IV domenica di Quaresima ‘Letare’; commento al vangelo: rinascere dallo sguardo


Il commento del vangelo di questa domenica ci viene offerto da Alessandra Muntoni, licenziata in Sacra Teologia Dogmatica, fa parte dell’Ufficio Catechistico della diocesi di Cagliari, operatrice pastorale e catechista presso la parrocchia di San Pietro, ad Assemini. E’ una laica coniugata da 35 anni, mamma di un ragazzo di 33 anni e una ragazza di 27.
Ringraziamo Alessandra per averci permesso di pubblicare sul nostro sito questo suo commento con la speranza di poter avere qualche suo altro contributo.

È Sukkot, le Capanne.
Durante i sette giorni della festa, Gerusalemme si trasforma in una tavolozza di foglie, frutti e luci, per ricordare la provvidenza divina vissuta nel deserto. Al termine, la festa raggiunge il suo apice con il rito dell’acqua: all’alba, i sacerdoti scendono in processione verso la Piscina di Siloe — la piscina dell’Inviato — per attingere acqua in ampolle d’oro.
Risalendo verso il Tempio, accompagnati dal canto dei salmi, quell’acqua viene versata sull’altare come supplica di
pioggia e benedizione, un atto di gratitudine che unisce la terra al cielo, celebrando la gioia della vita che sgorga. Questi riti festosi sono però in contrasto con i tentativi di catturare Gesù, che falliscono sistematicamente;
Giovanni sottolinea più volte che nessuno riuscì a mettergli le mani addosso perché non era ancora giunta la sua ora. Gesù si muove con autorità divina, parlando liberamente nonostante i pericoli e quando la folla tenta di lapidarlo alla fine del capitolo 8, dopo aver affermato la sua preesistenza – Prima che Abramo fosse, Io Sono -, egli si nasconde abilmente, lasciando il
Tempio e sfuggendo alla cattura grazie alla sua signoria sul tempo e sugli eventi.
Ecco che, mentre la luce della festa delle Capanne si spegne Gesù, passando, non va oltre.
Si ferma. Vede.
Incontra un uomo cieco dalla nascita, geneticamente mancante della vista. Questo anonimo mendicante non sarà soltanto il beneficiario di un prodigio fisico, ma l’icona stessa dell’umanità che non ha mai visto la Luce e che ora, come il giovane cieco, è pronta a rinascere. Gesù, non compie una semplice guarigione, ma un atto di nuova creazione. Come in principio, all’alba del tempo, il Creatore impastò la terra, così Gesù sputa e fa del fango con la saliva e la polvere del suolo, poi lo spalma sugli
occhi spenti, unge (epechrisen) quegli occhi con la nuova l’adamàh, la nuova polvere del suolo.
È un gesto intimo ma concreto: l’uomo cieco ora viene ricreato dalla saliva di Dio, condensa del suo respiro. Quel fango, che sembrava ostacolare la vista, diventa il grembo materno su cui si posa il tocco dello Sposo, trasformando il limite della cecità a capacità di accogliere l’Invisibile.
Gesù dà un mandato al giovane: “Và a lavarti nella piscina di Siloe”, la piscina dell’Inviato.
L’uomo cieco, con il fango ancora sugli occhi, diventa il viandante verso la fede.
Obbedendo, si immerge nell’Inviato di Dio, sperimentando così un battesimo che lava via la cecità esistenziale.
Il giovane ora non è solo guarito, ma ricreato, abilitato a una relazione nuova con il Padre. Il fango, scivolando via, lascia il
posto alla capacità di vedere.
La cecità non è quindi una colpa punita, ma il luogo nel quale Dio manifesta le sue opere. Il cieco nato è segno dell’umanità che non ha mai conosciuto la luce e che quindi non sa di aver bisogno di essa. Gesù invece, Luce del mondo, compie l’opera finché è giorno.
L’oscurità, in questo racconto, non è la mancanza fisica della vista, ma la pretesa di vedere degli scribi e dei farisei che, nella loro presunzione, rimangono prigionieri delle tenebre del rifiuto. Al contrario, il giovane geneticamente cieco, limitato e impotente, compie un profondo cammino di fede: la sua vista è trasformata dall’unzione e dal lavacro sugli occhi, riconoscendo Gesù prima come uomo, poi come profeta, infine come Salvatore, culminando nel Credo al Figlio dell’Uomo.
Ecco il percorso iniziatico di ogni battezzato: ogni creatura fatta di fango, lavandosi nell’Acqua Viva dell’Inviato – il Messia -, supera la condizione di mendicante di vita per divenire testimone della luce.

Alessandra Muntoni