelle associazioni, come anche nella catechesi e nella liturgia.
Seguire oggi principi di metodo assoluti (che non siano quelli dell’evangelo), potrebbe portarci a costruire più la chiesa dell’uomo che la Chiesa del Signore.
Considerata la defezione numerica anche in seno al gruppo dei Collaboratori della Parrocchia, la prima preoccupazione è quella di una formazione fedele al vangelo e in funzione di una Comunità da servire, evitando l’assolutizzazione dei ruoli e il calcolo sottile di qualsiasi tornaconto.
L’articolo che segue, di cui si pubblica solo una parte, vuole evidenziare la patologia che rende sterile la missione della Chiesa e che papa Francesco ha chiamato col nome di clericalismo.
Anche la parrocchia potrebbe presentare i segni di questa pericolosa deriva, tutta al suo interno.

don Alessandro

«Un ostacolo al ministero e alla missione è costituito dal clericalismo. Esso nasce dal fraintendimento della chiamata divina, che conduce a concepirla più come un privilegio che come un servizio, e si manifesta in uno stile di potere mondano che rifiuta di rendere conto. Questa deformazione del sacerdozio deve essere contrastata fin dalle prime fasi della formazione, grazie a un contatto vivo con la quotidianità del Popolo di Dio e un’esperienza concreta di servizio ai più bisognosi» (Dalla Relazione di sintesi della prima Sessione della XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi Una Chiesa sinodale in missione, par. 11, lett. c).

«Il clericalismo pone delle domande serie che vanno ascoltate, capite, interpretate per essere radicalmente affrontate e rimediate. Se il clericalismo prospera, se raccoglie sempre nuovi seguaci, anche nelle nuove generazioni, è perché, a suo modo, risponde a delle attese, calma delle tensioni, rassicura incertezze, semplifica la complessità. L’analisi del clericalismo permette così di gettare un fascio di luce sulle contraddizioni del nostro presente e sulle difficoltà della Chiesa postconciliare».

Lo scrive Domenico Cravero – presbitero della diocesi di Torino, parroco, psicologo, psicoterapeuta, sociologo e scrittore, fondatore di comunità terapeutiche – nell’introdurre (p. 15) il suo ultimo libro intitolato La ferita del clericalismo (Edizioni Sanpino, Pecetto Torinese 2023).

Un nuovo modello di Parrocchia

Contro il clericalismo si sente la necessità anche di un nuovo modello di parrocchia: da parrocchie «mute, impotenti, impaurite» a parrocchie «profetiche, attive, gioiose» (p. 52).

Dal momento che oggi, nella nostra società occidentale secolarizzata, «si rimane credenti solo se convinti e si resta convinti solo se in continua formazione» (p. 37), alla parrocchia non clericale, «non centrata sul gruppo chiuso ma modellata sulla missione al mondo», è richiesta, unitamente ad un particolare impegno nel cammino di conversione e nell’offerta di sistematiche e robuste iniziative formative, una riserva inesauribile di creatività e di scelte pastorali coraggiose (p. 133), come quella di laicizzare l’annuncio della fede, facendolo risuonare in termini religiosi non autoreferenziali (p. 84). «L’antidoto al clericalismo è l’affermazione della laicità, dimensione propria del cristianesimo: essere riconosciuti come discepoli di Cristo nel proprio stile di vita. La qualità umana della vita del cristiano diventa il distintivo dell’identità del credente. L’autenticamente cristiano è anche autenticamente umano, secondo l’umanità vissuta e insegnata da Gesù» (p. 134) e «la pienezza dell’umano è il vero criterio di verifica della maturità della fede» (p. 159).

Per essere all’altezza della sua missione e per abitare in modo creativo la condizione della postmodernità, la parrocchia non clericale deve ritornare alla via originaria del Vangelo esprimibile «nella metafora di un indisgiungibile triangolo: Gesù, i discepoli e la folla» (p. 44).

La Chiesa in uscita di papa Francesco non è altro che la riproposizione nella società di oggi di questo indisgiungibile triangolo evangelico.

I discepoli, scelti a rappresentanza delle folle, fanno vita comune e itinerante con il Maestro e, pur tra esitazioni e timori, ne ascoltano la Parola e cercano di credere.

Le folle, invece, sono un insieme di gente incuriosita e interessata all’insegnamento del Nazareno perché ne sperano un aiuto ma non necessariamente lo seguono.

I discepoli, partecipando all’opera di Gesù, sono invitati a mettersi a servizio della folla. C’è stato un tempo in cui curiosità della folla e sequela del discepolo coincidevano nella cristianità. Ma oggi, venuto meno il costume cristiano, non è più così. Oggi, perdere la folla, destinataria del discepolato, potrebbe significare la fine della Chiesa (p. 47). Ne consegue che è da mettere al bando la logica del «piccolo è bello» e dei «pochi ma buoni» perché la parrocchia non può mai essere sinonimo di campanilismo o di mentalità chiusa (p. 80). «La responsabilità della parrocchia come popolo di Dio è collegiale» e chi la rappresenta «non è solo il presbitero ma la comunità nel suo insieme, corpo di Cristo» (p. 64).

«La Chiesa come popolo di Dio, inteso secondo l’immagine della folla evangelica alla quale i discepoli sono ordinati, non è ancora stata sufficientemente indagata. Sono ancora pochi i modelli di comunità in stato di missione, di parrocchie pensate in vista dell’evangelizzazione. Meno è evidente la priorità missionaria, meno la comunità trova le forme per comporre in armonia i diversi carismi. Solo ritornando alla centralità di Cristo si trova modo di intendere evangelicamente la distinzione tra popolo e ministri» (p. 172).

