“Vivo” Il campo estivo ad Assisi con gli adolescenti della Parrocchia

“Vivo” Riconoscere la Speranza
con Francesco di Assisi

Nei giorni scorsi si è conclusa ad Assisi, per un piccolo gruppetto di adolescenti della nostra Parrocchia insieme ad altri ragazzi e ragazze da diverse parti d’Italia, la settimana di spiritualità.

Il campo, organizzato dai frati del Sacro Convento di Assisi, aveva come tema: Vivo. Riconoscere la speranza con Francesco.

In una cultura che tende a relegare sempre più ai margini la dimensione spirituale della vita e della fede, se non addirittura a negarla, questa esperienza, come credo tante altre simili, contribuisce a far emergere il ricco potenziale dei nostri ragazzi e ragazze.

Queste  attività estive, proposte  con fatica da molte parrocchie, non possono essere intese  come opportunità per ‘parcheggiare’ i propri figli o anche semplicemente   come un  viaggio, una  vacanza a tema religioso.

Nei campi estivi si realizza un’esperienza di condivisione della vita nella sua interezza: dal pasto al riposo, dal gioco all’impegno, dalla preghiera al servizio. Emerge la verità profonda dei ragazzi, che riflette il ricco potenziale delle famiglie ma anche le difficoltà, se non l’incapacità, da parte dei genitori  di capire i reali problemi dei propri figli.

Anche questa volta, nell’esperienza appena conclusa, abbiamo riscontrato con stupore come i ragazzi siano affamati di una  vita ‘reale’ a scapito di una dimensione virtuale della loro esistenza. Dimensione vorace, onnivora, che sta prendendo sempre più spazio e che impoverisce, toglie ossigeno alla vita vissuta.

I nostri ragazzi hanno dimenticato di avere con sé un cellulare e si sono tuffati in una esperienza di socialità autentica. Non hanno goduto di comodità garantite ma sono stati liberati da  interferenze inopportune, dall’incessante disturbo di fondo delle notifiche.

Un campo parrocchiale infatti non è una vacanza come le altre. Non c’è Wi-Fi e paradossalmente è proprio questa disconnessione che aiuta  a  strutturare profondamente la persona umana. C’è qualcosa che altrove manca: la possibilità di vivere davvero, di riscoprire il valore delle relazioni con gli altri e anche con Dio.

Relazioni risananti

Ogni volta che abbiamo condiviso un campo estivo, ho visto accadere una piccola rivoluzione. Ragazzi timidi che trovano finalmente la voce. Volti spenti che si illuminano. Cuori chiusi che si aprono lentamente, come finestre dopo un lungo inverno.
Perché succede?
Forse perché quando si condividono la stanza, il pasto,  gli spazi vitali del quotidiano, cadono le maschere.
Non serve più fingere. Ci si rende conto che l’amicizia vera è possibile, che si può stare insieme senza giudicarsi, senza dover sempre apparire e competere.
La nostra esperienza ad Assisi, grazie alla sua dimensione nazionale, ci ha consentito di riconoscere la ricchezza di appartenere ad una regione isolata ma molto spesso ‘isolante’ nelle dinamiche relazionali. Dinamiche tutte nostre che ci portano talora a diffidare, a rinchiuderci in circuiti molto spesso gratificanti ma asfittici e poco inclini al  confronto. Abbiamo riscontrato che un campo interparrocchiale offre maggiori opportunità e stimoli rispetto ad una proposta parrocchiale ma anche diocesana.
Ho sempre creduto che occorra superare, anche a livello ecclesiale, i confini della nostra insularità che non favorisce il ricco potenziale della nostra cultura sarda, anche nei valori che caratterizzano la nostra storia.

I nostri ragazzi, viaggiando col treno, con gli autobus, varcando i caselli autostradali e le metropolitane (a Roma), incrociando volti e conoscendo nomi, hanno allargato orizzonti di vita vera entrando in contatto con molteplici culture.
Condividere per una settimana storie personali nel contesto dell’arte, della spiritualità, della musica, della letteratura e dello sport, ha consentito ai nostri ragazzi di capire che la fede non è un aspetto della vita accanto ad altri, ma una dimensione che permea la vita stessa nel suo misterioso insieme.
La fede dei nostri ragazzi spesso si identifica con dinamiche culturali più legate al passato, incapaci di coniugare questa ricchezza col presente. Le  nostre feste e le nostre tradizioni religiose, se non sono aperte alla forza viva del Vangelo, non trasmettono più nulla se non un vago senso religioso che neppure sfiora la vita.

L’esperienza appena conclusa è stata una scuola silenziosa di fraternità. Una fraternità che avvia processi di guarigione interiore nei nostri ragazzi e che offre una opportunità rara: quella di stare insieme sul serio, lontani dalle vetrine social, dai voti, dall’ansia di prestazione, dalle etichette. I ragazzi hanno vissuto qualcosa che la scuola, lo sport, i social o le mille attività dell’anno spesso non offrono.

Molto spesso, dopo pranzo o dopo cena, è bastato uscire dal refettorio per vedere questa rivoluzione in atto. Ti affacci negli ambienti comuni e osservi: piccoli gruppi di ragazzi che ridono, scherzano, condividono. Qualcuno gioca, qualcuno si rincorre, qualcuno sperimenta la bellezza del primo amore. Poi, poco più in là, due ragazzi parlano a bassa voce: uno piange, l’altro lo ascolta, si abbracciano, si consolano. E poco più in la, un ragazzo è solo, solo con la sua vita, assorto nei propri pensieri e forse nei propri problemi, molto spesso nascosti a noi adulti.  Forse sta ripensando a quanto è stato condiviso nell’incontro del mattino o nei lunghi e spesso faticosi pellegrinaggi a Rivotorto, a Santa Maria degli Angeli, e nelle stradine di Assisi. L’esperienza che i nostri ragazzi hanno vissuto è stata scuola di vita, laboratorio di umanità vera, fatta di sguardi, di gesti, di presenze non virtuali. È preziosa lezione di vita che non si insegna con le parole, ma che si impara vivendola.

