Celebriamo il sacramento della Riconciliazione o Penitenza

La Penitenza è “la seconda tavola di salvezza” per i battezzati che si confrontano con l’esperienza del peccato e rinnovano la volontà di camminare come figli di Di

Per vivere la celebrazione del sacramento della Penitenza è importante che sia un momento comunitario e non risulti ‘evento privato’.

Lunedì 16 marzo 2025 alle ore 18.00, celebreremo la Penitenza nella forma comunitaria senza la confessione individuale.
Nei giorni che seguiranno, durante le Quarantore la presenza di padre Stefano e di altri presbiteri sarà occasione per favorire la celebrazione della Riconciliazione nella forma individuale.

Preparazione al sacramento della penitenza

Preghiera
Mio Signore e mio Dio,
tu conosci la mia debolezza,
la mia miseria, il mio peccato
perché sempre mi scruti,
mi conosci, mi provi, mi correggi.
Invia su di me il tuo Spirito santo,
affinché illumini il mio cuore
e io conosca i miei peccati,
mi porti grazia e consolazione
e io pianga le mie colpe,
mi riveli il tuo amore
e io speri nella tua misericordia.
Togli il velo ai miei occhi
e sarò preservato
dal grande peccato dell’orgoglio.
Invito all’esame di coscienza

Caro fratello, cara sorella,

siccome appartieni alle nuove generazioni, tu non sai che cosa sia l’esame di coscienza perché nessuno te lo ha insegnato e trasmesso, ma in realtà esso è un’operazione importante nella vita cristiana, non solo come preparazione alla confessione ma come momento di discernimento sulla qualità della tua sequela del Signore, sulla vita di comunione e di alleanza stretta con lui mediante il Battesimo e costantemente rinnovata attraverso i sacramenti, soprattutto attraverso la Parola e l’Eucaristia.

Che cos’è l’esame di coscienza?

Tu sai che la vita umana e cristiana non può essere semplicemente animata dalla spontaneità, perché nella nostra coscienza, nella nostra esperienza sono radicate due spontaneità: una buona che è via alla vita, che è secondo Dio, e l’altra cattiva che è via mortifera, non secondo Dio. Questi due impulsi, questi due movimenti abitano in noi tutti e quindi noi dobbiamo vagliarli, discernerli in modo da acconsentire agli uni e rigettare, combattere gli altri.
Non si tratta innanzitutto di giudicare la moralità delle tue azioni, buone o cattive, ma di discernere come il Signore muove, anima, ispira, guida la tua vita e come tu acconsenti a questa sua signoria sii di te. Si tratta di vedere ciò che accade nella tua coscienza, nella tua vita interiore, prima di giudicare le tue azioni come buone o cattive: cioè di vedere come cresce la tua comunione con Dio o come tu ti allontani da lui che è la tua vera vita.

L’esame di coscienza è dunque un tempo di preghiera e non un’introspezione incentrata su te stesso in vista di un autoperfezionismo; è il luogo dell’obbedienza della fede (cf. Rm 16,26), non un moralistico bilancio su te stesso; è il momento dell’ascolto delle vie del Signore così diverse dalle nostre (cf. Is 55,8-9), non l’ordinamento di te stesso secondo le tue vie.

Quando dunque fai l’esame di coscienza, domanda innanzitutto al Signore di illuminarti affinché tu possa con l’aiuto dello Spirito discernere il mistero che è in te: tu sei amato da Dio, sei conosciuto da Dio meglio di quanto tu ora conosca te stesso (cf. 1Cor 13,12), sei custodito da Dio che opera sempre in tutto, attraverso tutto, al di là di tutto. “Tutto coopera al bene di quelli che amano Dio” (Rm 8,28), proprio tutto! Questo è il tuo mistero, i cui tratti solo tu potrai vedere tenendo Dio, tuo Creatore e Padre, davanti a te. Ciò che tu sei, lo sei in comunione con lui: e tu sei una dimora di Dio, sei una “sua parola”, una parola uscita dalla sua bocca e che a lui deve tornare, sei un figlio di Dio, un fratello di Gesù Cristo, un vivente ad opera dello Spirito Santo che è in te!
Non puoi non avere nel cuore sentimenti di ringraziamento: tutto è dono, tutto è grazia. Fin dal giorno del tuo concepimento Dio ti è stato pastore, ti ha preservato dalla morte, ti ha liberato dal male, ha fatto di te un prodigio: riconoscilo e rendi grazie (cf. Gen 48,15-16; Sal 139,13-16).

