Afghanistan: emergenza umanitaria

Intervista a Paolo Beccegato, vice-direttore di Caritas Italiana, a riguardo della situazione di carattere umanitario in Afghanistan e sui possibili interventi da parte della Chiesa italiana.

Caro Paolo, puoi brevemente ricostruire l’attività “storica” di Caritas in Afghanistan?

L’impegno di Caritas Italiana in Afghanistan ha una storia che non è solo dell’ultima ora. Posso risalire sino agli anni ‘90, ben prima del 2001, anno spartiacque: dunque, già da allora – quando ancora governavano i Talebani e prima dell’arrivo delle truppe statunitensi ed occidentali – Caritas ha intrattenuto relazioni con organizzazioni della società civile afgana.

Una società solidale

Tengo a dire che quella società – pressoché esclusivamente musulmana più o meno praticante – era e resta una società viva, capace di grande solidarietà. I nostri progetti hanno potuto quindi realizzarsi, allora e in seguito, solo grazie alle iniziative di piccole realtà locali.

Per farmi meglio capire, faccio l’esempio delle associazioni dei genitori dei bambini ciechi o dei bambini disabili: queste hanno saputo organizzarsi autonomamente e, col nostro sostegno, realizzare piccoli ma molto significativi servizi, aperti ai bisogni di altri genitori e di altre famiglie.

Dal 2001, le condizioni hanno poi sicuramente favorito lo sviluppo e la moltiplicazione di esperienze ancora di quel tipo. Abbiamo potuto quindi incrementare i nostri sostegni, anche grazie alle aumentate disponibilità di offerte di quel periodo.

Abbiamo perciò potuto consentire – per alcuni anni – la presenza di un nostro operatore fisso sul posto – prima uno e poi l’altro -, dotazione assai preziosa per potersi relazionare personalmente con gli attori umanitari del posto.

Abbiamo pertanto potuto contribuire alla realizzazione di 4 scuole nelle valli di Ghor e del Panshir aperte anche alle ragazze – cosa impossibile in precedenza – e rafforzato alcuni servizi per la disabilità, oltre ad aver incentivato altre opere per facilitare l’accesso all’acqua potabile e per le coltivazioni autonome: questo in diverse zone del Paese.

Sulla scorta delle esortazioni di Papa Giovanni Paolo II – sempre successivamente al 2001 – abbiamo sostenuto l’introduzione di piccole – molto piccole – esperienze ecclesiali, soprattutto in Kabul e dintorni: si tratta di esperienze molto discrete, caratterizzate dall’uso della “punta dei piedi”, cioè molto rispettose e collaborative con le realtà locali, fatte di poche parole ma di tanti gesti.

Lo stile Caritas è stato sempre quello dell’accompagnamento – non della sostituzione – nel servizio dei poveri: la logica che è stata seguita è quella della sussidiarietà, sino a lasciar fare tutto ai locali e a queste realtà ecclesiali e, per parte nostra, ad un certo punto, ritirarci e limitarci a finanziare progetti precisi e condivisi.

Afghanistan oggi

In questi giorni che cosa sta accadendo alle persone e alle realtà con cui Caritas si sta relazionando?

Tutti gli operatori ecclesiali – come ho detto pochi tutto sommato – se sono andati o se ne stanno andando dal Paese. C’è certamente preoccupazione per il futuro. Servirà tempo per capire che cosa sarà dell’Afghanistan.

Ma voglio comunque dire con sicurezza che si conta già di ritornare: le stesse piccole realtà ecclesiali che se ne stanno andando dal Paese mi dicono di confidare nella possibilità di ritornarvi, magari stabilendo accordi formali con chi governerà, con la forza della convinzione della bontà di ciò che è stato fatto per la gente – per i poveri – e di ciò che ancora potrà essere fatto di buono e di riconosciuto come tale da tutti.

Con la forza delle stesse ragioni, contiamo di poter continuare a sostenere quelle organizzazioni locali afgane di cui ho – da subito – detto. Anche i Talebani potranno riconoscere quanto siano state utili e positive, anche se questi vorranno imporre le loro restrizioni, anche se in alcuni ambiti sarà sicuramente più difficile muoversi rispetto ad altri, come ad esempio in quello della scolarizzazione.

