
Nel 1656 la Peste Barocca tocca il suo apice a Zuradili. Seguendo le registrazioni dei defunti, nei Quinque Libri della Villa scopriamo che nel mese di giugno morirono 33 persone e nel mese di luglio 38, con un picco di 9 decessi toccato il 9 luglio. Alla fine dell’epidemia, volendo fare un bilancio, si conteranno 85 decessi, un prezzo altissimo per un piccolo villaggio rurale.
Nonostante la drammaticità della situazione però, i zuradilesi non si persero d’animo; con coraggio alzarono la testa e rivolsero lo sguardo verso il Cielo, affidandosi alla Vergine di Montserrat. Tutt’oggi è ancora possibile ricostruire quel momento, rimasto talmente impresso nell’identità culturale marrubiese da esserne scaturito un voto dalla fedeltà plurisecolare. Gli anziani tramandano che nel momento più terribile della pestilenza, i pochi ancora in vita si radunarono e portarono in processione il simulacro della Madonna di Montserrat, affidandosi a lei e chiedendole di intercedere presso il Signore affinché il flagello potesse terminare. La Vergine ascoltò la supplica, in primavera la peste scomparve e in segno di gratitudine eterna, i zuradilesi decisero di istituire una festa in suo onore ogni prima domenica di maggio, sia per ricordare l’atto di compassione divina che li aveva salvati, sia perché non fossero dimenticate le anime mietute dalla peste.
Al voto e alle terribili circostanze della peste è legato anche un racconto, che per stile e bellezza potrebbe rientrare tra le legendae sanctorum. Esso da contestualizzare ne “is contus de forredda de is beccius nostus” (letteralmente “i racconti che gli anziani solevano tenere davanti al focolare”), appartiene quel metodo di trasmissione orale dell’identità e dei valori comunitari, tipico delle società antiche (in uso in Sardegna almeno fino agli anni Sessanta).
La storia, relativamente all’origine di Marrubiu, racconta come nel villaggio di Zuradili fosse sopraggiunta una mosca dalla puntura velenosa, Sa Musca Macedda (letteralmente “la mosca che macella”, che uccide, miete vittime), che uccideva “mannus e pittiusu, appustis de ai sunfriu daboris in d’ogna logu cun callentura ata”. Non essendoci alcun rimedio “pregant sa Madonna de firmai cussu flagellu”. Qualche tempo dopo, alcuni notarono lo sciame delle mosche velenose entrare in un buco accanto ad una roccia (la pietra in cui oggi ci fermiamo il sabato e il lunedì della festa a Zuradili). Il giorno successivo non vi era più alcuna mosca nel villaggio e al posto dello sciame trovarono la roccia spostata ad otturare il buco e “una Madonna asuba de sa perda”.
Il racconto, come tutti quelli legati all’intervento dei santi nelle epidemie, ha un fondamento di verità. La pestilenza come ben testimoniato dai documenti è un fatto realmente accaduto, mentre Sa Musca Macedda è la rappresentazione del male, il nome con cui i nostri avi identificavano il vettore della peste. La scienza come abbiamo scritto sopra non aveva ancora scoperto lo Yersinia Pestis e le sue modalità di trasmissione, quindi rappresentando il male con le fattezze di una “mosca dalla puntura velenosa” non si faceva altro che rendere visibile un morbo invisibile, che uccideva le persone in un modo terribile e inspiegabile. Mentre il fatto che venga rinvenuta una Madonna sopra la roccia che occlude l’antro de Sa Musca Macedda, non è altro che una potente immagine allegorica utile a spiegare, in modo immediato e a chiunque, la vittoria del bene sul male: la Madonna invocata attraverso la preghiera ha sconfitto la peste.