Con questo spirito di invocazione della luce e di ringraziamento entra dunque nell’esame di coscienza: come opera in te il Signore, come ti ispira, cosa ti chiede, come ti visita? Dio agisce in te intimamente, non attraverso visioni, e tu devi camminare alla luce della fede (cf. 2Cor 5,7), attento all’azione dello Spirito Santo in ascolto della Parola che è efficace presenza di Dio, manifestazione della sua volontà. Come accogli e rispondi a questa comunione che Dio vuole con te? Che consapevolezza interiore hai tu di questa presenza? Che ascolto fai della sua volontà? Che vigilanza attui, che ricettività predisponi, che povertà presenti a questo agire che Dio vuole diventi il tuo agire, cioè l’obbedienza della fede?
Mettiti alla prova, esaminati: riconosci o no che Cristo abita in te (cf. 2Cor 13,5)? Riconosci di essere mosso, motivato, guidato nella tua vita dallo Spirito Santo (cf. Rm 8,14)?

Qui sta il vero esame di coscienza!

Solo dopo questo e a partire da questo puoi anche vagliare le tue azioni: esse sono solo il frutto della vita di comunione con il Signore, non la causa. La tentazione è di invertire l’itinerario dell’esame di coscienza, perché è più facile giudicare moralmente le azioni che compiamo, ma così facendo ci si mette su una strada aperta all’introspezionismo, all’attenzione a sé, alla paralisi della propria immagine, all’errata contemplazione di un bilancio morale fallimentare.
È il Signore che devi contemplare innanzitutto, a viso scoperto, in modo da riflettere in te la sua immagine che sola ti può trasfigurare in quella medesima immagine di Cristo, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (cf. 2Cor 3,18).

Sì, il Signore, colui che tu ami con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le tue forze, ti chiama a una più profonda conversione a lui: questo è l’essenziale. Non ti resta che dire: Kyrie eleison, chiedere al Signore di avere pietà di te povero peccatore, come il pubblicano al tempio e quindi, sentendoti perdonato, camminare verso il futuro pieno di consolazione e di speranza ricordando le parole del Signore: “Non peccare più!” (Gv 8,11). Acconsenti a queste parole e canta, canta le misericordie del Signore in eterno!
Queste righe che ti ho scritto sono solo un abbozzo dell’esame di coscienza, ma lo Spirito che hai invocato e invochi ti guiderà oltre… In te c’è l’unctio magistra, l’unzione ricevuta dal Santo, in te c’è la sapienza! L’unzione ricevuta ti insegnerà ogni cosa: è veritiera, non mentisce.
Tu sta’ saldo in Cristo come l’unzione ti insegna (cf. 1Gv 2,20 e 27)!
Sta’ bene e il Signore ti consoli con la sua misericordia!

un fratello monaco anziano

C. Vanoesch, Gesù e l’adultera (Gv 8,1-11).

“Perdonaci, Signore” – testo di approfondimento

R. LAURITA, Perdonaci, Signore. Per celebrare e vivere la grazia della riconciliazione, (Guide per la prassi ecclesiale 30), Brescia, Queriniana, 2018, p. 6-13.

Avvertenza

Sono passati più di cinquant’anni dalla Riforma liturgica ispirata dai documenti del concilio Vaticano

II. E dobbiamo riconoscere che, nel vissuto del popolo cristiano, per quanto riguarda il sacramento della Penitenza essa sembra passata invano. Le indicazioni del Rituale sono rimaste, su un punto in particolare, lettera morta. Perché? Perché la ricerca e la confessione dei peccati sono rimaste ancorate allo schema dei dieci comandamenti e il riferimento alla Parola di Dio sembra limitato alle celebrazioni nella forma comunitaria che, tra l’altro, non godono più di tanta popolarità.

