
Pietà di noi,
Signore,
pietà di noi.
Tu sei la
nostra speranza,
non saremo
confusi in eterno.
La fine di un anno costituisce una preziosa occasione per rileggere il tempo trascorso, esaminare come credenti la profondità del nostro cuore e aprirci al nuovo che verrà, con maggiore fiducia e speranza.
Nei giorni scorsi anch’io ho cercato di soffermarmi per riflettere, passando in rassegna i mesi dell’anno.
Sono tante le suggestioni che hanno provocato la mia riflessione come uomo e come prete al servizio di questa Comunità.
Tra i tanti stimoli mi sono soffermato sul Giubileo appena concluso in relazione al tempo. Il Giubileo della Speranza ha suggerito che gli anni non scorrono via tutti uguali. Nel Levitico si parla di un “anno giubilare”: ogni cinquant’anni tutto veniva azzerato e si ricominciava da capo. Era un grande “reset” periodico, in cui si riconosceva che tutto (terra, beni, tempo, libertà) è dono di Dio, non conquista definitiva dell’uomo, cui veniva ricordato che nulla di ciò che abbiamo è nostro veramente. Il Giubileo ci ha ricordato che siamo tutti debitori davanti a Dio. Ecco, a conclusione di questo anno, credo che tener presente questa dimensione possa aiutarci a trovare la nostra giusta collocazione davanti a Dio e davanti ai fratelli. San Paolo nella lettera ai Romani afferma “Siate debitori gli uni verso gli altri” (Rm 13, 8). Questa sera, ponendoci come Comunità davanti a Dio, non possiamo non riconoscere come questo debito ci caratterizza nella nostra fragilità. Io per primo mi sento in debito con voi e vi chiedo la grazia di condonare questo debito perdonando le mie fragilità e aiutandomi ad amarvi quanto ciascuno di voi deve essere amato, non perché bravo o meno bravo, ma perché fratello in Cristo. La fede in Cristo non ci chiede di vivere solo responsabilità e ruoli ma innanzitutto la fraternità.
Mentre riflettevo sull’anno trascorso, mi sono reso conto dell’ostinazione che riscontravo in me. Lo sforzo sterile di chi tenta invano di scrutare l’anno che si conclude tenendo in mano i registri dei bilanci, che continuano a essere impietosi: a livello mondiale le guerre non finiscono, con il loro carico di morte sempre più doloroso; l’indifferenza e l’egoismo crescono.
A livello particolare la realtà della nostra parrocchia che, pur contenendo un tesoro inestimabile, registra un calo non solo nei servizi parrocchiali, ma anche nella stessa vita di fede comunitaria e nella celebrazione dei sacramenti. La stessa vita sociale del paese, caratterizzata purtroppo dalla mancanza di adeguati stimoli culturali, ci fa assistere nelle diverse manifestazioni, al trionfo dell’effimero, del banale e all’inconsistenza di tutte quelle proposte che non soddisfano bisogni profondi ma solo esigenze immediate.
Se approfondiamo le analisi, il quadro rischia di essere ancor più desolante e basta camminare per le vie del nostro paese per accorgerci di diversi segnali di degrado e di una povertà innanzitutto culturale.
L’esperienza di Chiesa che condividiamo trascina con sé una sorta di ‘vecchiume’ non certamente anagrafico, che manifesta quel virus che intossica e inquina tutte le nostre buone intenzioni. L’attenzione al ‘fare’ rispetto ‘all’essere’, in relazione ai diversi gruppi parrocchiali, ci impedisce di crescere nella cura della nostra interiorità, di riconoscere il primato dell’ascolto, della preghiera e della carità come base su cui costruire relazioni feconde all’interno della Comunità. Il ‘fare’ molto spesso fa emergere quella visione concorrenziale della vita che mina la gratuità delle relazioni.
Con questa consapevolezza, finiamo per scambiarci l’augurio più desolante: l’anno nuovo che sta per iniziare dovrà per forza essere migliore.
Il canto Te Deum, che fra un poco intoneremo, ci porterà a ringraziare Dio per i tanti doni che ha riversato nella vita di ciascuno, ed è giusto che sia così.
Ma, raccogliendo il suggerimento dello scorso anno di Papa Francesco, vorremo pregare il Te Deum tenendo presente questa condizione debitoria davanti a Dio e ai fratelli.
E’ solo la consapevolezza del nostro essere debitori a permetterci di affermare realmente che c’è un ordine scritto da Dio nel tempo che passa. E a farci ritrovare quella speranza che avvertiamo sempre più utopica.