Il racconto non è altro che un’allegoria della realtà e doveva servire a tramandare in modo efficace e duraturo, quindi memorabile, un momento di difficoltà avvenuto realmente e che la comunità era riuscita a superare soltanto grazie all’affidamento a Dio. Il fine ultimo era quello di trasmettere i valori cristiani acquisiti in quella circostanza alle generazioni future, come: la speranza, la fede e il senso di comunità; anticorpi utili per affrontare le difficoltà, anche le più terribili che la vita ci pone innanzi. Pertanto, il racconto è portatore di una morale: non perdere la speranza, nemmeno nei momenti più bui, come abbiamo fatto noi quando la peste ha spazzato via il nostro paese e i nostri cari (grandi e piccoli, “mannus e pittiusu […]”); quindi prega, perché il Signore è con te, fallo per il bene degli altri e insieme alla comunità (“pregant sa Madonna[…]”); il Signore risponde sempre alla chiamata e il bene vince sul male (anzi lo schiaccia, “una Madonna asuba de sa perda”).
Dalla morte rinasce la vita. E dalla morte di Zuradili, grazie alla profonda fede in Dio dei suoi abitanti e all’intercessione della Madonna che li ha salvati, è nata Marrubiu. Una così grande grazia non poteva che meritare una fedeltà eterna, fedeltà che ogni anno esprimiamo nel voto.
Per la tradizione, tramandata di genitore in figlio, il voto si scioglie a Zuradili ogni prima domenica di maggio alla presenza dell’antico simulacro della Vergine di Montserrat, innanzi al quale i Zuradilesi invocarono l’aiuto di Maria e che in quell’occasione fu portato in processione. Il rito si compone di una processione intorno alla chiesetta, entro l’antico cimitero del villaggio, in memoria di quanto fecero i zuradilesi durante la peste e in ricordo e assoluzione dei defunti; quindi di una messa a metà mattina, in cui l’officiante ricorda i momenti della peste, i defunti che causò e la redenzione dal male avvenuta da parte del Signore tramite l’affidamento a Maria.
Il Diritto Canonico nel canone 1191, definisce il voto come “promessa libera e consapevole circa un bene migliore e possibile, fatta a Dio” e, riprendendo questa definizione, il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2102) specifica: “il voto è un atto di devozione, con cui il cristiano offre sé stesso a Dio o gli promette un’opera buona. Mantenendo i suoi voti, egli rende pertanto a Dio ciò che a lui è stato promesso e consacrato”. Quindi chi fa un voto si lega a Dio e si impegna ad attuare quello che ha promesso.
Vista la natura stessa del voto, dobbiamo logicamente ipotizzare che esso sia stato sempre rispettato, fin dalle origini. Col passare del tempo la festa dovette arricchirsi di numerosi passaggi, cosa che rese necessaria una sua formalizzazione da parte dell’Arcivescovo di Oristano attraverso un decreto datato al 1820: “[…] permettiamo che d’ora in avanti si celebri al solito nella prima (Domenica) di Maggio la festa della Vergine di Monserrato, principiando fin dall’anno venturo 1821”. Da quel momento in poi parte il conteggio ufficiale delle edizioni della festa, 198 al 2019.
Il decreto nacque logicamente dalla necessità di ufficializzare una festa che fino a quel momento era stata tramandata per sola via orale. Alcune relazioni del XVIII secolo confermano come la prima domenica di maggio si tenesse una celebrazione a Zuradili, perciò il voto era rispettato. Per evitare però che nei secoli a venire, eventuali abusi potessero snaturare il senso del voto, con atti contrari alla tradizione cristiana era fondamentale istituzionalizzare il culto “de Sta Maria de Zuradili”. Ma cosa si intendeva con il passo “si celebri al solito”? Come era strutturata la festa?