Non solo. Si è smarrito l’impegno di vivere un percorso di conversione che conduca a riconoscere il proprio peccato e a scoprire la misericordia infinita che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù. Senza questo itinerario autentico quell’incontro di grazia che può cambiare la vita diventa un gesto piuttosto ripetitivo e di sapore magico che non raggiunge il cuore dell’esistenza.

Ecco perché oggi si avverte, da una parte, la necessità di collocare la celebrazione all’interno di un rapporto significativo con il Dio di Gesù Cristo, attraverso la proclamazione della sua Parola, dall’altra il desiderio di vivere un cammino di riconciliazione che non ignora l’importanza della durata, del tempo, del radicamento nella nostra esistenza di peccatori perdonati […].

Il senso del peccato e l’esperienza del perdono

Quando si entra in profondità nella Scrittura e ci si lascia ammaestrare, quando si accoglie la Parola di Dio anche se risulta scomoda, si finisce col riconoscere il male che esiste nel mondo: quello attorno a noi e quello dentro di noi. Il momento che si viene ad attraversare non è facile, e può produrre dei sentimenti contrastanti. Può indurre per esempio al pessimismo, a considerare ogni cosa con sospetto, quasi che tutto sia sporcato, corroso da limiti e da imperfezioni. Può far nascere un atteggiamento ambiguo che consiste nel coprire con abili schermaglie il male che è in noi: si rimane accomodanti con se stessi, si cerca di giustificare la propria debolezza, perché sarebbe troppo duro procedere a sradicare questo o quell’attaccamento ad azioni malvagie, o a situazioni di debolezza ormai diffusa. La fede cristiana è realistica. Non si copre gli occhi di fronte al male che esiste nel mondo, anche se rinuncia a tranciare troppo facilmente giudizi di condanna. Quello dell’adesione al male resta un mistero. Chi può identificare con sicurezza dove frana l’animo umano quando cede alle lusinghe della tentazione? Giustamente i discepoli di Cristo parlano di uno “spirito del male” all’opera per creare ostacoli davanti ai credenti. Essi vedono nel peccato qualcosa che ha a che fare con la presenza astuta di qualcuno che induce a rovinare se stessi e gli altri.
E tuttavia, nel contempo, la fede cristiana è anche ottimistica. Lo “spirito del male” non ha mai assunto sembianze divine. Lungi dal cristianesimo la presentazione della storia del mondo come la sequela di una lunga contrapposizione tra dio del male e dio del bene..
Cristo ha vinto il male, ogni espressione dello spirito del male – e in particolare la morte – proprio con la sua morte e risurrezione. A partire da Cristo è possibile pensare la storia degli uomini all’insegna della speranza. Il male è già stato sconfitto, anche se non è ancora debellato del tutto. È questione di tempo. Un giorno il Signore risorto ritornerà e porterà a compimento il disegno di salvezza del Padre.

A questo punto, proviamo a vedere da vicino che cosa accade a chi intende compiere un percorso che parte dalla coscienza del male presente nel mondo e approda all’esperienza del perdono.

