Futuro della Parrocchia: fine o ripartenza?

Dovremmo chiederci se, oltre a cercare dove è Dio, non sia il caso di interrogarci su dove non è Dio: in quali forme, tradizioni, strutture oggi non si fa più trovare? Crinale drammatico, ma non eludibile, poiché racchiude la madre di tutte le domande: oggi in parrocchia ordinariamente si incontra Dio?».

Attorno a queste domande ruota l’ultimo libro di Sergio Di Benedetto: “Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?” (ed. Paoline, 2025). Quando si parla di parrocchia, scatta quasi un riflesso automatico: si apre il fiume delle lamentele, che non risparmia nessuno. A Messa ci vanno solo gli anziani, i giovani non ci sono, la preparazione ai sacramenti “non funziona”, comandano i preti, qualche laico che ha conquisto un ruolo non lo molla più, le donne non contano niente… Ma poi, quando si cerca la via di uscita, le idee sono poche, inefficaci, a volte divisive. E se il problema nascesse dal fatto che non ci si pone la domanda giusta, per iniziare, e cioè: dove non è Dio nelle nostre parrocchie, nelle forme, tradizioni, strutture di cui è vissuta fino ad ora?

È una domanda che fa soffrire, quasi crudele. Eppure tutto parte da qui, e cioé dall’analisi, o meglio dal discernimento, attorno a quello che non è più in grado di “dire” Dio. Per vedere l’alba, occorre attraversare la notte, e quindi anche capire a cosa dobbiamo rinunciare per fare spazio alla novità. Ovviamente, questo  non è facile, perché fa emergere le paure, le insicurezze, le contraddizioni. Spoilerando, dico subito che per Di Benedetto la ripartenza è possibile, ma a patto, appunto, che si abbia il coraggio di rimettere profondamente in discussione il modello esistente.

Nello sviluppare il suo ragionamento, Di Benedetto si ispira al racconto della pesca miracolosa, che Giovanni ci propone nel suo Vangelo (21, 1-14), nel quale i discepoli, dopo una faticosa notte passata a faticare senza ottenere nulla, accettano il consiglio di uno sconosciuto che dice loro: gettate le reti sul lato destro della barca. Un’apparente assurdità. Ma loro ci stanno, pescano un sacco di pesci (ma le reti non si rompono!), riconoscono Gesù e alla fine mangiano tutti insieme.

Bisogna avere il coraggio di rimettere la barca nell’acqua e ricominciare, ma buttando le reti dall’altra parte. Ma bisogna anche avere quella capacità di ascolto necessaria per riconoscere il Signore Risorto anche quando e dove non ci aspetteremmo di trovarlo.

Non è facile, perché la crisi della parrocchia – e della Chiesa, e della comunità cristiana – è complessa e articolata. Nell’analisi di Sergio Di Benedetto questa crisi ha sette dimensioni: è una crisi di fede, è una crisi di persone (quantitativa, ma anche qualitativa), è una crisi di pensiero (e quindi di capacità di leggere i segni dei tempi), di strutture (troppe, troppo grandi e troppo pesanti da gestire), di linguaggio (nel senso che non sa come comunicare in modo efficace, ma che non sa neanche cosa comunicare per coinvolgere), di credibilità  (troppi scandali, ipocrisie, comportamenti antievangelici), ed è una crisi di identità (che cosa vuol dire essere parrocchia?). Un elenco che potrebbe sembrare scoraggiante: troppa roba da affrontare.

Ma, per fortuna, il punto di partenza è chiaro: l’ascolto, e di conseguenza il discernimento e le conseguenti scelte. L’ascolto che, se praticato onestamente, servirà ad evangelizzarci, prima che a evangelizzare. Perché non si tratta solo di ascoltare – le persone, le situazioni, i cambiamenti – per potere, di conseguenza, trovare parole più efficaci per fare arrivare i nostri messaggi. Non si tratta di fare marketing ecclesiale. Si tratta invece di cercare la presenza di Gesù là dove non l’avevamo mai vista, di riconoscere il modo in cui sta operando e quindi di farci guidare dalle sue indicazioni.

Superare il clericalismo (no, non basta più parlare di “corresponsabilità dei laici”, l’abbiamo già fatto troppo), valorizzare le donne, rianimare la liturgia, far entrare la cultura nelle nostre comunità, ritrovare spazi per il silenzio, abitare i nuovi linguaggi e la rete e così via… Attraversata la notte, le strade che all’alba possiamo intravvedere sono tante e certamente non facili da percorrere, ma possibili. L’elemento comune è dato dall’“Opzione Zaccheo”: espressione che Di Benedetto trae dal racconto dell’incontro di Gesù con Zaccheo (Lc. 19,1), che inizia con l’immagine di Gesù che «entrato in Gerico, attraversava la città».

C’è infatti una città, un territorio, una comunità che il cristiano non può disertare: «Opzione Zaccheo è stare dentro il mondo, è abitare dentro l’epoca che viviamo, custodendo una fede libera e radicata» (p. 142). Il problema non è come o quando predicare. È essere lì, oggi, con disponibilità.

È su questo che può fondarsi una nuova spiritualità, che secondo Di Benedetto è una spiritualità del domestico, della strada, del corpo, del silenzio, della creazione, del cammino. Una spiritualità tutta da costruire, mettendo al centro la fratellanza.

Paola Springhetti