“Fate questo in memoria di me”. Rilettura dell’anno: fotogallery e riflessioni

Con la solennità del Santissimo Corpo e Sangue del Signore Corpus Domini, abbiamo concluso l’anno pastorale che ha avuto come costante punto di riferimento questo invito di Gesù: Fate questo in memoria di me!

Cosa abbiamo fatto? con quale spirito lo abbiamo fatto? e con chi lo abbiamo fatto?

Da un tentativo coraggioso di risposta a questi tre interrogativi potrebbe delinearsi la qualità e la profondità della nostra fede. Siamo consapevoli che l’esperienza di Chiesa che viviamo nella nostra Parrocchia ci sta proiettando velocemente nella Chiesa del futuro. Un Chiesa che certamente sarà numericamente ancora più ridotta ma probabilmente con una qualità testimoniale più alta e incisiva.
In queste ultime domeniche abbiamo condivo celebrazioni importanti e festività che dicono la nostra storia, una storia ancorata al passato ma protesa al futuro. Queste occasioni hanno stimolato la mia riflessione e il mio “sogno”.

La parrocchia dovrebbe essere una comunità che non si limita a celebrare, ma che sa nutrire, spiritualmente e concretamente, chi ne fa parte. Dovrebbe essere una parrocchia che offre nutrimento spirituale attraverso liturgie vive, catechesi profonde e una fede che parli alla vita reale.
Dovrebbe essere una parrocchia che si fa prossima alle persone, non solo con iniziative caritative, ma con un atteggiamento di accoglienza autentica di chi timidamente, per un motivo o per un altro, si avvicina o per una richiesta o per esprimere il proprio apporto.. Dovrebbe essere una salutare rete di relazioni per una connessione reale al vero vissuto delle persone.
Dovrebbe essere una parrocchia in cui la condivisione non sia un gesto occasionale, ma il normale stile di vita di chi vi appartiene.
Condividere il pane quotidiano vuol dire condividere le difficoltà economiche e lavorative degli altri parrocchiani (arrivando concretamente con un aiuto monetario e con proposte lavorative dignitose), le fatiche della vita genitoriale, visitare e confortare gli ammalati e i sofferenti, aiutare i più fragili ma anche i più “forti” che credono di bastare a se stessi.
La parrocchia dovrebbe essere “casa comune” dove tutti gli aspetti della vita umana trovino accoglienza e sostegno.

Mi sto convincendo sempre più della relatività e importanza secondaria dei grandi programmi pastorali o caritatevoli; sono convinto che una vita cristiana possa ripartire da semplici gesti del quotidiano che siano espressione di umanità che riconosce il primato delle relazioni su progetti o programmi.
Accudire per qualche ora i figli di un’altra famiglia, condividere un dolce o una bottiglia di vino, visitare un ammalato o un anziano, parlare con una coppia in difficoltà, aiutare in un trasloco o nel risistemare casa, organizzare una partita di pallone di calcio, aiutare i giovani nello studio e credere in loro.

Tutto questo fatto non con spirito “organizzativo” o di matrice “istituzionale” ma con spontaneità e semplicità, come se il problema o la gioia di un altro parrocchiano diventino nostri come il problema o la gioia di un nostro parente stretto. Se nostro figlio ha un problema non facciamo un programma ma ci mettiamo semplicemente ad aiutarlo. E se è contento non organizziamo una riunione, ma gioiamo con lui.

Ho accolto con piacere un un piccolo consiglio rivolto a noi presti.
Spesso ci arrovelliamo su come impreziosire e animare la liturgia, sul creare iniziative che attirino gente, su come organizzare viaggi, raduni, feste, sui Consigli pastorali, i catechismi, ecc.
Tutte cose lodevoli e necessarie, ma credo che alla fine le persone siano attirate molto di più da un sorriso regalato, una dimostrazione di interesse in un momento di difficoltà, dalla vicinanza, anche fisica, nel tempo del dolore.
Sembra che, a volte, noi preti, comprensibilmente presi da molte questioni organizzative e sicuramente molto (forse troppo) stanchi, dimentichino che alla fine i rapporti con le persone si giocano in un faccia a faccia e che, se è vero che “nessuno si salva da solo”, ognuno ha un proprio personale percorso nella sua vita di cristiano e le soluzioni “per tutti’’ hanno valore sono fino ad un certo punto.
Tutto questo, però, non è facile. La realtà pastorale è complessa, i cambiamenti culturali incidono sulle abitudini e spesso anche i migliori progetti faticano a tradursi in pratica. Ci vuole pazienza, visione e soprattutto il coinvolgimento di tutti, non solo di pochi volenterosi.
Domenica scorsa nel Vangelo accolto in occasione delle Prime Comunioni, Gesù nel Vangelo ci ha ripetuto: “Voi stessi date loro da mangiare”. È un invito, ma anche una sfida. Nessuno ha già in tasca tutte le risposte, ma forse possiamo partire da qui: riconoscere che il pane è nostro e non mio, e provare a costruire parrocchie in cui questa verità sia vissuta concretamente, giorno dopo giorno.
Se si riuscisse — io non mi sento all’altezza — a creare una comunità con questo stile, allora i dettagli organizzativi, l’organigramma parrocchiale, perfino la simpatia e talvolta le intemperanze del parroco diventerebbero secondari e superabili. Nel pezzo di strada condiviso quest’anno, da una parte abbiamo sperimentato la forza della fede che ci cambia interiormente, dall’altra la rete invisibile delle relazioni dei timori e delle ansie che generano insicurezza, rigidità, sospetto e diffidenza nei confronti degli altri, soffocando in tal modo il ricco potenziale presente nella nostra Comunità.
A conclusione di quest’anno pastorale, sento di ringraziare tutti coloro che si sono coinvolti nelle diverse esperienze che forse ci hanno aiutato a riconoscere nel nostro corpo comunitario, il vero “Corpo di Cristo”, quella presenza non statica ma dinamica e che, attraverso lo Spirito Santo accompagna i passi della nostra vita. Il tempo che condivideremo insieme ancora non sia vissuto come un peso ma preziosa opportunità di ricominciare sempre a partire da noi protesi verso gli altri.

don Alessandro

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