
La scomparsa di Francesco Guccini ha suscitato in ognuno di noi ricordi, pensieri, parole e ritornelli. Una voce inconfondibile, non solo nel timbro ma ancor più nella forza dei testi che ci ha lasciato.
uando muore un personaggio dello spettacolo che ha segnato in maniera così indelebile la nostra cultura e la nostra storia, bisogna avere una certa accortezza nel prendere la parola, pur avendo la buona intenzione di elogiarlo. Il rischio infatti di cadere nella retorica, nel sentimentalismo o di fargli “dire”, adesso che non c’è più, qualsiasi cosa, è sempre dietro l’angolo.
Per fortuna con Francesco Guccini questo rischio si può facilmente evitare. La sua eredità infatti – senza contare i numerosi libri che ha scritto negli ultimi anni – è costituita da una serie lunghissima di canzoni i cui testi, proprio in questi giorni, sembrano saper esprimere meglio di qualsiasi altra parola ciò che ciascuno di noi sente quando pensa a lui. È facile notarlo aprendo i social e scorrendo le infinite immagini, gli articoli, i post, i messaggi di coloro che l’hanno apprezzato, amato, conosciuto, seguito lungo tutta la sua carriera o solo per pochi anni. Il trait d’union di tutti questi ricordi è proprio questo: lasciare che sia una frase, una parola, un ritornello composto dal Maestrone a dare voce a quello che si sente. Potremmo dire, insomma, che è proprio Guccini a essere il più indicato a prendere la parola per ricordare Guccini.
Tutto questo, forse, dipende dal fatto che è stata proprio questa la grandezza di Francesco Guccini: aver saputo dare voce, trovare le parole per dire la vita di tutti i giorni, in tutti i suoi aspetti, dall’amore alla morte, dalla rabbia alla paura, dalla giustizia alla speranza. Ed è così, in questo intreccio di maestria, poesia e vita, che una locomotiva diventa simbolo di ribellione e di libertà, un autogrill è il luogo perfetto per un amore immaginato appena nato e subito finito, la morte dell’idolo cubano (Stagioni) diventa faro di speranza per i giovani del futuro («da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non lo aspettate…). E con la stessa abilità si può raccontare una notte passata insonne (Canzone di notte n. 2), una vita spezzata (Canzone per un’amica) e i drammi che segnano o hanno segnato il proprio tempo (Auschwitz e Piazza Alimonda).
«E sono qui sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi
E cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi
E canterò soltanto il tempo» (Il tema).
Guccini ha saputo fare proprio questo: cantare il tempo, il suo tempo, nel suo scorrere, nel suo continuo trovare e perdere il senso, la rotta; ritrovando dei fedeli segnavia nei grandi classici che già prima di lui avevano lasciato un segno, come il suo Odysseus, il suo Don Chisciotte o il suo Cyrano. Un uomo di cultura che ha saputo fare cultura, non solo nei riferimenti più espliciti ma anche nell’uso sapiente delle parole, consegnandoci testi non da consumare ma da gustare, offrendoci spunti sempre nuovi su cui riflettere.
E in ultimo, ma non per ultimo, non possiamo ignorare l’aspetto religioso che abita le canzoni di Guccini. Da quel Dio è morto – che in realtà si chiude con la più esplicita confessione di fede nell’umanità, perché è nella bontà dell’umano che «Dio è risorto» –, alla critica pungente e non meno vera per quei «preti» che vendono a tutti un’altra vita, credono in «un Dio nell’infinito» e in realtà l’hanno «già tradito».
Infinite potrebbero essere le citazioni e i rimandi per dire la vita di Guccini così come di ciascuno di noi. E forse è proprio questo il compito che è richiesto oggi a quanti hanno seguito e apprezzato il Maestrone di Pavana: raccogliere le sue parole, la sua eredità e continuare a cantarla, a viverla e sentirla parte della propria vita, con tutto il suo carico di ideali, di speranze e di vita. È proprio questo, in effetti, l’Addio più bello che Guccini ci ha lasciato: «Ma a te dedico queste parole da poco, che sottendono solo un vizio antico, sperando però che tu non le prenda come un gioco, tu, ipocrita uditore, mio simile… mio amico…».

























