Fede e Politica: incontro o bisogno di approvazione?

di Samuel La Delfa

Il contesto liquido e pubblicitario in cui c’immergono le logiche dei social rischia di ridurre la fede e la politica a meri strumenti per attirare consenso e approvazione, perdendo così la dimensione dell’incontro e del servizio.

Con l’uso smisurato dei social – e in particolare delle piattaforme dell’istantaneo e dell’intelligenza artificiale – si rischia di trasformare lo spazio della vita pubblica e privata in un evento privo di significato e contenuto. Tale fenomeno riguarda sempre più sia la vita politica sia la vita di fede.

Già nel 1975, negli Scritti Corsari, Pier Paolo Pasolini metteva in guardia gli italiani dal consumo in quanto ha “modificato la loro psicologia, il loro modo di vivere, la loro fede, la loro politica, riducendo tutto a spettacolo e merce”. Il bisogno smodato di voler pubblicare con post, storie, video e istantanee ogni attività politica e religiosa ha svuotato la politica del pensiero critico, mentre la fede è stata ridotta a una religiosità priva di senso. Entrambe sono così trasformate in pura rappresentazione mediatica. Vengono esaltati simulacri e reliquie con le quali è alimentata una certa emotività e un sentimentalismo in cui il Cristo non trova spazio. Sia la politica sia una certa “proposta” cristiana rischiano di parlare più alla pancia che alla mente e al cuore delle persone.

Da una parte, gli uomini che si autopropongono per il governo delle città, delle regioni o dello Stato fanno leva sulla paura della diversità (il migrante è “pericoloso” e va “remigrato”), sottendendo nei ragionamenti l’affermazione di una razza pura. Si pensi ad affermazioni volte a sostenere nelle scuole un “tetto massimo” della presenza di ragazzi stranieri nelle classi. Affermazioni di questo tipo spingono a chiedersi: è il colore della pelle che determina la cittadinanza di un bambino o di un ragazzo? Tali esclamazioni, troppo spesso, hanno portato uomini e donne a dimenticare lo Stato di diritto su cui si fonda l’Italia, giustificando una certa violenza mascherata da autogiustizia.

Dall’altra parte, la spettacolarizzazione della fede ha condotto preti e comunità cristiane verso una fede fatta di “eventi religiosi” a tempo determinato, dove la presenza di statue di Madonne o reliquie di santi (con tutto il rispetto per la Vergine Madre e per chi ha dato la vita per Cristo) rischia, più che di suscitare la fede, di trasformare la venerazione in una forma d’idolatria velata (neanche troppo) che allontana dall’incontro con il Signore vivo e presente. In tali occasioni, pur di garantire affluenza, il moltiplicarsi delle liturgie (messe continue in un’unica giornata) trasforma la celebrazione in “distributore del sacro”; ciò fa venir meno quella bellezza che è garantita dalla scansione dei tempi dei riti liturgici. La messa è trasformata nel luogo della vendita o della distribuzione “ossessiva” della comunione. Papa Leone XIV nelle sue catechesi sulla Sacrosanctum Concilium ha ricordato che la Chiesa si preoccupa che i fedeli non assistano come «estranei o muti spettatori a questo mistero di fede», ma che vi partecipino consapevolmente e attivamente. La fede e la liturgia non hanno bisogno di lasciarsi schiavizzare dall’“imperativo della visibilità”, ma vivono di ascolto, silenzio e celebrazione, tutte dimensioni che necessitano di tempo per poter maturare nella vita del popolo. Solo in questo modo la celebrazione diventa partecipazione al Mistero. Vivere la fede come spettacolo rischia di inseguire il consenso a tutti i costi e di giustificare espressioni populiste quali “alla gente bisogna dare questo”. Trasformare la politica e il cristianesimo in ricerca di consenso anziché in esercizio del pensiero critico (nel senso greco di saper distinguere e formulare giudizi) e di spazio d’incontro porta al fallimento della propria missione ancor prima di iniziare.

Sarebbe il caso di ritornare allo stile di Gesù. Guardando ai vangeli si può notare che il suo interesse non era la ricerca dei consensi e della popolarità. C’è di più: ogniqualvolta notava che la “sua fama cresceva”, egli preferiva ritirarsi in disparte a pregare. L’interesse di Cristo è quello di annunciare il regno di Dio come possibilità di salvezza concessa a tutti. Ciò poneva i suoi interlocutori di fronte a una scelta priva di vie mediane: l’accettazione o il rifiuto. Chi sceglieva di seguirlo compiva con lui un cammino. La fede è un cammino, e anche la politica lo è; il camminare richiede tempo e pazienza, genera un processo che perdura per tutta la vita e stimola il cambiamento. Di contro, il consenso non cerca il cambiamento, ma rivolge la sua attenzione ai numeri, rendendo tutto lecito e sovvertendo la logica del cammino. Pur di attirare consensi si può persino metter da parte la Costituzione (in politica) o il Vangelo (nella fede). Questo porta a guardare all’avversario politico o al confratello come nemici piuttosto che compagni di viaggio. Lo stesso Gesù mette in guardia i discepoli dal pericolo del consenso: dopo che essi ebbero adempiuto al mandato del Maestro di insegnare, guarire i malati e scacciare i demoni, per non rimanere travolti dalla folla chiede ai suoi di ritirarsi insieme in un luogo deserto (Mc 6,30-31). Il consenso mette in pericolo la ricerca dell’essenziale che per un cristiano è Cristo.

I mezzi di comunicazione non sono da demonizzare. Essi possono diventare uno strumento efficace per la trasmissione del Vangelo o per una politica autentica. Tuttavia, il mancato esercizio del pensiero critico porta a non comprendere il confine sottile tra la ricerca di consensi personali (e l’autoesaltazione) e l’annuncio autentico della Parola.