
Il Maestro desidera fare
la cena pasquale con
i suoi discepoli
e vi chiede la sala.
Allora egli vi mostrerà
al piano superiore
una grande sala
già addobbata e pronta”.
Mc.14,4; Lc.22,12
Ogni celebrazione coinvolge i tre elementi: altare, ambone e sede, anche se in modo diverso e articolandoli tra loro crea uno spazio ideale attorno al quale tutto ruota, da cui parte e in cui converge ogni dinamica della celebrazione liturgica.
altare
Gli altari dell’Antico Testamento saranno visti successivamente come prefigurazione dell’altare cristiano, che rappresenta Cristo. Ambrogio vede nella persona di Cristo il sacerdote, la vittima e l’altare. L’altare è il corpo di Cristo. Ignazio di Antiochia parla del radunarsi attorno allo stesso altare che è Cristo: l’altare è punto di unità e fonte di ogni grazia. Anche Agostino dice che per tempio e altare si intende Cristo stesso.
E’ lui che santifica il tempio e le offerte sull’altare. Per mezzo di lui offriamo le nostre lodi e i nostri sacrifici di preghiera Dionigi l’Areopagita dice: “Il divinissimo nostro altare è Cristo”.
L’altare al centro della liturgia L’associazione della mensa eucaristica con la pietra su cui il patriarca Giacobbe posò il capo (Gen.28,18) e con la roccia dalla quale Dio fece uscire l’acqua per dissetare gli Israeliti (1Cor.19,4), motivò la graduale trasformazione da mensa di legno ad altare di pietra. L’altare diviene, così, fisso.
L’altare è prima di tutto la mensa del Signore. La sua funzione richiama quella della mensa del Cenacolo, dove Gesù celebrò la sua Pasqua o quella tavola nella casa di Emmaus (Lc.24,27-31), dove i discepoli riconobbero il Signore nello spezzare il pane.
Partecipare alla mensa del Signore significa avere comunione con lui (1Cor.10,16 21) e, per mezzo di lui, con il Padre.
Radunarsi attorno alla mensa vuol dire radunarsi attorno a Cristo e attingere alla sorgente della vita. L’altare è una mensa attorno alla quale la famiglia di Dio si raccoglie per prendere il cibo, pane della vita e calice della salvezza.
Della mensa deve conservare l’aspetto e la suppellettile. Il Padre ha unto Cristo con lo Spirito Santo per compiere l’opera della salvezza. La Chiesa unge col Crisma l’altare perchè rappresenta Cristo. Per questo motivo l’altare è fatto oggetto di molti segni di venerazione, come l’inchino, il bacio, l’incensazione, l’omaggio floreale e altri. Lui, Cristo, è l’unico altare dei cristiani, perciò l’altare non può essere che unico e di pietra, “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” (Atti 4,11).
L’altare di pietra anticamente era molto piccolo, sufficiente a contenere i doni eucaristici, di forma quadrata o appena rettangolare. La motivazione si ritrova in Simeone di Tessalonica, che afferma: “La mensa è quadrangolare, perchè da essa si sono nutrite e sempre si nutrono le quattro parti del mondo”. Ecco perchè si predilige l’altare a forma quadrangolare, la cui centralità deve essere evidente e non deve essere oscurata nè dalla sede, nè dall’ambone o da suppellettili varie poste sopra di esso.
L’altare è generatore dell’architettura: da esso parte e ad esso ritorna tutto l’itinerario sacramentale. Il presbiterio viene a configurarsi quasi come uno spazio di dilatazione dell’altare.
L’altare ‘versus popolum’ è il fatto emblematico della riforma conciliare, unitamente all’introduzione della lingua viva. “L’altare è il punto centrale per tutti i fedeli, è il polo della comunità che celebra” (PNC 8).
Non può essere quindi un semplice arredo, un oggetto utile alla celebrazione, ma è segno permanente della presenza di Cristo sacerdote e vittima, mensa del sacrificio e del convito pasquale (PNC8; ACRL 17).