Nella parrocchia non clericale la liturgia è caratterizzata da «nobile semplicità», «libera da tutti i fronzoli» (p. 91), basata su un «linguaggio accessibile e capace di accordarsi con l’uditorio» (p. 92).

L’accusa che oggi giovani e meno giovani fanno alle celebrazioni liturgiche è quella di essere «semplicemente noiose»: non sono percepite, cioè, come «esperienze vitali» e «riti di speranza» (p. 163).

È necessario immaginare proposte efficaci, perché la domenica sia vissuta come una festa, bella, vera, ricca di emozioni (pathos) e di significato (logos) […]. Il cristianesimo rinasce nelle nuove generazioni quando sono sollecitate non da un movimento astratto dell’intelligenza, ma da una passione del cuore» (p. 165). Una celebrazione cristiana che si arrende al basso profilo del rito devozionale non è in grado di generare speranza: «sarebbe solo un inganno» (p. 53).

Solo il popolo delle beatitudini può sconfiggere il clericalismo

Strategia efficace per sradicare il clericalismo è mobilitarsi per nuovi stili di vita e di società (p. 155), stando con i vulnerabili, i poveri, i sofferenti, gli emarginati, gli sconfitti dalla storia, «i quali appartengono alla Chiesa per diritto evangelico» (p. 38). La loro frequentazione «libera la comunità dalla presa del clericalismo, ne dissolve i motivi di innesco, riporta costantemente al cuore del Vangelo» (p. 150), cioè alle «beatitudini del monte» che – come ebbe a dire papa Francesco nell’udienza generale del 20 gennaio 2020 – «contengono la carta d’identità del cristiano perché delineano il volto di Gesù e il suo stile di vita».

Coglie, pertanto, nel segno Domenico Cravero quando, nelle pagine conclusive del suo saggio, scrive che «a battere il clericalismo sarà solo il popolo delle beatitudini». Un popolo formato non «dai perfetti e dai puri» (p. 173) ma da «persone predisposte all’incontro con l’opera della Grazia» (p. 93) che, incarnando nella loro vita «virtù di solidarietà, di sacrificio, di apertura», possono diventare segni evangelici nelle comunità disposte ad accoglierle (p. 174).

E allora, come dire oggi le beatitudini del monte nella versione di Mt 5,3-12? Ispirandomi ad una bella pagina di Angelo Casati (Innamorarsi, Qiqajon, Magnano 2016, pp. 19-20), a me piace dirle nei termini che seguono.

Che bello che…

Che bello che, in un mondo che idolatra ricchezze e tornaconti personali, ci siano donne e uomini che confidano in Dio e si mettono in ascolto del grido dei poveri: Dio assicura loro che sono sulla giusta strada.

Che bello che, in un mondo di gente che pensa per lo più ai propri comodi, ci siano donne e uomini che sanno piangere con chi è nel pianto mettendosi nei loro panni e considerano carne della loro carne chi è nella sofferenza e nell’angoscia: troveranno in Dio sostegno, sollievo e incoraggiamento.

Che bello che, in un mondo di gente arrogante, ci siano donne e uomini che reagiscono con umile mitezza ai torti, alle inimicizie, alle liti, alle critiche impietose, ai comportamenti indisponenti e discriminatori: Dio farà loro sognare cieli nuovi e terra nuova.

Che bello che, in un mondo di codardi e indifferenti, ci siano donne e uomini che alimentano la fame e la sete di giustizia, contribuendo ad assicurarla ai deboli, agli indifesi e a coloro che contano poco o nulla sulla scena sociale: in ogni tempesta Dio sarà al loro fianco, argine alle loro paure.

Che bello che, in un mondo di gente rancorosa e arrabbiata, ci siano donne e uomini che cercano di testimoniare il perdono e la misericordia di Dio, non si lasciano vincere dal male, ma vincono il male con il bene: Dio, che vuole misericordia e non sacrifici, avrà un occhio di compassione nei loro riguardi.

Che bello che, in un mondo dove spesso si premiamo i corrotti, ci siano donne e uomini dal cuore limpido e dallo sguardo luminoso, che non conoscono la doppiezza, onorano la parola data e praticano l’onestà anche nelle piccole cose: Dio rivelerà loro il suo volto.

Che bello che, in un mondo dove ci si illude di risolvere i problemi con la guerra e la violenza, ci siano donne e uomini che costruiscono la pace, prevengono incomprensioni, disarmano il cuore, aboliscono l’idea stessa di nemico, compongono contrasti, portano a compimento processi di riconciliazione, fanno prevalere l’unità sui conflitti: Dio sarà per loro Padre amorevole che tratta tutti come sue figlie e suoi figli.

Che bello che in ogni parte del mondo ci siano donne e uomini che non si rassegnano alle ingiustizie, ai soprusi e alla violazione della dignità umana: Dio assicura loro che sono sulla giusta strada.

Che bello quando a tante donne e a tanti uomini anche oggi riesce di percorrere con coraggio, determinazione e umiltà la via del Vangelo di Gesù di Nazaret diffidando delle scorciatoie, degli aggiustamenti o dei compromessi.

Che bello se, nella nostra vita, avremo occhi e cuore rivolti alle beatitudini del monte. Ne sarà allietata la nostra casa e, per qualche misura, per la misura che ci tocca, la nostra terra.

Andrea Lebra