L’incognita maggiore – secondo me – riguarda il modello di “Stato” che verrà: se sarà uno “Stato” totalmente accentratore nei servizi, ovvero vorrà avvalersi delle risorse di solidarietà che la società civile afgana ha mostrato e ancora potrà mostrare di possedere.

La positività del bene non potrà – comunque – non essere riconosciuta. Personalmente confido molto in ciò che sto dicendo.

Riguardo all’esodo drammatico degli afgani a cui stiamo assistendo, che cosa puoi dire? Caritas potrà intervenire?

È necessario distinguere tra scenari diversi, immediati e di prospettiva. Mi pare che, nella opinione pubblica, anche ecclesiale, comprensibilmente, sia stia facendo un po’ di confusione. Lo scenario immediato – drammatico – che abbiamo davanti, sugli schermi, è quello delle evacuazioni dall’aeroporto di Kabul.

Sappiamo che – per quanto riguarda l’Italia – si tratta di evacuare complessivamente qualche migliaio di persone. C’è la corsa contro il tempo per la rimanente parte, come ben sappiamo. Le notizie dell’ultima ora sono molto preoccupanti.

Non sappiamo se e come sarà possibile completare l’operazione. Si tratta principalmente di collaboratori afgani del contingente dell’esercito italiano, precedentemente stanziato ad Herat, e dei loro famigliari, oltre ad altri casi specifici, ma piuttosto limitati.

Queste persone, scontato il periodo di quarantena stabilito dall’Italia nei luoghi individuati, saranno distribuite nei circuiti ordinari per richiedenti asilo, ossia nei C.A.S., i Centri di Accoglienza Straordinari, e nelle sedi del Sistema di Accoglienza e Integrazione, ex SPRAR, sparse nei Centri di tutto il territorio italiano, non possono costituire certamente un grosso problema. I posti ci sono.

Corridoi umanitari

Il secondo scenario – più volte prefigurato in questi giorni – è quello dei corridoi umanitari. È bene essere chiari: questo è uno scenario, in questo momento, totalmente di là da venire.

La condizione di possibilità fondamentale passa, oltre che dalla volontà dei Talebani, dalle volontà politiche dei Paesi limitrofi all’Afghanistan. Parliamo di Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, con una punta della Cina, a nord, e parliamo soprattutto di Iran e di Pakistan, più a sud.

Consideriamo che questi ultimi Paesi ospitano già milioni di afgani. Consideriamo poi la Turchia, non confinante con l’Afghanistan, ma che già raccoglie gli afgani che attraversano l’Iran con la prospettiva di raggiungere l’occidente: la Turchia è il Paese che in questo momento ospita più rifugiati e profughi al mondo – milioni di persone – in maggior parte siriani, ma poi afgani appunto, iracheni, sud-sudanesi e altri.

Ecco, i Paesi che sto citando stanno costruendo – come tutti dovremmo sapere – veri e propri muri, per impedire il passaggio, di per sé illegale, di altri profughi. Dalla Turchia – sulla rotta balcanica – ci sono poi tanti altri muri da superare per arrivare in Europa: in Grecia, in Bulgaria, in Macedonia, in Bosnia, sino a raggiungere la Croazia, cioè la vera porta di accesso – peraltro chiusa – dell’Europa.

Sappiamo che la forza della disperazione consente a migliaia di persone, già da anni, di scavalcare, ovvero di aggirare in tutti i modi questi muri. Le persone scelgono di rischiare la vita, di essere malmenate, di essere costrette tra un muro e l’altro, di sottoporsi alle varie tratte, di lavorare in nero, di essere sfruttate e derubate.

Diciamo pure che i muri risultano di fatto “porosi”: ossia vengono – limitatamente – attraversati, ma certamente ad un caro prezzo di disumanità! Pensiamo che gli afgani che oggi si trovano in Italia hanno mediamente impiegato 4 o 5 anni di tribolazioni prima di arrivare qui, attraversando migliaia di chilometri e superando questi “muri”.