Il male c’è, e mette radice anche dentro di noi

Questo momento costituisce il punto di partenza. Si apre gli occhi sulla realtà e si prende coscienza dei suoi aspetti meno belli, anzi addirittura inquietanti. Che cosa è male? Per rispondere a questa domanda non occorre far ricorso ad approfonditi ragionamenti filosofici. Gli effetti del male sono la prova della sua esistenza. Il male, infatti, “fa male”. E non si tratta di una sofferenza passeggera che ha lo scopo di aprire la strada ad una situazione migliore. Non è la medicina amara che permette al malato di ristabilirsi, né il bisturi impietoso che lacera i tessuti ma per togliere la causa dell’infermità. Il male “fa male” nel senso che causa solo distruzione e morte. Devasta, umilia, annienta, rovina i rapporti tra le persone, impedisce di vivere felici e sereni. Talvolta è provocato da un’azione cattiva, talaltra è frutto dell’inerzia, dell’ignavia, di un’omissione grave o, peggio, di un compromesso che offre qualche vantaggio a chi lo stipula…
Se è facile accertare la presenza del male fuori di noi, è molto più difficile ammettere che esso opera anche dentro di noi. Trova rifugio in qualche parte recondita del nostro animo dove fa crescere sentimenti che non sono limpidi né nobili. Fa maturare convinzioni dettate dall’egoismo, fa nascere sospetti infondati…
La scoperta del male che è in noi è tuttavia un passaggio necessario per acquisire una coscienza piena della nostra vita. Finché questo non accade rimaniamo individui che vivono senza discernimento e si nutrono di illusioni. Non conosciamo noi stessi, e quello che è peggio non facciamo nulla per migliorare la nostra esistenza. L’apostolo Paolo ci aiuta in questa ricerca, quando ci porta a considerare i “frutti” provocati dai diversi atteggiamenti: «Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge» (Gal 5,16-23).
Non basta però riconoscere che il male è presente anche dentro di noi, non può essere sufficiente una sensazione generica, che non accetta di identificare il male, di chiamarlo per nome.

Chiamare li il male per nome, e attribuirsene la responsabilità

Nella sua lettera ai cristiani della Galazia, Paolo ha usato un linguaggio molto franco e preciso: ha evocato alcune situazioni che impediscono di essere liberi e felici. Nel contempo ha tratteggiato tutte quelle esperienze che sono portatrici di gioia, di soddisfazione autentica, di piena libertà e cli sviluppo delle proprie capacità più grandi.
Nel momento in cui un individuo acconsente a guardare dentro se stesso, si trova davanti ai diversi modi in cui il male si manifesta ed è chiamato ad identificarli uno per uno, innanzitutto per denunciare la loro presenza, ma poi anche per risalire alla loro radice, e chiarire la sua parte di responsabilità.
Senza cercare scuse, senza voler continuamente difendersi, senza addebitare agli altri la colpa di ciò che è accaduto o sta accadendo.
Si comprende molto bene come questo momento non sia facile. La parola di Dio illumina i recessi, le parti più oscure dell’esistenza e scova i sentimenti inconfessabili, quelli che si tenta di celare anche a se stessi.
In quest’opera di reperimento si prova talora la vergogna di far emergere quello che non si sarebbe voluto vedere: ci sono addirittura dei momenti in cui la luce che Dio offre sembra troppo impietosa, senza alcun rispetto per le cortine fumogene che abbiamo innalzato.
Eppure questo passaggio si rivela alla lunga benefico. Se si è docili alla Parola non ci si rinchiude in un generico senso di colpa e non si perde mai la stima di se stessi. E questo per una ragione molto semplice: Dio non parla mai per umiliarci, ma solo per aiutarci a vivere meglio, per indicarci la strada della vera felicità.
Anche quando veniamo portati per mano ad esplorare l’abisso del cuore umano, dunque, non veniamo abbandonati a noi stessi, e alle nostre scoperte. La presenza di Dio, benevola, misericordiosa, ci sostiene perché non ci scoraggiamo e non disperiamo.
Proprio per questo, dunque, la constatazione lucida e sincera del male che è in noi e della nostra parte di responsabilità ha un esito benefico: nasce il desiderio di essere liberati da ciò che ci impedisce di
vivere bene. La nostra “incapacità” a liberarci, facendo ricorso solo alle nostre forze, la nostra “impotenza” di fronte alle molte seduzioni e ai molti tentacoli del male, non ci sprofonda nella disperazione. Anzi, fa sgorgare un’invocazione generata dalla fiducia e rivolta a Colui che può strappare da noi le radici di ogni malvagità: «Signore, liberami dal male! Mi è divenuta insopportabile la sua presenza. Dal giorno in cui la tua Parola me l’ha fatto riconoscere, non posso più chiudere gli occhi sulle ragioni del mio malessere. Ma da solo non posso salvarmi. Liberami tu!».

