Corpo, sessualità, emozioni e sentimenti, cosa esprime il vero amore?

Corpo, sessualità, emozioni, sentimenti, figli, ma anche tradimento, violenza, abitudine, freddezza…perciò, cos’è in fondo l’amore?

Tra i tanti temi che si potrebbero toccare, è quasi inutile soffermarsi sulla giustificazione di questo. Il tema dell’amore, inteso in senso sessuale, è una spina nella carne della chiesa che piano piano ha dissanguato la credibilità della comunità cristiana di fronte al mondo. La norma, la legge, la “natura”, il lecito e l’illecito, hanno ormai sequestrato il posto di qualsiasi sentimento, emozione, cura, disponibilità e compassione. Il sacramento del matrimonio è la celebrazione di un ipocrito lasciapassare, perché ormai tutti fanno tutto prima o dopo, e soprattutto perché la celebrazione stessa è ben lungi dall’evitare che una storia d’amore si trasformi in un incubo o una prigionia. Il giudizio, la condanna e l’arroganza del legislatore e del moralista (spesso prete) ha preso il sopravvento sulla parola di comprensione, di misericordia, di affetto del cuore cristiano.

Un primo punto, allora, del tutto interno alla comunità cristiana, è la comprensione adeguata del matrimonio. A prescindere da canoni, norme, tradizioni ecc. il sacramento del matrimonio è la confessione da parte degli sposi dell’amore di Cristo, che fonda e abita la loro storia d’amore, in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue gioie e in tutti i suoi dolori. Il momento puntuale del sacramento diventa così punto focale nel quale tutta la storia degli sposi viene messa di fronte a Dio e alla comunità, affinché tutti possano sapere che essa è abitata dall’amore di Gesù, che è storia d’amore e, poiché Dio è amore, è storia di Dio: con la sua convivenza e la sua sessualità, i suoi figli e i suoi contraccettivi, la sua castità e la sua passione.

In questo orizzonte, non è certo la storia che dà forma all’amore degli sposi che dev’essere giudicata, perfezionata o “elevata” (vedi CIC). Semmai è la coscienza degli sposi o, meglio, degli amanti che dev’essere aiutata a vivere sempre a pieno il mistero dell’amore che pure stanno vivendo e che è un dialogo a cuore aperto tra i due per scoprirsi a fondo: le emozioni, i gusti, le paure, il corpo. C’è un alfabeto dell’affettività e della sessualità da riscoprire, da consacrare, da benedire nel nome di Gesù, affinché ogni esperienza degli amanti sia per loro davvero segno tangibile della presenza di Cristo nella loro vita. Questo dovrebbe essere il primo compito della comunità cristiana.

Il secondo compito, poi, sarebbe far pace con l’esistenza dei diritti umani e, in questo senso, capire che nel mondo ci sono persone eterosessuali e omosessuali. La differenza di esperienza non comporta un diverso giudizio di valore e tanto meno un qualche genere di condanna. Siamo sicuri che l’assenza (oggettiva) di fecondità naturale in una relazione omosessuale sia indice di una chiusura alla generazione? L’aborto, secondo la fede cristiana, è un male non perché il feto è una persona, ma perché è un figlio, e in quanto tale è oggetto di una promessa che è i genitori hanno fatto nel momento in cui (volenti o nolenti) si sono anche aperti alla vita nel momento in cui hanno avuto un rapporto sessuale.

È quindi un vincolo simbolico esistenziale che impone ai genitori di non considerare il figlio come loro “proprietà”, di cui potersi disfare a piacimento, ma un vero soggetto che loro hanno posto in essere, una creatura a cui sono legati con il loro amore dal momento in cui liberamente, e senza violenza, hanno deciso di esprimere questo amore nel reciproco dono di sé, che è aperto alla vita. Ma allora, similmente, l’accoglienza di questo “altro” che non dipende dai genitori e al quale però i genitori, con il loro atto d’amore, si aprono con una promessa di bene (è bene che tu esista e io farò in modo che sia un bene per te esistere) non potrebbe valere anche laddove il figlio non è biologicamente generato sessualmente ma accolto in adozione? Non possiamo rileggere questa esperienza (spesso ben più lunga di nove mesi) come un “rinascere” di un figlio, il suo essere accolto da qualcuno che si assume l’incarico di portare a compimento quella promessa di bene che (per qualsiasi motivo) i genitori biologici sono stati in grado di mantenere e onorare?

La questione delle benedizioni degli omosessuali o altro è semplicemente imbarazzante e non penso valga neanche la pena di parlarne in termini di riforma. Il riconoscere, nella sua diversità, l’amore omosessuale e trovare parole, gesti, riti nuovi per celebrarlo, affinché gli sposi omosessuali possano confessare e nella loro storia d’amore il proprio essere radicati nell’amore di Cristo, penso sia un onore e un vero compito di santificazione richiesto alla comunità cristiana.

Infine, parlare di amore significa parlare di sessualità, di corpo, di genere, soprattutto in riferimento a quei presbiteri che si dimostrano semplicemente incapaci di vivere e affrontare la propria e l’altrui sessualità, e che pensano di entrare in seminario per metterla tacere (salvo poi scoprire che si può ripresentare nei modi più terrificanti e abominevoli). Superare la paura del corpo, il tabù delle passioni e dei sentimenti è una strada a senso unico che la chiesa non può più ignorare e sulla quale deve incamminarsi, con la calma, la gioia e la tranquillità di colui che non ha disdegnato di prendere questo corpo, questa sessualità e di viverla in pienezza fino alla fine, perché anch’essa, fin dall’inizio, era “cosa molto buona”.

Stefano Feranoli