La direzione della nostra vita, anche a livello comunitario, può cambiare rotta, non perché ne siamo capaci ma perché, grazie alla fede, permettiamo a Dio di agire in noi. Proviamo allora a cantare il Te Deum guardando avanti molto più che indietro. Facendo nostra l’impazienza dell’israelita del Levitico che conta le ore prima di riottenere il campo che ha perduto. O quella del prigioniero che aspetta l’alba in cui sa che finalmente riotterrà la sua libertà. Proviamo a cantare il Te Deum aperti con più fiducia ai dono del che nel tempo non mancheranno di investire la nostra vita.
Noi ti lodiamo o Dio, perché il tuo tempo è l’ora che ci fa ricominciare.
Questa sera però, oltre al sentirci debitori di tanto bene condiviso, gratuitamente, vorremmo anche esprimere la nostra gratitudine per quello che siamo, nonostante i limiti con i quali ci ritroviamo a convivere. Questo è possibile se lo sguardo sulla realtà si colloca nella stessa prospettiva di Dio, una prospettiva che include tutto il bene possibile in mezzo a noi, per essere così capaci di vedere in profondità,
Maria a questo riguardo ce ne insegna l’arte. Maria osserva e custodisce non il negativo che segna la sua storia, ma quei germogli di speranza. E lei donna sapiente ‘medita’ cioè mette insieme i fatti, gli eventi che vive, cercando i significati più veri e più profondi. Contempliamola nel vangelo appena ascoltato. Maria è capace di mettere insieme eventi e il senso profondo, il significato più vero, più appropriato di tutto ciò che vive.
Proviamo ad affinare lo sguardo per cogliere i tanti germogli di bene che sono promessa di futuro per la nostra Comunità.
Come parroco, credo sia doveroso stasera non solo esprimervi la mia sincera gratitudine per il vostro esserci ma, nonostante la fragilità del nostro tessuto comunitario, guardare con fiducia insieme a voi al futuro perché non saremo soli. Anche in parrocchia ci sono piccoli germogli che rischiamo di calpestare quando la logica dell’autoreferenzialità ci porta a vedere solo noi stessi e a privilegiare il nostro servizio in parrocchia creando di fatto barriere che rallentano il nuovo che avanza.
Anche io, provocato anche da diversi amici che con me condividono l’interrogativo “ma ne vale la pena?, mi rendo conto di come il primato del fare rispetto all’essere può portarci a vivere solo in funzione di noi stessi, dei nostri programmi, delle nostre esigenze. E’ istintivo in ciascuno di noi, davanti al nuovo che timidamente si affaccia in parrocchia, avvertire riserve, qualche forma di paura, di fastidio, di rigidità e qualche volta di intolleranza e che impedisce a chi si affaccia alla soglia della parrocchia di entrarci, gustarne la presenza e godere del dono della fraternità nel sacramento più grande dell’eucarestia che è quello della Comunione fraterna. E’ un limite intrinseco della nostra umanità e può essere affrontato, accordando fiducia.
E’ di grande conforto per me riscontrare il graduale primato dell’ascolto rispetto al ‘fare’ che si manifesta ogni settimana nella graduale riscoperta della centralità dell’ascolto della Parola di Dio attraverso la ‘Lectio Divina’. Rinnovo l’invito a non sottovalutare questo appuntamento che, dove è stato accolto, ha cambiato notevolmente la vita delle Comunità al suo interno.
Tra luci e ombre, la vita della nostra Comunità avanza nel tempo, non perché guidata da uomini di grande carisma, ma spinta dalla forza e dalla potenza dello SS. Questo nostro procedere nel tempo ci porta a vivere con pienezza i diversi momenti e ci stimola all’accoglienza e alla fiducia. E’ con questi sentimenti che salutiamo i 13 bambini e bambine che abbiamo battezzato nell’anno che volge al termine, i 3 matrimoni celebrati, le 27 Prime Comunioni, le 4 cresime e i 51 fratelli e sorelle che godono il volto del Padre nel suo Regno di luce.
Fermiamoci qui e lasciamo spazio alla lode perché, quando nella vita prevalgono troppo le analisi, si corre il rischio di porre al centro noi stessi, lasciando ai margini ciò che invece è veramente importante, senza cogliere il mistero di Dio, che sta sempre ‘oltre’ noi stessi e la fuorviante logica dei numeri.
Ripetiamoci con forza stasera queste due parole: Grazie e ti voglio bene.
Sono parole vere il cui senso è radicato nella profondità della nostra vocazione di uomini e donne chiamati e esprimere l’esigenza più alta e più vera: quella di amare ed essere amati.
Salutiamo l’anno ringraziando e benedicendo Dio per tanti doni di grazia ed entriamo nel nuovo anno con la grande certezza, che Dio non sta sopra di noi ma in mezzo a noi e dentro il travaglio della nostra storia personale e comunitaria. Attraverso il suo Spirito, saremo condotti nei sentieri del tempo perché si compia il mistero della nostra vita.
Marrubiu, 31 dicembre 2025
don Alessandro

