Dal senso di colpa al senso del peccato

Anche se l’esito di questo “travaglio” è un’invocazione a Dio, colui che sta rinascendo lentamente ad una nuova vita, nella fede, rischia di restare in una condizione in cui ricorre a Dio solo perché sente di aver bisogno del suo intervento. Una domanda interessata, dunque? Tutto sommato, sì. E questo lo si capisce se ci si pone una domanda che va a scavare più in profondità. Il male ha qualcosa a che fare con me e Dio, con la relazione che io ho con lui? Oppure è solo un’esperienza di fragilità, di debolezza, legata alla natura umana? In altre parole: se ho fatto del male al mio vicino, se ho sospettato ingiustamente del mio amico, se ho negato soccorso a chi me lo chiedeva, tutto questo ha a che fare solo con queste persone – danneggiate o abbandonate a se stesse – o anche con Dio?
Se la Parola è solo una lampada che getta il suo chiarore sull’esistenza umana, tutto si ferma tranquillamente lì. Ma se dietro la Parola – proprio a partire dall’invocazione – si intuisce una Persona, allora si apre un percorso nuovo. Non motivato solo dal bisogno («non ce la faccio da solo»), non generato unicamente dal malessere («non posso continuare a vivere così»). Il senso del peccato, come percezione di qualcosa che è accaduto tra l’individuo e Dio – e non solo tra l’individuo e il suo prossimo – nasce proprio qui. Si avverte che Dio vuole bene agli uomini, che sta dalla loro parte, si riconosce quello che ha fatto per loro in Cristo Gesù e quello che offre anche a me, qui, oggi, e si comincia a misurare lo scarto esistente tra la sua offerta e la nostra risposta. Il senso del peccato non si riduce, allora, alla coscienza di aver infranto in qualche modo i dettami di una legge. E non coincide neppure con la percezione di aver rovinato un pezzo della propria vita o di non esser stati all’altezza della situazione, di non aver corrisposto alle attese. Non può neanche limitarsi alla constatazione amara di un fallimento, dovuto alla fragilità o ad uno sbaglio che si è inserito nella lettura della situazione o nel momento della decisione.
Solo se una persona intuisce di essere in relazione con Dio, solo se si sente legata a lui in alleanza, solo se si colloca all’interno di un rapporto in cui si riceve e si dà, ci si rivela e si attende risposta… si può cogliere cos’è il peccato. E pertanto se Dio è un estraneo, o un essere distante e insignificante per la mia esistenza, se tutt’al più è considerato il guardiano della legge, che assicura il premio e il castigo, non ci può essere coscienza di peccato, perché non c’è esperienza di amore, di fiducia, di collaborazione.
Nessuno si sente in colpa per aver dimenticato il compleanno di un estraneo. Se con quella persona non si ha alcun rapporto di conoscenza e di amicizia, se non c’è nulla tra me e lei, non c’è neanche l’obbligo di ricordarsi di lei, di compiere un gesto di affetto o di amicizia. Ma chi, invece, non si sentirebbe in colpa per aver dimenticato il giorno del compleanno del proprio padre o della propria madre? Eppure la dimenticanza sembra essere una forma molto ridotta di male! Che cosa c’è di grave nel non essersi ricordati? Solo una coscienza attenta può segnalare una cosa di questo genere… E tuttavia se si segue il dettato del cuore, delle regole dell’amicizia e della fraternità, della riconoscenza e della consuetudine, la dimenticanza diventa una delle forme più gravi di male. In fondo non ricordarsi di uno significa far proprio come se non ci fosse e come se non contasse ai nostri occhi.