Per questo è necessario che sia ben visibile da tutti, affinchè tutti si sentano in rapporto con esso. La centralità dell’altare di cui parla l’Istruzione, però, non va intesa “in senso letterale e statico, ma sacramentale e dinamico e quindi l’altare non va collocato nel centro geometrico dell’aula, ma in uno dei suoi punti spazialmente eminenti” (ACRL 15).
La sua collocazione deve essere strategica, poichè ad esso e attorno ad esso devono essere pensati e disposti i diversi spazi significativi, pertanto ogni chiesa richiede soluzioni concrete diverse a seconda dell’insieme architettonico e dello spazio a disposizione. L’assemblea è polarizzata attorno all’altare (OGMR 303), che deve quindi essere: unico e collocato nell’area presbiteriale (l’unicità gli restituisce tutta la sua forza simbolica) – – – rivolto verso il popolo e praticabile tutto intorno (le sue facce devono essere tutte egualmente importanti) proporzionato all’area presbiteriale (assicura la funzione di ‘focalità’ dello spazio liturgico solo se di dimensioni contenute) fisso e preferibilmente di pietra naturale, comunque mai di materiali trasparenti, che compromettono l’evidenza dell’altare e ne rendono evanescente il segno (ACRL 17).
Credenza
La credenza non è un oggetto liturgico; il suo scopo essenziale è servire per appoggiarvi gli oggetti sacri usati durante la celebrazione. Sebbene non sia un elemento liturgico la credenza è stata considerata una specie di estensione dell’altare, poichè ci si appoggia il calice, la patena, le ampolle, ecc…
Essa sarà semplice nella forma e la sua posizione deve essere funzionale, ma nello stesso tempo deve armonizzare con il resto del presbiterio. La credenza non deve servire ad ogni uso, nè essere usata per conservare i libri dei canti o altri sussidi. (PNC10)
ambone
Luogo teologico della Parola è la storia stessa: Dio manifesta il suo progetto negli eventi. La creazione è il luogo del primo annuncio. In essa si compie e si manifesta il volere divino. Dio disse “Sia la luce!” e la luce fu (Gen.1,3-31).
Scorrendo la Bibbia ci viene rivelata la potenza di Dio, resa presente e operante nella proclamazione della Parola. Questa stessa Parola viene proclamata per esortare il popolo alla conversione e a riprendere il cammino dopo la tragedia dell’esilio babilonese (Nee. 8,1-13). Questo testo è molto noto e, oltre a testimoniarci la forza della Parola che coinvolge il popolo, conserva alcune indicazioni sul modo di proclamarla: “Esdra aprì il libro alla presenza di tutto il popolo, perchè stava più in alto di tutto il popolo” (Nee. 8,5).
Un inno a questa Parola di Dio come nutrimento, sostegno e luce per la vita degli uomini, è il monumentale salmo 119: ben 176 versetti, costruiti con il meccanismo dell’acrostico, in modo che ognuna delle strofe contenga uno dei termini che designano la legge: testimonianza, precetto, volontà, comando, promessa, parola, giudizio, via.
Questa rivelazione di Dio è luce ai nostri passi: senza c’è il buio. Da queste e altre radici bibliche derivano le scelte liturgiche e architettoniche sull’ambone.
Ecco allora perchè l’ambone è posto: – – – accanto all’altare: lì si celebra il mistero-memoriale della nuova ed eterna alleanza verso il popolo: quasi a dire che Dio stesso lo viene a cercare e in Cristo Gesù diventa uno di noi, così che la nostra vita può essere convertita e rinnovata in alto: come una luce accesa in luogo oscuro (nelle celebrazioni solenni, alla proclamazione del vangelo gli accoliti portano ceri accesi accanto al Libro). 3.2. Sono interessanti le testimonianze storiche e le formulazioni teologiche del Concilio di Trento. Le realizzazioni risalenti a S. Carlo Borromeo circa il culto eucaristico, hanno concentrato fino ai nostri giorni l’attenzione e la devozione verso l’altare, facendolo unico perno dello spazio architettonico degli edifici di culto. L’altare ha assorbito tutto il rito eucaristico lasciando in ombra altri elementi importanti, tra cui l’ambone. Cartagine offre la prima testimonianza sull’ambone. Il vescovo Cipriano di Cartagine vede un importante simbolismo nel fatto di salire in alto sopra l’ambone e ha lasciato una lettera scritta ai fedeli e al clero, dove descrive l’ufficio del lettore e analizza il luogo dal quale viene proclamata la Parola di Dio, dandone un’accurata descrizione.
