Maria Maddalena, ovvero l’umanità non censurata

di Luigi Testa

Maria di Magdala non ha castrato il suo desiderio di vivere: Ella era colei che ardeva più degli altri. E così, di desiderio in desiderio, senza accorgersene, è stata preparata all’Incontro.

La traduzione di 1Corinzi 13,9 nel testo corrente della CEI non mi convince fino in fondo. «Quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà». Anzitutto, bisogna intendere quel “perfetto”, che in italiano perde la corrispondenza che il latino «perfectum» ha con l’originale greco: «τὸ τέλειον», ciò che è compiuto, che è arrivato a compimento. Tanto che il contrario è «ciò che è ancora parziale» («τὸ ἐκ μέρους»). Dunque: ciò che è compiuto, e ciò che è incompiuto.

Già questo insinua un dubbio su quel «scomparirà». Quando arriva il compimento, infatti, ciò che è incompiuto non scompare, ma è tenuto dentro, è assorbito, è – appunto – accompagnato alla sua pienezza, come avviene per le fasi della luna, fino alla luna piena. Cristo è pienezza nel senso che in Lui è ricapitolata ogni cosa (cfr. Ef 1,10) – è accompagnata a compimento, ovvero alla sua realizzazione, ogni cosa; e dunque, con questa pienezza, ogni cosa che prima era incompiuta – ogni cosa che era solo una parte del Tutto – è assorbita, è fatta propria da Cristo, è tenuta in Lui. Se questo non fosse vero, Cristo sarebbe qualcosa che si aggiunge, che si affianca – ma non può esserci nulla che si affianca all’Infinito; la formula non è «Cristo e la realtà», bensì «Cristo è la realtà».

Mi conforta che il verbo in greco – καταργέω – secondo alcuni dizionari può significare anche «togliere di significato», o «rendere inutile», e nella forma medio-passiva può significare anche «preparare qualcosa». Quando arriverà la pienezza, ciò che era solo una parte – ciò che era incompleto – non scomparirà, ma non avrà più significato, perché aveva significato solo in quanto preparava alla pienezza.

La corretta ermeneutica dell’affermazione paolina può aiutare a sgombrare il campo dalle formule di svalutazione dei valori umani che ancora resistono in certe narrazioni del cristianesimo, e soprattutto del cattolicesimo. Non vi è alcuna contrapposizione tra ciò che è «imperfetto» e ciò che è «perfetto» – tra Cristo e i valori umani – tra un’umanità glorificata e un’umanità ancora passibile. È come per la luna, e le sue fasi. La realtà è una – tutta ricapitolata in Cristo, il quale accompagna tutto verso un compimento che non conosce alcuna castrazione o alcuna censura dell’umanità.

La Maddalena è figura esemplare di tutto questo. Quando arriva la pienezza, l’umanità di Maria di Magdala non scompare. Non scompare il suo desiderio, con le sue forme imperfette, passionali, umane. Basti pensare al gesto estremamente sensuale di ungere i piedi di Gesù e asciugarli con i suoi capelli (Lc 7,36); o alla sconsiderata scelta di correre al sepolcro, di buon mattino – una donna, alle prime luci dell’alba, in quei tempi – pur di andare a profumare il corpo del Signore; o allo slancio tutto fisico con cui si lancia su Gesù quando lo riconosce, risorto, nell’orto, tanto che il Maestro deve fermarla: «Non mi trattenere» (Gv 20,17).

Maria ama esattamente con le stesse forme e con la stessa intensità di desiderio con cui amava e desiderava prima di incontrare Gesù, tanto che in alcuni casi quei gesti vengono ancora tacciati come un eccesso impudico dai presenti alla scena e come tali sarebbero tacciati anche oggi. È un desiderio «imperfetto», sono forme incomplete, che non hanno più significato, che non hanno più senso, perché ora è arrivata la pienezza – tanto che Gesù stesso, appunto, la ferma e le chiede di andare oltre: «Non mi trattenere».

Eppure non sono scomparse, né Gesù gliele rimprovera, pur indicandole un oltre; anzi – come notava Martini – se Gesù rimprovera duramente l’incredulità e la confusione degli altri che lo incontrano risorto, per lei non c’è alcuna parola di rimprovero. «Maria Maddalena certamente cercava Gesù in maniera imperfetta, dal punto di vista della fede non era pienamente all’altezza, però aveva un amore grandissimo, una passione intensissima per Gesù e Lui premia questo suo amore, va al di là di tutte le imperfezioni teologiche per arrivare al cuore di questa donna e rivelarsi per primo a lei» (C.M.Martini, Maria Maddalena, 2018, 92-93).

In Maria di Magdala – «amore Christi languida», come canta un antico inno in uso nella Basilica del Santo Sepolcro – non c’è alcuna castrazione o censura del desiderio o della sua umanità (Inno Ad Locum ubi Christus apparuit Mariæ MagdalenæOrdo Processionis in basilica Sancti Sepulcri). Anzi, sono proprio i percorsi tracciati dal suo desiderio che, alla fine, la portano al compimento – come sembra suggerire quel versetto enigmatico del Cantico: «Senza che me ne accorgessi, il desiderio mi ha posto sul cocchio del principe del mio popolo» (Ct 6,12). È l’umanità non censurata, con tutta la forza del suo desiderio, che prepara il compimento.

Sul retro di un’immaginetta, una volta, don Luigi Giussani aveva trascritto una frase di Claudel: «Mio Dio, ti offro questo immenso desiderio di vivere». Una certa corrente spiritualista ci ha insegnato e ci insegna ancora che questo desiderio di vivere – immenso – va censurato, sacrificato, castrato. Giussani – e Claudel – invece lo offre, come la cosa più sua che ha, anche se quel desiderio può sembrare avere delle forme censurabili, sconvenevoli, perché riconosce che questo desiderio ultimativamente è fatto di Lui: è quell’ «imperfetto», quell’incompiuto, quel parziale, quel «τὸ ἐκ μέρους», che quando la luna sarà piena «scomparirà», ma solo perché sarà accompagnato al compimento.

Maria di Magdala ha offerto questo suo immenso desiderio di vivere – che è desiderio dell’Altro, desiderio di essere desiderato dal desiderio dell’Altro, come spiegherebbe Recalcati – senza castrarlo, senza censurarlo: Ella era colei che ardeva più degli altri, prega ancora la liturgia del Santo Sepolcro. E così, di desiderio in desiderio, senza accorgersene, è preparata all’Incontro.

di Luigi Testa