«Ho peccato contro di te…»

Conosciamo tutti la storia del figlio che si è allontanato di casa. Conosciamo tutti quanto sia amara per lui la constatazione del fallimento più completo: lontano dalla sua terra, senza soldi, in mezzo ai pagani, ridotto al punto di contendere il cibo a dei porci, animali impuri. Che cosa muove quel giovane a tornare alla casa di suo padre? È senz’altro la fame, il ricordo del pane che suo padre dava con abbondanza anche ai servi. Eppure non si tratta solo di questo. E quel giovane lo esprime bene quando prepara il discorso da tenere al padre: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre» (Le 15,18-19).
In quel momento egli “rientra in sé”: riconosce di aver peccato non contro le regole di una vita onesta e neppure contro i dettami della gratitudine, ma “contro” suo padre, contro il suo amore, contro la sua generosità. E di aver peccato anche contro Dio. Di aver tanto peccato da non poter più vivere da “figlio”; dopo aver così tradito l’amore ricevuto.
L’esperienza che qui tentiamo di descrivere non è facile: è significativo che la parabola indichi una serie di azioni e di atteggiamenti che portano verso la constatazione più importante: il figlio si accorge per la prima volta dell’amore del padre e davanti a suo padre, riconosciuto finalmente come tale, confessa il suo errore come un’offesa nata dalla durezza del suo cuore e dalle sue scelte sconsiderate.
Dalle sue parole è facile intuire la vergogna per il male compiuto, la tristezza per il dispiacere arrecato, la coscienza della propria indegnità. Dietro la sua confessione c’è dunque un malessere reale che non deve essere taciuto: questo travaglio è necessario perché prepara ad accogliere con riconoscenza il perdono donato con larghezza, la reintegrazione in uno stato precedente all’esperienza del male.

Confessarsi davanti ad un ministro della Chiesa

Quest’ultimo passaggio presenta non poche difficoltà. Quante volte abbiamo sentito delle obiezioni molto vivaci al proposito. Perché dovrei andare a dire le mie cose personali ad un uomo, che sbaglia come me? Perché non posso vedermela direttamente con Dio? Perché devo passare attraverso l’umiliazione che si prova nel riconoscere davanti ad un altro le proprie debolezze?
E in effetti, perché non riconoscerlo? Sarebbe molto più facile e più comodo evitare questa deviazione che conduce all’incontro con un prete. Incontro che mette a dura prova l’orgoglio di ognuno, ma nello stesso tempo permette di fare l’esperienza di una salvezza che viene offerta non – per così dire – direttamente, ma servendosi di altre persone fragili come noi e tuttavia destinate ad un ministero specifico, all’interno di una comunità ben visibile di uomini e di donne che hanno aderito a Cristo.
Ma il fatto che la salvezza venga realizzata attraverso l’azione di uomini non sottratti alla debolezza umana, e attraverso l’uso di elementi materiali (come l’acqua, l’olio, il pane, il vino…) provoca le reazioni più diverse. Alla logica dell’Incarnazione, che non rifiuta di servirsi di uomini e cose segnati dalla fragilità e dall’ambiguità, gli uomini sembrano spesso preferire una sorta di contatto immediato con Dio, che evita di passare attraverso persone e cose. Questo percorso che molti immaginano come più “puro” ed immune da commistioni ed errori, non è però quello scelto da Dio che nel suo Figlio Gesù ha deciso di “sporcarsi” con la storia degli uomini dal momento che è diventato anche lui un uomo.