Il lettore leggeva dal pulpito collocato in mezzo o a capo dell’assemblea e doveva essere ‘conspicuus’, cioè ben visibile ai fratelli, perchè fosse ascoltato con attenzione.
Colui che proclama la Parola è in alto, come una città posta sul monte o la luce messa sul candelabro; dovrebbe poter dire, come S. Paolo ai Filippesi: “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare” (Fil.4,9).
Questo ci fa comprendere che il lettore non è un ‘tecnico’, ma un testimone. Ministero del lettore: il lettore è un credente; proclamare la Parola nella celebrazione significa aggiungere in qualche modo la propria esperienza a quanto è scritto.
Occorre però conoscere il testo, comprenderlo e poi, tecnicamente proclamarlo seguendo tutte le regole della comunicazione. E’ solo dopo il Concilio Vaticano II, con l’Istruzione Inter Oecumenici del 1964, che ci si pose il problema dell’ambone, affermando che “é opportuno che ci sia l’ambone o gli amboni per la proclamazione delle sacre letture, situato in modo che i fedeli vedano e sentano bene il ministro.
Tale luogo sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile” (IOe 96).
Ai nostri giorni si è tornati all’uso dell’ambone ricollegato al presbiterio, rimettendo in evidenza l’importanza della Parola di Dio in stretta connessione con l’Eucarestia., perchè “la Messa consta di due parti: la liturgia della parola e la liturgia eucaristica tra loro strettamente congiunte da farne un solo atto di culto” (SC 56).
L’ambone nella celebrazione e nello spazio liturgico La celebrazione della Parola può aver luogo anche da sola, senza celebrazione eucaristica, mentre non può avvenire il contrario, in quanto è la Parola di Dio che dà significato al rito sacramentale.
Dall’ambone, perciò, come mensa della Parola “si proclamano unicamente le letture, il salmo responsoriale e il preconio pasquale; inoltre vi si possono proferire l’omelia e le intenzioni della preghiera universale o preghiera dei fedeli. (OGMR 309). [PNC 9; ACRL 18; IOe 96]
L’ambone è dunque un luogo, uno spazio, non un oggetto o un semplice arredo della chiesa. Tutti i documenti dopo la riforma liturgica tendono a ribadire questo concetto, dando disposizioni molto chiare al riguardo. L’importanza della Parola di Dio e la sua recezione da parte dell’assemblea richiedono la valorizzazione del luogo da cui si annuncia tale Parola. Non è quindi indifferente o facoltativo proclamare le letture dall’altare o dall’ambone, con il foglietto invece del Lezionario.
L’Introduzione al Lezionario (nn. 32-34) raccomanda che l’ambone abbia una certa ampiezza, una buona illuminazione per la lettura dei testi e un’acustica tale da consentire ai fedeli di ascoltare comodamente.
L’ambone va collocato in prossimità dell’assemblea, anche non all’interno del cosiddetto ‘presbiterio’, soprattutto deve essere opportunamente distante dall’altare per consentire la processione con l’Evangelario.
Non è accettabile la sistemazione dell’ambone in asse con l’altare e la sede, perché non rispettosa delle specifiche funzioni di ciascun segno. Se in una chiesa antica è presente un ambone monumentale è auspicabile il suo utilizzo “almeno in coincidenza con grandi assemblee o occasioni solenni”(ACRL 18).
Una bellissima espressione dei Padri della Chiesa sintetizza quanto ho detto, quando afferma che l’ambone è “icona spaziale della resurrezione di Cristo”, cioè come un’immagine visibile del Cristo risorto che emerge dal sepolcro e proclama la resurrezione a tutti gli uomini, cioè la vita eterna per tutti mediante il Vangelo.
arch. Micaela Soranzo

























