
in questi giorni di particolare intensita’ per la nostra fede l’articolo che segue, con le provocazioni che contiene, ci invita ad una seria verifica nelle motivazioni profonde del nostro credere e celebrare la fede, specialmente in riferimento al tesoro più grande che abbiamo nella chiesa: l’eucarestia.
di Guillermo Jesús Kowalski
All’interno della Chiesa si verificano fenomeni che non possono essere interpretati ingenuamente. Non basta assistere a concerti di giovani entusiasti o a lunghe ore di adorazione per concludere che stiamo assistendo a una rinascita della fede. È scomodo dirlo, ma ciò che appare come un rinnovamento potrebbe in realtà essere una regressione spirituale accuratamente mascherata.
E uno dei segni è quello che potremmo definire «il sequestro del Santissimo Sacramento».
Non perché l’adorazione eucaristica sia messa in discussione. Al contrario. Noi che crediamo nella presenza reale di Cristo sappiamo che è un immenso tesoro della Chiesa. Ma proprio per questo ci addolora – e molto – vedere come, in non pochi contesti, venga utilizzata indiscriminatamente, superficialmente e al servizio di una spiritualità privatizzata che ha poco a che fare con il Vangelo. E che manipola questa Presenza per sminuire le altre presenze reali di Cristo.
Ricordiamo l’«Adoro Te Devote»: «At hic latet simul et humanitas» («Ma qui si cela anche l’Umanità»), non solo Dio, non solo la Trascendenza, ma l’umanità incarnata e solidale con tutti gli esseri umani. Specialmente con coloro che sono trattati «inumanamente», i crocifissi del mondo, associati dal Signore alla Croce. «È la forza e il potere del ‘divino’, posto al servizio dell’‘umano’». (José María Castillo).
una fede intensa…ma senza incarnazione
Si moltiplicano gli incontri in cui l’esposizione del Santissimo diventa il centro assoluto ed escludente. Il Sacramento non solo viene utilizzato per legittimare il gruppo, ma viene escluso anche l’interesse per le grandi opzioni della fede cristiana. Tutto sembra trovare lì la sua giustificazione.
Si parla molto di fede, ma che tipo di fede si sta generando?
Perché in molti casi ciò che emerge non è una fede più matura, più impegnata o più evangelica. È una fede:
- emotivamente intensa,
- teologicamente debole,
- socialmente irrilevante.
Una fede che sente molto… ma che trasforma poco. Che adora molto… ma si impegna poco. E così l’adorazione non è più un incontro con il Cristo reale e diventa un’esperienza spirituale autoreferenziale nata dall’immaginazione di un gruppo sociale privilegiato.
la “tridentizzazione” della devozione
Ciò si allinea con un fenomeno più profondo: una sorta di retro- «tridentizzazione» della vita spirituale.
Non nel senso serio di un recupero liturgico ben fondato, ma nel senso di una sacralizzazione di pratiche devozionali che assolutizzano forme del passato senza assumere lo sviluppo teologico della Chiesa, la dinamica del Concilio Vaticano II e l’attuale magistero pontificio.
La solennità viene esaltata senza comprensione, il rito senza processo e l’emozione senza discernimento.
E, soprattutto, si costruisce una spiritualità in cui l’importante è «stare davanti a Dio»… anche se questo stare non ha conseguenze nella vita perché questo «Dio» non si interessa dei poveri.
È così che nasce una religione che non mette in discussione la realtà, non interpella le strutture ingiuste e non mette a disagio nessuno. Una religione perfettamente compatibile con la vita agiata di coloro che frequentano di solito questi raduni, una religione che dimentica un mondo ferito da ingiustizie sistemiche.
una spiritualità funzionale al benessere
Ed ecco uno dei punti più delicati.
Questo genere di pratiche trova spesso terreno fertile in settori che si sentono a proprio agio con il mondo così com’è. La loro matrice integrista è una delle peggiori ideologie o «ismi», come spesso li chiamano. Tendono a denigrare coloro che parlano di giustizia sociale, di disuguaglianza o di povertà strutturale come sospettati di «comunismo» o di «teologia della liberazione». (Va chiarito che quest’ultima non è mai stata condannata ed è stata sostenuta da papa Leone XIV, vicino al suo fondatore, Gustavo Gutiérrez).
È molto più semplice rifugiarsi in una spiritualità intensa, emotiva e apparentemente profonda… ma che non richiede una trasformazione reale e che tranquillizza la coscienza.