La scarsità di documenti riguardanti il periodo che va dalla seconda metà del XVII ai primi decenni del XIX secolo, non ci aiuta a capire. Mentre i pochi che trattano dell’argomento contengono informazioni scarne, che si limitano a menzionare la prima domenica di maggio. Lo stesso decreto del 1820 dà per assodata la conoscenza della festa da parte del lettore e sembra limitarsi a menzionare soltanto il giorno più importante, quello in cui cade il voto. Proseguendo nella lettura del documento scopriamo però che i marrubiesi, “per avere piena esecuzione di questo nostro Decreto, dovranno nel frattempo fabbricare la piccola casa da dormire con qualche comodo per i sacerdoti, durante la festa”. Quindi essa non si limitava ad un solo giorno. Per chiarire la questione, bisogna aspettare al 1865, quando il Sacerdote Luigi Lixi compilando le voci di spesa per la Parrocchia di Marrubiu, descrive nel dettaglio tutti i momenti della festa.
Grazie alla descrizione del Lixi, scopriamo che per poter celebrare la “Festa rurale di Santa Maria Monserrata in Zuradili” nella prima domenica di maggio bisogna partire il sabato. Il simulacro arriva alla chiesetta di Zuradili alla sera e subito si canta il vespro.
Questo fatto spiega la richiesta ai marrubiesi di costruire la “piccola casa da dormire” per i sacerdoti, registrata nel Decreto del 1820 e che conferma l’arrivo del simulacro il sabato, con certezza almeno dal 1821 (ma probabilmente, visto che il decreto si rifaceva alla consuetudine, anche da prima). Per quanto riguarda i riti della domenica, il documento conferma quanto sappiamo sullo scioglimento del voto: “[…] poco prima delle dieci si fa la Processione solenne, indi la Messa cantata”.
Lungi dal volerci dilungare sulla descrizione delle giornate della festa, cosa che rimandiamo ad altra sede, vorremo sottolineare che quanto abbiamo descritto fin qui ci permette di capire il senso della nostra devozione plurisecolare alla Madonna.
In un mondo sempre più globalizzato che, insieme a tante opportunità e comodità, ci porta ad un appiattimento culturale e in una società in cui gli anziani sono messi da parte, è stato necessario trascrivere questa memoria per evitare di perdere non solo la tradizione, bensì la nostra storia, la nostra identità culturale. La cognizione di noi stessi.
Le tradizioni religiose come la nostra rischiano di perdere il loro significato e i riti diventare qualcosa di meccanico, che si ripete per inerzia senza conoscerne il significato. Ma i riti sono stati concepiti dall’uomo, ispirato da Dio, per diffondere i valori cristiani agli altri uomini.
La festa di Zuradili nasce da una richiesta d’aiuto dell’uomo a Dio, alla quale Dio ha risposto con la salvezza. Questo sta alla base del voto e della complessa ritualità che ogni anno sciogliamo. Se noi lo dimenticassimo, nulla avrebbe più senso, ogni cosa, ogni atto diverrebbe una triste e noiosa ripetizione. Al contrario i nostri padri e le nostre madri diedero vita alla festa e la ritualizzarono perché i posteri non dimenticassero: il sacrificio dei martiri che la malattia aveva mietuto; il legame con la terra d’origine e i valori potentissimi appresi in quella terribile circostanza.
Pertanto ogni edizione della festa deve portarci ad un risveglio delle forze morali, in modo che si possa praticare il bene in ogni situazione della vita sociale e personale.
Dott. Luca Pompianu
Questo estratto fa parte del capitolo sulla Festa della Madonna di Zuradili del redigendo Vademecum sulle Feste e Tradizioni religiose di Marrubiu.
Fonti:
Archivio I.C.M, Intergruppo Cultura Marrubiu.
Archivio Storico Diocesano, Oristano.
Bibliografia parziale:
Manconi F., Castigos de Dios. La grande peste barocca nella Sardegna di Filippo IV, Roma 1994.
Meloni I., Marrubiu. Territorio e Tradizioni, Ghilarza, 2003.
Medda A., Pompianu L., Monumenti Aperti Marrubiu, Marrubiu, 2015-2017.
Pompianu L., Vademecum sulle Feste e Tradizioni religiose di Marrubiu, in corso di pubblicazione

