Laddove il mondo e spesso le stesse famiglie ci  abituano al “tutto e subito”, la settimana trascorsa ad Assisi, ci ha insegnato a rallentare e a non pretendere. Ci ha allenato a ‘fare la fila’, a saper attendere, ad aspettare il proprio turno per la doccia, a stare in silenzio nei momenti di riflessione e di ascolto di noi stessi e degli altri. Ci ha insegnato che puoi essere felice anche con poco, che una camminata in salita vale più di uno schermo, che un abbraccio sincero resta nel cuore più di cento like e follower. Ha insegnato che il servizio non è una punizione   ma una forma di amore e arricchimento: riassettare dopo il pranzo, raccogliere la spazzatura, alzarsi presto per iniziare la giornata e vivere da protagonisti. Piccoli gesti che – giorno dopo giorno – costruiscono e strutturano la personalità.

il ruolo di noi adulti

Tutto questo chiama in causa anche noi adulti. Perché il campo non è solo un’esperienza educativa per i ragazzi: è anche un’occasione, per noi preti e educatori, per rimetterci in gioco, per imparare di nuovo e talvolta  accettare quegli insegnamenti che anche i nostri ragazzi possono trasmetterci.

Nella ricomposizione della lode di Francesco di Assisi, il famoso Laudato sii, di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni, i ragazzi, a conclusione del campo, hanno attualizzato questa lode alla luce della loro esperienza.
Anche noi adulti, preti, suore, educatori e frati abbiamo aggiunto la nostre lode. Qualche adulto ha scritto: Laudato sii, mio Signore, perché mi dai la grazia di ricominciare, sempre, di nuovo, e di saper attendere i tuoi tempi per me e per i ragazzi che mi sono stati affidati.
Quante volte, nelle nostre relazioni quotidiane, non sappiamo aspettare e ricominciare. Non abbiamo pazienza. Non rispettiamo i tempi dell’altro. I tempi di crescita dei nostri ragazzi. E ancora più spesso, non rispettiamo nemmeno i nostri di tempi: ci forziamo, ci rincorriamo, ci giudichiamo, nella continua ansia di “performare”, di essere all’altezza, di dare di più.
Nel nostro ambiente ecclesiale, poi, questa tensione è spesso aggravata da una logica sottile ma corrosiva: il giudizio dell’altro pesa più di quello di Dio. Così ci adattiamo, ci compiaciamo, perdiamo autenticità. Ma il Signore ci chiama a ben altro: al rispetto  e alla fedeltà verso noi stessi, al rispetto dell’altro, all’attesa fiduciosa dei tempi di Dio. Ecco perché il campo è anche un tempo di riflessione e verifica per noi adulti. Un Laboratorio di verifica sottotraccia che ci rimanda al senso profondo delle nostre responsabilità come educatori. Una pausa che ci costringe a guardarci dentro, a fare verità sulla nostra storia, sulle nostre fragilità, sui nostri errori.
Gli spunti che offriamo ai ragazzi, la condivisione, il perdono, il mettersi in discussione, sono prima di tutto una sfida per noi.
Non possiamo proporli se non li viviamo.
In questi anni, ho visto genitori stupirsi del cambiamento dei propri figli dopo un campo estivo. Ragazzi che erano abituati a vivere nell’agiatezza e spesso nella sregolatezza, nell’egocentrismo improvvisamente tornano diversi, anche se magari per poco, perché poi i nostri ambienti talvolta tossici riassorbono pericolosamente le loro vite.

Queste proposte che molte parrocchie mettono in atto, rovesciano la prospettiva: il metro di misura non è più “io”, ma “io in relazione con gli altri”. Ed è lì che si cresce davvero.

dio non fa rumore

Il campo è anche uno spazio spirituale. Non perché si preghi tutto il giorno, ma perché Dio si fa trovare nei dettagli. In un canto che  commuove, in una parola che  risuona dentro, in un momento di silenzio. In una confidenza inaspettata, in quell’abbraccio che arriva al momento giusto, in una Messa celebrata e che  fa avvertire una presenza ‘altra’, in quel mormorio di un vento leggero (cfr. 1 Re 19,12-13).
Nei campi estivi campo non “si parla di Dio” come a scuola. Lo si incontra. E questo, per tanti ragazzi, è l’inizio o la ripresa di una fede che smette di essere teoria e comincia a diventare vita.

A conclusione di questa esperienza sento di ringraziare, con commozione, gli adolescenti che hanno partecipato. Sono stati un grande insegnamento per me, con la loro spontaneità, bellezza interiore e capacità di amare e di farsi amare.
Un ringraziamento anche agli educatori Ilenia e Andrea che hanno accompagnato, insieme a me, il nostro piccolo gruppo di adolescenti. Senza la loro disponibilità, questa esperienza non si sarebbe potuta realizzare.

L’eucarestia celebrata a Roma, a conclusione del campo, ha portato i ragazzi, guidati dal vangelo del giorno, a esprimere non solo le loro risonanze interiori e le loro richieste ma la ricchezza della loro stessa vita.

don Alessandro

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