Generare alla fede i nostri ragazzi (1°)

Riflettendo sul gruppo dei nostri ragazzi, oramai cresimati, e disponibili a proseguire un cammino di crescita, ovviamente nel segno della discontinuità nei metodi (non più catechismo col sottile ricatto della cresima) credo sia opportuno condividere le seguenti riflessioni in ordine sparso.

Le propongo a partire da una relazione che ho avuto modo di leggere e di rileggere e alla quale mi atterrò per motivi di tempo e anche considerata la profondità delle intuizioni che intendo proporre a chi legge. La relazione è di mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena, al XV Convegno nazionale di Pastorale Giovanile “La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana.

Propongo alcuni passaggi per tappe, che costituiranno una vera propria rubrica di riflessione, approfondimento per porre solide basi nel nostro impegno a servizio dei nostri ragazzi. Inoltre, queste riflessioni saranno la base per l’elaborazione di un vero e proprio Progetto di catechesi parrocchiale.

Partiamo dalla comprensione di questo termine “generare”, questo verbo, innanzitutto, evoca una comunità. Come nella vita non si genera da soli ma solo nella relazione, così anche nella fede.

La generazione è sempre un atto di amore: di sua natura, l’amore esce da se stesso, si apre al nuovo, dà vita, continua la creazione (pro-creazione).

Infine, la generazione si compie attraverso un passaggio doloroso: doloroso per la donna che partorisce, per il bambino che non a caso entra nella vita umana piangendo e spesso anche per il padre, che sperimenta un senso di impotenza davanti alla sofferenza della madre; ma si risolve poi in una grande gioia per tutti, perché una nuova vita quando arriva dà energia a chi la attendeva e crea una “rete magica” attorno al neonato.

Queste tre caratteristiche della generazione non riguardano solo la carne, ma anche la mente e lo spirito. Chi genera conoscenza, ad esempio insegnando, attinge al tesoro culturale di una comunità, compie un atto di amore consegnando ad altri le proprie idee ed esperienze e richiede di superare, con l’applicazione e lo studio, le comode ristrettezze mentali, nell’apertura a conoscenze più vaste.

Così chi genera “una vita di fede” – come recita il titolo – e quindi opera sul piano spirituale, lo fa trasmettendo un patrimonio comunitario che proviene dal Vangelo e dalla tradizione della Chiesa, lo fa per amore verso il Signore e le persone che gli sono affidate, e deve dosare sapientemente anche i no, le correzioni e i sacrifici, per poter annunciare il grande sì di Dio, che è Gesù.

L’atto generativo – fisico, mentale o spirituale che sia – ha di conseguenza tre nemici che lo rendono impossibile:

  1. l’isolamento, che si contrappone alla dimensione comunitaria;
  2. la paura e il pregiudizio, che si oppongono all’atto dell’amore;
  3. la fretta di raggiungere il risultato, che si contrappone alla pazienza della “cura” e dell’“attesa”.

Per entrare dunque direttamente in tema: Quindi un buon educatore dei giovani agisce a nome della comunità e non da solitario, è mosso dall’amore verso i ragazzi e non si fa prendere da paura e pregiudizio verso di loro, sa mettere i necessari “no” dentro al grande “sì” che è il Vangelo.

1. Educare i giovani: sport di squadra

Il primo fattore di sterilità nell’educazione dei giovani è quindi l’isolamento dell’educatore, che può nascere da una sorta di gelosia possessiva e morbosa: quando un catechista/educatore dice “i miei ragazzi” e racchiude il suo gruppo dentro ad una campana di vetro, diventa sterile, non genera vita di fede.

Qualche volta questa gelosia si maschera da disponibilità a 360°, si nasconde dietro una generosità a tutto campo, si mimetizza sotto una grande intraprendenza e un attivismo continuo; ma in realtà è compensazione affettiva, ricerca di se stessi, bisogno di approvazione, narcisismo patologico. L’educatore-chioccia è un libero battitore, che toglie però la libertà ai ragazzi. Nella catechesi, purtroppo, questa tipologia è abbastanza frequente, come pure nel clero.

È vero che Gesù aveva “i suoi”, come qualche volta Gv chiama i discepoli; ed è vero che lui usa degli aggettivi possessivi: “la mia Chiesa” (Mt 16,18), “le mie pecore” (cf. Gv 21,15-19), “miei discepoli” (Gv 13,35), e così via. Ma lui, appunto è il Signore, ed è l’unico che può possedere dando, e non togliendo, vita e libertà. Infatti lascia sempre liberi: “se qualcuno vuole venire dietro a me”… (Lc 9,23); “anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). Tutti gli altri educatori, che agiscono in suo nome, diventano usurpatori se dicono “miei” e non dicono “suoi”.

È proprio trasmettendo a Pietro il compito di guida, che Gesù dice: la Chiesa da edificare è “mia”, non tua; le pecore da pascere sono “mie”, non tue. Ed è vero che Gesù stesso ha evocato l’immagine della chioccia, lamentandosi perché avrebbe voluto raccogliere i figli di Gerusalemme “come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali” e loro non hanno voluto (cf. Mt 23,37). Ma se Gesù vuole diventare chioccia, è solo per il tempo necessario a custodire la comunità e attrezzarla per la missione. Quanto, noi preti dovremo riflettere questo riguardo!

È evidente nel brano sintetico di Mc 3,14: “ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni”. Lui li “fece” proprio, cioè diede loro vita come in una nuova creazione; e li fece perché prima di tutto stessero con lui: ma non per gloriarsene o creare un gruppetto chiuso, bensì per inviarli a predicare e combattere il male. La comunione è per la missione; è comunione generativa, non sterile, perché si apre al mondo.

Del resto ogni volta che Gesù paragona se stesso ad un pastore e i discepoli ad un gregge – per riprendere un altro motivo ispiratore di questo convegno – non lo fa mai in modo intimistico, per creare un “cerchio” degli affetti, ma dice: “ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere” (Gv 10,16). O, nella tradizione sinottica: “se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?” (Mt 18,12; cf. Lc 15,4-6).

Il gregge di Gesù è aperto, non è chiuso dentro gli steccati. Gesù piega l’immagine più intima che si possa pensare – quella dell’ovile – alle esigenze della missione. Si fa sempre notare come il verbo “educare” significhi “trarre fuori”: è vero, ma non solo nel senso di estrarre dalla persona le risorse che racchiude, bensì anche nel senso di condurre la persona fuori dal proprio cerchio, attrezzarla a camminare con le proprie gambe nella società.

L’educatore vince la gelosia possessiva quando si sente ed è mandato dalla comunità cristiana. Infatti non compie quel servizio a nome proprio, ma a nome della comunità, che è il soggetto educativo fondamentale. Ma perché questa affermazione non rimanga astratta o scritta nel libro dei sogni, è necessario precisare l’identità di questa comunità educante. Che cosa intendiamo con “comunità cristiana”?

don Alessandro

Seguirà la seconda parte.