
Riflettere sulle vocazioni al ministero ordinato e alla vita religiosa, significa, fra le tante opportunità e tanti interessanti stimoli per una rinnovata visione evangelica della vita, riconoscere anche i cortocircuiti che vanno individuati per un approccio, il più corretto possibile, su una questione fondamentale nella Comunità cristiana.
- Il primo corto circuito, ci porta ad interrogarci cosa significa pregare per le vocazioni. Per chi preghiamo quanto diciamo o invitiamo a pregare per le vocazioni.
Non possiamo riconoscere che in questo tempo caratterizzato da una desertificazione crescente nelle Comunità ecclesiali, l’approccio a questo tema, urgente e importante nella pastorale, rischia di essere ancora clericale, militante, come se la prima e ultima preoccupazione della Chiesa fosse quella di farsi donare da Dio le “milizie” necessarie per combattere una sorta di grande battaglia, quando invece le parole di Gesù rivolte a Pietro nell’orto degli ulivi erano state nette: «credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?» (Mt 26,53).
Alla luce della mia esperienza personale vocazionale, dopo 30 anni (benedetti) di ministero, avverto in me un atteggiamento fortemente critico riguardo all’impostazione formativa dei seminari. Ho frequentato il seminario per pochi anni, avendo avuto la grazia di vivere per ben tre anni, esperinze fortemente significative ed importanti. La mia impressione è che in quella che tempo fa veniva chiamata la ‘catena di montaggio’ formativa per via di troppi automatismi di tipo quasi aziendale, la situazione oggi non sia migliorata. Mi convinco sempre di più che alla base di una sana proposta vocazionale siano da coltivare una pluralità di relazioni: con le famiglie, dove, la vocazione, misteriosamente e in certi casi paradossalmente possono attecchire in modo sorprendente e meraviglioso; la Comunità parrocchiale, dove l’impianto della catechesi parrocchiale, in particolare negli anni dell’iniziazione cristiana, dovrebbe far emergere anche la dimensione vocazionale come risposta alla vita cristiana in tutte le sue molteplici possibilità e non solo in riferimento al traguardo sacramentale. In altre parole, più attenzione al mistero e alla verità della persona e meno all’istituzione di chi è chiamato ad accompagnare in un percorso vocazionale,(diocesi, seminario, parrocchia, movimento ecc.).
2. Il secondo corto circuito è relativo invece a tante carenze che giustamente sono state messe in risalto nella recente Assemblea sinodale, dove è stata richiamata l’importanza di un inserimento della figura femminile nei differenti contesti deputati alla cura delle vocazioni al ministero ordinato. Si arriva all’ordinazione presbiterale non attraverso un semplice e spesso superficiale confronto tra vescovo, parroco e rettore del seminario, ma attraverso un sapiente discernimento che chiama in causa tutto il Popolo di Dio. E poiché lo Spirito non è garantito solo all’interno di coloro che nella Chiesa sono deputati alla cura della vocazione, credo sia prendere seriamente in considerazione anche il parere di figure esterne alla Comunità ecclesiale coinvolte nel processo educativo vocazionale dei candidati al ministero.
In questo processo il recente Sinodo, ha auspicato una conversione di una prassi pastorale improntata dal modello militante-clericale. I padri e le madri sinodali hanno indicato ai rappresentanti dell’ordine sacro l’exemplum profetico delle «pratiche di vita sinodale e di discernimento comunitario» sviluppate dalle famiglie religiose e, quindi, il loro «speciale apporto da dare alla crescita della sinodalità nella Chiesa», invitando le rispettive guide «a rinforzare le relazioni in modo da dare vita a uno scambio di doni a servizio della comune missione» (DF 65; cf. anche DFCS 61) nel pieno rispetto della verità profonda dei candidati al ministero.
don Alessandro

























