“Il cuore dell’unità”. Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Oggi comincia la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Se pregare è cantare, noi lo facciamo in compagnia di Fabrizio De André

Vi esorto pertanto, fratelli, a essere tutti unanimi nel parlare. […] Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato che tra voi vi sono discordie […]. «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo» […]. È forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,10-13). La preoccupazione e la relativa esortazione dell’Apostolo si rivolgono quantomai anche a noi oggi, comunità cristiana in sé divisa, non solo dalle diverse confessioni ma, all’interno di queste, da sempre nuove “fazioni”, ciascuna impegnata a sostenere la “propria” verità, difendendo il proprio «essere-di» (traducendo Paolo potremmo dire: «Io sono di Francesco», «Io sono di Benedetto»…), ma dimenticando spesso colui che solo può sempre darci unione, l’unico indiviso: il Cristo.

È proprio questa situazione che ogni anno giustifica la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che invita l’intera comunità di coloro che dovrebbero essere riuniti in Cristo a rivolgersi ancora una volta a colui che è la fonte dell’unità, in comunione col Padre nell’unico Spirito. In questo senso è una settimana di preghiera, e non, ad esempio, di “teologia ecumenica”. C’è una relazione da recuperare, un tesoro comune da ritrovare, una volontà indivisa da condividere. Per certi versi, è l’occasione sempre nuova per ribadire un’eredità che ci accomuna, il mandato o, per meglio dire, il «testamento» che Cristo, in sé, ha lasciato per questa comunità purtroppo ancora troppo divisa.

In questo sforzo comune per recuperare il «tesoro», la «perla preziosa» su cui si radica ogni esperienza cristiana, non ci sembra fuori luogo lo spunto che ci viene offerto da un brano che, a suo modo, parla proprio di un testamento, ovverosia delle ultime volontà decisive e di valore “dettate” da un morente, da qualcuno che potrebbe voler dire: se dovete ricordarvi qualcosa, tenete a mente questo (non è forse quello che ha fatto lo stesso Gesù durante l’Ultima cena?). Stiamo parlando de Il testamento di Tito, canzone del 1970, scritta da Fabrizio de André e apparsa nell’album, cui già abbiamo attinto, intitolato La buona novella.

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Rifacendosi a una tradizione dei vangeli apocrifi, la canzone ripercorre quella che potremmo definire un’interpretazione teologica sui generis dei dieci comandamenti da parte di Tito, uno dei due malfattori crocifissi insieme a Gesù. Il brano in sé è molto articolato e qui non può certo essere ripreso nel dettaglio. Per il nostro scopo, d’altra parte, basterà richiamare alcuni punti in cui emerge più chiaramente il cuore che, ancora oggi, si può ritrovare a fondamento della nostra comunione cristiana.

«Non avrai altro Dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare». L’unicità di Dio confessata dai cristiani (e non solo), soprattutto per la sensibilità odierna, è spesso scandalosa. Com’è possibile un vero dialogo se il Dio di ciascuno è ritenuto l’unico Dio? «Credevano un altro diverso da te, e non mi hanno fatto del male». È questa la chiave, secondo Tito. Dio, per ogni credente, rimane un «tu», qualcuno con un volto ben definito e con cui si può avere una relazione. «Dialogo», in questo senso, non può significare “perdita d’identità” o “vuota uniformità”, ma nemmeno chiusura a priori in nome di una dottrina. Ed è qui che rientra la seconda parte del verso: «non mi hanno fatto del male». Il rispetto, il riconoscimento concreto dell’altro (anche solo passivo, come non-fare-male, che non è ancora fare-bene) è il punto di partenza decisivo su cui costruire ogni altra riflessione, speculazione e “trattazione” più o meno teologica. L’unità può fondarsi solo su una relazione sincera con il proprio Dio nel rispetto dell’altro. Questo non deve minare l’unicità del proprio Dio, ma apre una possibilità di dialogo.

Un secondo punto riguarda il rito: «Ricorda di santificare le feste». L’attenzione di Tito, in questo caso, non si rivolge al gesto in sé, quanto sul come ciò venga fatto. «Facile per noi ladroni». Il giudizio non è di contenuto ma di “metodo”. Dove sta la facilità? «Senza finire legati agli altari, sgozzati come animali». L’immagine è forte, ma il senso è chiaro: è facile «entrare nei templi», perché tanto ne usciamo come vi siamo entrati. Gesù stesso (Mt 9,13) richiamando Osea (6,6) aveva ribadito come non è il sacrificio (oggi potremmo dire la “messa”) in sé a dare salvezza, ma come essa trasforma la nostra vita (secondo giustizia e misericordia), come viviamo ciò che lì celebriamo.

L’ultimo punto, infine, è invero quello decisivo, l’ultimo comandamento della serie. Se seguiamo il testo, infatti, i dieci comandamenti canonici risultano nove, in quanto gli ultimi due vengono accorpati, lasciando così lo spazio per l’effettivo ultimo comandamento “di Tito”.

Il giorno volge al declino, «adesso che viene la sera ed il buio»; lo sguardo si rivolge a Gesù morente, e qui, vedendo il suo donarsi in croce, Tito può dire: «ho imparato l’amore». Tito com-patisce il dono di Gesù: «madre, io provo dolore», se ne sente partecipe e lo riconosce come fonte di salvezza, un dolore che non cerca vendetta («nella pietà che non cede al rancore») ma trasuda amore, anche per lui, un povero ladrone. È questa la rivelazione di Dio, la gloria – direbbe qualcuno – di Dio che assume la forma della croce. È questo il fondamento cristiano, l’unico e l’indiviso che a braccia aperte accoglie tutti. Perché Tito poi morirà, all’ombra di questo amore imparato all’ultimo; noi cristiani, invece, viviamo ancora all’ombra della croce, ma proiettata dalla luce della risurrezione. Per questo sappiamo che proprio questo amore è degno di fiducia, è credibile, perché è l’amore del Padre per il mondo donato e accolto nel Figlio per mezzo dello Spirito. Questa è la fonte dell’unità, il cardine attorno al quale far ruotare ogni dialogo, l’eredità lasciataci nel Testamento (con la maiuscola) che ci rimanda a quel Dono (a sua volta maiuscolo) del quale solo possiamo vivere, al quale solo possiamo innalzare la nostra preghiera, e dal quale solo possiamo sempre di nuovo riscoprirci uniti.

Stefano Fenaroli