La nuova sede presidenziale per la nostra chiesa parrocchiale

Lodiamo con voce unanime
il tuo santo nome, Signore, 
e innalziamo a te
la nostra umile preghiera: 
tu che sei venuto
come buon pastore 
per radunare nell’unico ovile
il gregge disperso, 
nutri i tuoi fedeli 
e custodiscili sotto
la guida del tuo Spirito, 
per mezzo di coloro che hai scelto 
come maestri e servitori della verità, 
perché tutti insieme possano entrare 
nella gioia dei pascoli eterni.

(dalla preghiera di benedizione per una nuova sede).

Uno degli interventi, negli ultimi lavori di restauro e di adeguamento liturgico della nostra chiesa parrocchiale che verrà riaperta e benedetta domenica prossima 28 settembre, è la realizzazione della sede presidenziale.
Vediamo in concreto il significato di questo elemento celebrativo che insieme all’altare e all’ambone costituiscono i poli celebrativi di ogni edificio sacro.

La sede. Luogo della Presidenza

 “I presbiteri sono consacrati da Dio, mediante il ministero del vescovo perchè, fatti partecipi in modo speciale del sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscono come ministri di Colui che, per mezzo del suo Spirito, nella Liturgia esercita ininterrottamente la sua funzione sacerdotale in nostro favore.” (Presbyterorum Ordinis n.5).
Il vescovo o il sacerdote, dunque, quando sono alla cattedra o alla sede, sono chiamati ad essere ‘segno’ di Cristo-Capo del suo corpo che è la Chiesa, poichè in forza dell’ ordinazione episcopale o presbiterale essi rendono presente il Signore Gesù e agiscono “in persona Christi et Ecclesiae”.

