
Difendere l’equilibrio costituzionale significa esercitare consapevolmente il proprio ruolo nella costruzione della giustizia
l pronunciamento del cardinale Matteo Zuppi, formulato durante l’introduzione ai lavori dell’ultimo Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 26-28 gennaio 2026) – e già da qualche settimana al centro di commenti e dibattito pubblico – sollecita oggi una rilettura più ponderata, anche alla luce delle posizioni di alcune forze politiche che, proprio nel confronto referendario, spingono per una riforma che di fatto “commissarierebbe” la magistratura. In questo contesto, acquista particolare rilievo il passaggio in cui il presidente richiama i fedeli e l’intera comunità ecclesiale alla responsabilità di partecipare alla prossima consultazione popolare.
Se molto si è discusso delle implicazioni immediate e delle possibili letture politiche del suo intervento, meno approfondita è stata finora la riflessione sul suo significato effettivo. Eppure esso si inserisce con chiarezza nella continuità della dottrina sociale della Chiesa, che congiunge l’impegno civico alla promozione del bene comune e la coscienza personale alla costruzione di istituzioni giuste.
Il riferimento all’equilibrio tra i poteri dello Stato, definita dallo stesso Zuppi «preziosa eredità» dei padri costituenti, non si esaurisce in un richiamo storico; esprime piuttosto un principio profondamente coerente con la visione democratica della politica: il potere, per non degenerare, deve essere limitato e bilanciato, inserito in un sistema di contrappesi capace di prevenirne l’arbitrio. In questa prospettiva, la Costituzione non è soltanto un assetto normativo, ma uno strumento posto a tutela della dignità della persona, valore centrale sia della democrazia sia dell’insegnamento sociale della Chiesa.
Quando Zuppi insiste su autonomia e indipendenza della magistratura quali condizioni imprescindibili del giusto processo, richiama implicitamente uno dei cardini della tradizione sociale cristiana. La giustizia non può ridursi a mera tecnica o a semplice esito procedurale, ma deve fondarsi su istituzioni in grado di operare senza pressioni indebite; un ordinamento che esponga la funzione giudiziaria a interferenze politiche o a dinamiche conflittuali tra poteri compromette non solo l’efficienza, ma la stessa equità del sistema.
È proprio la dottrina sociale che, in questo contesto, invita a distinguere in particolar modo tra riforma e rottura. Le istituzioni possono e devono essere migliorate, ma sempre nel solco della continuità costituzionale e della tutela dei diritti fondamentali. In quest’ottica, il referendum non rappresenta un’occasione di “semplificazione” né una risposta alle (molte!) criticità della giustizia, bensì un passaggio da valutare con prudenza, considerando le sue ricadute sull’equilibrio complessivo dell’ordinamento.
Il richiamo alla pluralità delle opinioni e delle diverse interpretazioni storiche non indebolisce questa impostazione; al contrario, la rafforza. Su questioni complesse come queste, la Chiesa non propone certo soluzioni, ma offre criteri di discernimento. Tra essi, spicca la salvaguardia dell’equilibrio costituzionale come valore in sé.
È in tale prospettiva che l’invito alla partecipazione acquista il suo pieno significato. Partecipare non significa esprimere semplicemente un voto, ma assumere una responsabilità morale verso l’assetto istituzionale che rende possibile la giustizia. Se il criterio è la custodia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, la prudenza suggerita dal cardinale può essere interpretata, senza forzature, come un orientamento critico nei confronti di riforme suscettibili di alterare tale equilibrio.
In questo quadro, la partecipazione democratica si configura come il primo argine contro derive autoritarie e nazionalismi esasperati, fenomeni che, purtroppo, osserviamo con crescente evidenza ogni giorno. La tutela della Costituzione e dello Stato di diritto non è una questione puramente tecnica, ma un vero e proprio esercizio di vigilanza morale. Salvaguardare l’equilibrio tra i poteri, garantire l’indipendenza della magistratura e preservare i meccanismi di controllo reciproco significa proteggere noi stessi e impedire che la forza prevalga sul diritto.
Così, il richiamo della CEI alla partecipazione referendaria si inserisce – anche alla luce del recente appello Cristiani per l’Europa. La forza della speranza (qui per leggerlo) – in un orizzonte più ampio. Essere ‘pellegrini di speranza’, se vogliamo che questo passato Giubileo abbia avuto un reale significato per la nostra quotidianità, implica assumersi concretamente la responsabilità delle istituzioni che rendono possibile il procedere indipendente del potere giudiziario. Partecipare, dunque, non come gesto formale, ma come atto di custodia della (giusti-)democrazia, bene fragile e prezioso.
In questo senso, il “no” che molti hanno colto tra le righe dell’intervento di Zuppi non va interpretato come semplice suggerimento ma come un atto di responsabilità (civile e cristiana) di tipo costituzionale. E adottando per così dire un’ermeneutica positiva, potremmo affermare che esso esprime tutta quanta la consapevolezza che non ogni cambiamento coincide con il progresso e che la giustizia, per essere autentica, richiede prima di tutto istituzioni libere, credibili e indipendenti. La politica, vissuta come servizio disinteressato alla città e alla persona, può diventare – come ricordava Robert Schuman – un “impegno d’amore”. Ed è allora che la partecipazione consapevole, soprattutto quando sono in gioco i fondamenti dell’assetto costituzionale, si traduce in una forma concreta di carità politica: protezione della democrazia, tutela della Costituzione, custodia della speranza.

