Perché impegnarsi per la giustizia implica cambiare stili di vita che sono in contrasto con la vita austera di Gesù.
Rivedere privilegi personali e di classe attraverso esercizi di autocritica
Non vivere più voltando le spalle alla sofferenza altrui, immersi in un consumismo ostentato ed escludente.
Così, l’adorazione diventa un raffinato passatempo di evasione.
obbedienza senza ascolto
Un altro aspetto irritante di questi ambienti è la loro ignoranza del magistero. Si professa fedeltà al papa e alla Chiesa.
Ma nella pratica, si ignora sistematicamente l’orientamento pastorale e teologico dei papi Francesco e Leone, soprattutto in tutto ciò che riguarda:
- L’opzione per i poveri, per gli immigrati, per le vittime di ogni genere.
- La critica all’economia che uccide, alle guerre e alle forme naturalizzate di violenza come le polarizzazioni e i messianismi populisti (ai quali spesso aderiscono con fervore).
- L’appello a una Chiesa in uscita verso le periferie come un ospedale da campo.
- La denuncia del clericalismo e degli abusi all’interno della Chiesa.
- La dottrina sociale della Chiesa nella sua formulazione attuale.
A volte si cita ciò che è conveniente… ma non si assume il tutto.
E allora si verifica una frattura silenziosa: un cattolicesimo che mantiene forme di fedeltà esteriore ignorando il nucleo della conversione evangelica.
RINASCIMENTO O RIITORNO AL PEGGIO?
Alcuni presentano questi movimenti come «un ritorno alla fede», come un segno di speranza di fronte alla secolarizzazione.
Ma: a quale fede stiamo tornando? Perché non ogni ritorno è progresso, né ogni religiosità è evangelica.
Quando la fede si riduce ad emozione senza profondità, a rito senza vita reale, ad adorazione senza impegno, corre il rischio di diventare ciò che è stato denunciato tante volte: una forma di «droga religiosa».
Non nel senso semplicistico di negare la spiritualità, ma piuttosto un’esperienza che calma, che consola e che suscita emozioni… ma che non trasforma la realtà né mette in discussione le ingiustizie. È semplicemente un’evasione emotiva intimista, una privatizzazione della fede da parte di «gruppi eletti».
il cristo che adoriamo e quello che ignoriamo
Qui emerge la contraddizione centrale.
Si afferma con forza la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, ignorando al contempo la sua presenza nei poveri.
Il silenzio davanti al Santissimo viene scrupolosamente mantenuto. Ma non si ascolta il grido di chi soffre.
Vengono organizzate lunghe ore di adorazione. Ma non c’è tempo per l’impegno.
E quindi la domanda è inevitabile: quale Cristo stiamo adorando?
Perché il Cristo del Vangelo non si lascia frammentare. Lo stesso che è nella particola è colui che ha detto: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35), che ha proclamato beati gli oppressi e ha deplorato la cecità dei ricchi. Che ha benedetto il Samaritano che si è preso cura dei feriti ed ha messo in luce l’insensibilità dei «religiosi».
riscoprire l’eucarestia da riferimento identitario a cibo oer il cammino
Riscoprire l’Eucaristia: da «oggetto identitario» a cibo per il cammino.
L’Eucaristia non è stata istituita per essere privatizzata da gruppi ristretti dediti all’autocompiacimento spirituale.
È stata data come pane per il cammino, cibo per il Popolo di Dio pellegrino nella Storia.
Come ci ricorda papa Francesco, non è un premio per i perfetti, ma alimento per i deboli (EG 47).
Questo cambia tutto.
Perché allora l’adorazione deve essere l’inizio di una vita donata, incarnata e dedicata agli ultimi, che sono i prediletti di Dio per il suo Regno inclusivo.
conclusione
Potrebbe essere scomodo dirlo, ma è necessario:
- Non ogni adorazione è cristiana.
- Non ogni devozione è evangelica.
- E non tutto ciò che sembra fervore è vera fede.
Il Santissimo Sacramento non può essere sequestrato da dinamiche che lo separano dal Vangelo che gli conferisce significato.
Perché il Cristo che adoriamo non rimane sull’altare.
Esce.
Si espone.
Si dona.
E ci aspetta, sempre, fuori dalle nostre campane di vetro.
Lì dove la vita soffre.
Lì dove la fede si trasforma in impegno.
Lì dove l’Eucaristia cessa di essere un oggetto autoreferenziale…e torna a essere pane per il mondo.
Articolo pubblicato il 23.3.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

