LA SEDE DEL PRESIDENTE:
Sullo stile della cattedra, ma senza la medesima solennità e importanza, fu realizzata nelle chiese non cattedrali la sede per il sacerdote celebrante; generalmente era un mobile in legno a tre posti, ma di questo seggio né la storia dell’arte, né quella liturgica, ci forniscono documenti sufficienti per un approfondimento del tema.
I banchi nei quali si sistemavano i presbiteri componevano con la cattedra episcopale un solo organismo simbolicamente e liturgicamente specifico e come la sede del vescovo così anche i sedili dei preti furono in legno o in muratura.
La loro disposizione rispetto alla cattedra e all’altare si concretizzò in diverse maniere: la distribuzione più frequente fu quella circolare, quando i banchi con la cattedra al centro furono sistemati lungo la curva absidale e l’altare poco oltre la linea ideale del semicerchio. Un’altra soluzione, forse più antica di quella circolare, fu quella rettangolare: in questo caso la cattedra rimaneva isolata e i sedili erano posti lungo i fianchi laterali.
Storicamente la sede del presidente ha avuto una lenta evoluzione e un simbolismo meno evidente rispetto all’ambone e all’altare, ‘segni’ forti e suggestivi, con una storia liturgica molto ricca e con una radice biblica molto chiara e profonda.
La sede potrebbe essere definita la scoperta del Vaticano II; infatti la sua collocazione è stata una novità rispetto alle consuetudini vigenti prima della riforma liturgica quando, nella celebrazione della Messa, la sede quasi non esisteva. Il sacerdote, in pratica, era sempre all’altare e non stava quasi mai seduto, dovendo spesso leggere lui stesso la Parola. E’ vero che nelle messe solenni si faceva uso della sede per il celebrante, il diacono e il suddiacono, ma più che indicare una presidenza tale uso indicava una posizione di stallo.
D’altronde il sacerdote non ‘presiedeva’ la celebrazione, ma ‘celebrava’ lui solo la liturgia… e il popolo assisteva.
La riscoperta dell’assemblea come soggetto celebrante e quindi la riscoperta della liturgia come azione di tutta l’assemblea guidata e presieduta da Cristo nella persona del celebrante, ha portato alla riscoperta della sede del presidente. Anche in questo caso, dunque, il cambiamento non è stato dettato da semplici motivi estetici, ma è strettamente collegato con la nuova concezione della celebrazione. Attualmente la collocazione della sede deve esprimere il compito del celebrante, che è quello di “presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera. Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e i fedeli riuniti, o se il tabernacolo occupa un posto centrale dietro l’altare.
Si eviti ogni forma di trono.” (OGMR 310). L’accenno al presiedere si trova già nella descrizione della liturgia domenicale di Giustino, laddove afferma che “colui che presiede è anche colui che insegna e offre il sacrificio” (Apologia 1,67). Così pure Agostino sostiene che “è opportuno che durante l’assemblea dei cristiani, coloro che sono preposti alla guida siedano più in alto, affinché attraverso il segno stesso della sede si distinguano dagli altri e si manifesti chiaramente il loro ufficio; non certo perché dalla sede montino in superbia, ma affinché riflettano sulla responsabilità di cui dovranno render conto” Egli parla in nome di Cristo e agisce con la sua autorità: Cristo è presente in lui (SC 7).
La collocazione della sede in alto, centrale, verso il popolo, indica allora questa interazione che si compie tra il Capo e il Corpo, tra Cristo e la Chiesa, tra il presidente dell’assemblea e l’assemblea, tra il sacerdozio ordinato e il sacerdozio comune battesimale.
La sede deve quindi essere valorizzata nel modo che meglio si addice alla struttura dell’edificio. Sia posta in fondo al presbiterio e non in disparte; solo l’ampiezza a volte esagerata e non ben proporzionata del presbiterio può suggerire una diversa soluzione. Comunque la sede non deve essere distante dall’altare, ma sopraelevata rispetto ad esso per offrire al celebrante la possibilità di essere l’effettivo presidente della comunità.
Infatti “la sede esprime la distinzione del ministero di colui che guida e presiede la celebrazione nella persona di Cristo, capo e pastore della chiesa” (ACRL 19).
Poichè la Nota dei vescovi del 1993 designa anche il presidente come parte integrante dell’assemblea dei fedeli, “dovrà essere in diretta comunicazione con l’assemblea dei fedeli pur restando collocata nel presbiterio” (PNC 10).
Comunque dovrà essere unica e non avere forma di trono.
Si deve anche evitare di collocare la sede “a ridosso dell’altare preesistente, né davanti a quello in uso, ma in uno spazio proprio e adatto” (ACRL 19); inoltre non è opportuno che il celebrante volti le spalle alla custodia eucaristica.
Vanno inoltre previsti posti per i concelebranti, il diacono e altri ministranti, ma il presbiterio non deve essere affollato da sedili di varia forma e stile (seggiole, panche, sgabelli), poichè non può adempiere alla sua funzione se forma e arredamento creano un senso di disordine.
Un’ultima considerazione va fatta proprio a riguardo della ‘stabilità’ della sede. Infatti, come la cattedra è segno del vescovo, che assume nella Chiesa le funzioni di presidente dell’assemblea, di guida, di maestro, e a sua volta il vescovo, quando è sulla cattedra, durante le celebrazioni liturgiche è segno della presenza di Cristo, così lo è la sede del presbitero.
Se, dunque, è necessario che la cattedra appaia come il luogo da cui Cristo presiede la liturgia e se questo simbolo non deve perdere la sua efficacia neppure in assenza di celebrazione, così anche la sede del celebrante deve avere una posizione stabile nello spazio presbiterale e non può essere ridotta ad un oggetto che si toglie quando non serve. E’ evidente, quindi, che anche la sede, come già l’altare e l’ambone, va studiata e progettata di volta in volta per quel determinato spazio sacramentale, sistemandola in modo che si trovi in stretta relazione con gli altri poli liturgici, senza tuttavia interferire con essi.

arch. Micaela Soranzo