Chiedere e ricevere il perdono di Dio

È il momento culminante dell’itinerario di conversione e di riconciliazione e per molto tempo si è corso il rischio di isolarlo e di farlo percepire come l’unico, o comunque il più importante. Non si è finito col chiamare “confessione” quel sacramento che veniva invece designato come “penitenza” o “sacramento del perdono” o “riconciliazione”?
Senza aver compiuto i passaggi che abbiamo brevemente delineato, la richiesta di perdono può divenire un atto sgradevole o frettoloso o epidermico, in ogni caso inadeguato nei confronti di un’offerta di grazia capace di rigenerare. E nulla risulta più deteriore di un gesto che col tempo finisce per apparire imbarazzante, ripetitivo o comunque inutile… Del resto la “malattia” che ha finito col corrodere la pratica del sacramento della Penitenza trova proprio nella fretta e nella superficialità della domanda di perdono una delle cause principali.
Non si dovrebbe sottovalutare il fatto che, nella forma di celebrazione più diffusa del sacramento della Penitenza che è quella individuale, alcune dimensioni importanti dell’esperienza cristiana del perdono non sono direttamente percepibili. Offrire solo questo tipo di celebrazione comporta non pochi limiti. Si rischia di non educare al senso del peccato, che ha una dimensione di alleanza e dunque con riferimento comunitario, limitandosi a coltivare il senso di colpa individuale. Per non parlare del rapporto con la Parola, spesso assente, e di altri aspetti ancora.
Come avviare una progressione che tenga conto della riflessione offerta nella prima parte di questo intervento? I catechismi per l’iniziazione cristiana dei fanciulli non sembrano avere dubbi: essi partono da una celebrazione comunitaria della Riconciliazione per approdare un po’ alla volta ad una proposta “mista” che prevede entrambe le possibilità, quella individuale e quella comunitaria.
Ma come ovviare al rischio di andare a “confessarsi” senza una celebrazione che prevede l’ascolto della Parola, l’esame della vita, un segno di riconciliazione? La riforma liturgica del Vaticano è passata invano se si insiste solo sulla necessità di “dire” i peccati in modo preciso, senza “dimenticarne” nessuno!
Ecco allora quello che suggerisce un catechismo (Venite con me, p. 173) che offre un vero e proprio itinerario per la celebrazione individuale, non senza aver avvertito che di per sé ogni celebrazione sacramentale è comunitaria, perché è «un incontro con il Signore e con tutta la Chiesa, anche quando lo celebriamo da soli con il sacerdote».
Perché segnaliamo questa pagina? Perché la riteniamo una “perla” del catechismo. A nostro avviso non era possibile fare meglio. Ecco le tappe (tra parentesi le nostre considerazioni):

  1. Leggiamo o ascoltiamo la parola di Dio e ripensiamo alla nostra vita (collegamento tra parola di Dio ed esame di coscienza: è la luce che viene dalla Parola a farci riconoscere il male che è in noi).
  2. Rinnoviamo il dolore dei nostri peccati, perché non possiamo andare a confessarci se non siamo pentiti di tutto cuore (parole come “dolore”; “pentimento”; “cuore” segnalano dove passa e come si esprime il senso del peccato: è un dispiacere che ci afferra dentro, non solo una segnalazione di “sbagli”).
  3. Al sacerdote confessiamo con sincerità i peccati che ricordiamo; lo ascoltiamo con attenzione (nessuno scrupolo per quello che non si ricorda e nello stesso tempo attenzione anche per quello che ci dice il sacerdote, con una sottolineatura sulla sincerità della confessione).
  4. Da lui accettiamo un impegno di penitenza da compiere con fedeltà (il perdono di Dio riattiva in noi un’energia nuova, non ci esonera dal riparare al male compiuto, né dal tendere con maggiore generosità verso il bene).
  5. Dopo aver domandato perdono al Signore, riceviamo l’assoluzione nel suo nome e lo ringraziamo (evidenti i diversi “passaggi”: una preghiera di domanda – e sono ottimi i suggerimenti forniti nella stessa pagina -, la risposta di Dio nell’assoluzione dal peccato, la gratitudine attraverso una preghiera di ringraziamento).
  6. Il sacerdote ci dà il saluto di pace (una pratica che rischia di essere ignorata!).
  7. Rimaniamo raccolti qualche minuto per dire grazie al Signore e poi torniamo sereni alle nostre occupazioni (non dunque un sacramento “mordi e fuggi” che si esaurisce nel dire i peccati e nel ricevere l’assoluzione, ma un “tempo congruo” per raccogliersi, per pregare, per continuare il cammino cristiano).