La testimonianza di Alessio e la benedizione dei papà e dei figli

Giovedì 19 marzo 2026, solennità di San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, a conclusione delle Quarantore, si è svolta in Parrocchia la celebrazione con i papà e dei bambini/e e dei ragazzi/e della nostra parrocchia e che frequentano i percorsi di catechesi.
Un semplice momento di preghiera durante il quale i papà hanno benedetto i figli, i figli hanno benedetto i papà e don Alessandro a, conclusione della celebrazione, ha benedetto la Comunità, famiglia di famiglie.
Anche quest’anno abbiamo condiviso questo appuntamento molto gradito dalle famgilie. Abbiamo espresso la nostra gratitudine per sentirci famiglia che nella fede, riconosce Dio come unico Padre.
La testimonianza di Alessio Rais, giovane papà di Edoardo e di Vittoria e marito di Paola, che ci ha offerto una sua testimonianza, celebrazione vorrebbe essere un invito e uno stimolo per tutti i papà e le famiglie, a considerare il fascino e il mistero di un servizio che più dello stesso ministero ordinato e complementare a questo, è a servizio della vita in tutte le sue espressioni.
Ringraziamo Alessio e la sua famiglia per aver accettato il nostro invito e per averci trasmesso il testo della sua testimonianza richiesto da alcuni dei presenti alla celebrazione.

* * *

C’è una cosa che ho capito lavorando con i ragazzi.

Passo gran parte delle mie giornate con adolescenti: giovani che stanno cercando di capire chi sono, quale strada prendere, che senso dare alla loro vita. Quando parlano dei loro problemi, raramente iniziano dicendo: “ho un problema con mio padre”.

Parlano della scuola.
Degli amici.
Delle paure sul futuro.

Ma se li ascolti davvero — e per ascoltare davvero servono tempo, pazienza e il coraggio di non riempire subito i silenzi — prima o poi emerge sempre qualcosa di più profondo.

Arriva una frase.

Una frase che non fa rumore, ma pesa.

“Non so se mio padre sarebbe fiero di me.”
“Non penso che mio padre capirebbe.”
“Non voglio deluderlo.”

E ogni volta, davanti a queste parole, mi accorgo di una verità che non si può ignorare:

un padre non smette mai di abitare la vita dei figli.

Anche quando non è presente.
Anche quando non parla.
Anche quando sembra lontano.

Il suo sguardo rimane dentro.

Diventa una voce.
Diventa una misura.
Diventa una direzione.

E allora capisci che essere padre non è un ruolo.

È una presenza che continua a vivere dentro qualcun altro.


Questa consapevolezza l’ho compresa davvero solo quando sono diventato padre.

E la verità è che nessuno ti prepara.

Nessuno ti prepara al fatto che, quando nasce un figlio, la tua vita smette di essere il centro della tua vita.

Accade qualcosa di radicale: non sei più il punto da cui tutto parte.
Diventi il punto da cui qualcuno può partire.

Cambia il tempo.
Cambiano le priorità.
Cambia il modo in cui guardi il mondo.

E soprattutto cambia il significato della parola “amore”.

Perché l’amore, a un certo punto, smette di essere qualcosa che senti
e diventa qualcosa che scegli.

Ogni giorno.
Anche quando sei stanco.
Anche quando non hai voglia.
Anche quando nessuno ti vede.


C’è un’immagine che porto dentro e che, ogni volta che ci torno, mi rimette al mio posto.

Una sera sono rientrato a casa tardi, dopo una giornata lunga. I bambini stavano dormendo. Sono entrato nella loro stanza in silenzio.

La luce era soffusa.

E li ho guardati.

Edoardo, completamente girato di traverso nel letto, come fanno i bambini…
Vittoria, con le mani vicino al viso, immersa in quella pace totale che solo i bambini sanno avere.

E in quel momento ho avuto un pensiero che mi ha quasi spaventato per quanto era grande:

queste due vite mi sono state affidate.

Non mi appartengono.
Mi sono state affidate.

E lì ho capito qualcosa che non avevo mai compreso fino in fondo:

i figli non sono qualcosa da costruire.
Sono qualcuno da accompagnare.

Non sono un progetto.
Sono un mistero.


E forse è proprio questo il punto più difficile della paternità.

Accettare che non puoi controllare tutto.
Accettare che non puoi decidere tutto.
Accettare che, a un certo punto, dovrai lasciare andare.

Noi possiamo amarli.
Possiamo proteggerli.
Possiamo educarli.
Possiamo correggerli.

Ma non possiamo vivere al posto loro.

E questo, per un padre, è insieme la cosa più giusta
e la cosa più difficile.


C’è poi un’altra cosa che accade quando diventi padre.

Inizi a capire tuo padre.

Capisci i suoi silenzi.
Capisci le sue preoccupazioni.
Capisci che, dietro a tante decisioni che non comprendevi, c’era il peso di una responsabilità che tu non vedevi.

Io ho sempre provato una grande ammirazione per mio padre.

Ma diventando padre ho iniziato a stimarlo in modo diverso.
Più profondo.
Più reale.

Perché ho capito che essere padre significa spesso portare pesi che nessuno applaude.

Responsabilità invisibili.
Preoccupazioni non dette.
Decisioni prese anche quando non hai tutte le risposte.


Ma ho capito anche un’altra cosa, fondamentale.

Non si diventa padri da soli.

Io sono padre insieme e grazie a mia moglie.

E forse uno dei doni più grandi che possiamo fare ai nostri figli non è soltanto educarli bene.

È amarci bene.

Perché i figli non imparano cos’è l’amore da quello che diciamo.

Lo imparano da quello che vedono.

Dal modo in cui ci parliamo.
Dal modo in cui ci rispettiamo.
Dal modo in cui restiamo, anche quando sarebbe più facile andare via.


E allora si comprende perché oggi la Chiesa ci invita a guardare a San Giuseppe.

Giuseppe, nei Vangeli, non parla.

Non troviamo discorsi.
Non troviamo spiegazioni.
Non troviamo grandi parole.

Eppure troviamo qualcosa di immensamente più grande.

Troviamo un uomo che custodisce.

Custodisce Maria.
Custodisce Gesù.
Custodisce una promessa che non ha scelto, ma che ha deciso di amare.

E forse è proprio questa la forma più alta della paternità:

non possedere la vita dei figli,
ma custodirla.


Non so che uomini e che donne diventeranno Edoardo e Vittoria.

Non so quali scelte faranno.
Non so quali strade prenderanno.

E, se devo essere sincero, questa cosa a volte mi spaventa.

Ma c’è una cosa che so.

E che spero di riuscire a lasciare dentro di loro.

Non un consiglio.
Non una regola.
Non un modello da imitare.

Uno sguardo.

La certezza che, qualunque cosa accada nella loro vita — anche quando sbaglieranno, anche quando cadranno, anche quando si perderanno — ci sarà sempre uno sguardo che continuerà a credere in loro.

Perché, in fondo, questa è la missione più grande di un padre:

non essere perfetto,
ma essere presente.

Non avere tutte le risposte,
ma non smettere di esserci.

Essere quello sguardo a cui un figlio, prima o poi, potrà tornare
per ricordarsi
che la sua vita vale.

Alessio Rais