Questa parziale digressione è per far capire che l’ipotesi dei corridoi umanitari – per realizzarsi – dovrebbe vedere una serie coincidente di azioni, ad oggi assai improbabili.

I Talebani dovrebbero consentire l’uscita dal Paese alle popolazioni che vogliano uscire, i Paesi limitrofi dovrebbero immediatamente accoglierli e dotarli di permessi per ragioni umanitarie, i Paesi occidentali – i cosiddetti “volenterosi” – dovrebbero garantire l’accoglienza di quote certe di profughi. Tutto questo – ripeto – è ben di là da venire.

I Talebani dicono che non faranno uscire nessuno, i confinanti dicono che non faranno entrare nessuno, i “volenterosi” sono molto pochi e sono molto divisi tra loro.

Gente in fuga e la prossimità della Chiesa italiana

Il terzo scenario è quello più probabile. L’ho già di fatto descritto. Tante altre persone cercheranno di mettersi in fuga sulle rotte più perigliose, attraversando le montagne per sfuggire i controlli e aggirare i muri.

Ma questo è, di per sé, ciò che di peggio possa accadere. Ci vorranno anni, probabilmente, per vederne gli esiti disastrosi. Come ho detto, questo scenario si muove lentamente, il che può tranquillizzare in parte i governi occidentali, ma certamente non potrà che comportare un carico pesante di costi e di sofferenze umane per i migranti forzati.

La Chiesa italiana si sta comunque mobilitando per accogliere?

In questo momento stiamo registrando – come sempre in queste circostanze – moltissime disponibilità alla accoglienza da parte delle Diocesi, delle tante organizzazioni cattoliche, ma anche da parte di comunità e semplici famiglie.

Non possiamo fare altro che prenderne nota con soddisfazione, considerati tutti i problemi di povertà che abbiamo anche in Italia e lo sforzo di accoglienza già in atto per tante altre situazioni di crisi internazionale.

Ma, per quanto ho cercato di spiegare, Caritas al momento non può dare corso immediato ad alcuna nuova accoglienza, né dalla rotta balcanica, né, tanto meno, da nuovi corridoi umanitari. Non c’è nessuna imminente apertura governativa in tal senso, oltre alle persone già evacuate in questi giorni.

Debbo fare notare peraltro una circolare ministeriale che proprio in questi giorni “mette le mani avanti” ed avverte gli Enti – tra cui gli Enti di culto della Chiesa cattolica – che le disponibilità di accoglienza, qualora vengano attuate, dovranno essere realizzate “con proprie risorse professionali ed economiche” e, naturalmente, fornite secondo “gli standard” ambientali ed assistenziali di norma, stabilendo accordi e protocolli con le Prefetture locali.

Non ci sarà dunque, alcun sostegno da parte dello Stato rispetto ad iniziative ecclesiali, anche se mai saranno rese legalmente possibili.

Accoglienza in Italia

La Chiesa potrà eventualmente sostenere – autonomamente – eventuali nuove iniziative di accoglienza?

La Conferenza episcopale ha fatto dichiarazioni in cui ha auspicato l’attivazione dei nuovi corridoi umanitari dall’Afghanistan. Caritas Italiana è pronta per questo servizio.

Lo stiamo già facendo, appunto, da qualche anno, per altre aree di crisi. In tal caso è presumibile che la Chiesa voglia mettere in campo altre, proprie, risorse economiche.

Resta tutto quello che abbiamo già detto circa l’effettiva volontà e possibilità politica italiana e non solo italiana di aprire tali canali umanitari dall’Afghanistan.

La raccolta di offerte attualmente in atto come viene finalizzata?

La raccolta fondi attualmente in atto presso Caritas Italiana è finalizzata immediatamente a sostenere Caritas Pakistan, con cui stiamo collaborando su diversi fronti: in Pakistan stanno già affluendo centinaia – non migliaia – di profughi afgani.

Così sarà presto anche in altri Paesi limitrofi che ho citato. L’obiettivo è ora sostenere le Caritas di questi Paesi. In seguito, gli obiettivi si potranno ampliare e moltiplicare.

Per conoscere e sostenere i progetti di Caritas Italiana per la crisi afgana clicca qui.

Giordano Cavallari (a cura)