L’essenzialità dello spirituale

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di Rocco Gumina

Proviamo a seguire l’operazione letteraria, poetica e culturale che sostiene l’intreccio per recuperare l’autenticità e la profondità dell’umano

Il nostro tempo è stato definito con espressioni forti come l’epoca delle passioni tristi, dell’assenza di senso, del consumismo, dei legami umani prima liquidi e poi gassosi. Di certo la civiltà occidentale si caratterizza sempre più attraverso la logica del guadagno, dell’accumulo e della frenesia che a nessuno, o quasi, permette di maturare una “sazietà” e una “pienezza” di giorni che fanno della vita un’esperienza completa e perciò appagante. Inoltre la tardo-modernità animata dalla volontà di far fiorire consumatori ancor prima che cittadini, sembra ignorare o meglio nascondere i limiti della natura umana come le malattie, la vecchiaia e la morte.

In questo contesto i prodotti da acquistare – e perciò da desiderare – assumono un grande valore. Al contempo le relazioni sono sempre meno profonde e la paura della mancanza di qualche bene spinge alla chiusura, all’oscuramento della gratuità, alla limitazione della condivisione. Difatti, come in una sorta di bilancia squilibrata, al crescere dei prodotti acquistati e delle ore passate dinanzi ai PC e agli smartphone calano i rapporti d’amore duraturi, le ore che i genitori trascorrono con i figli e le esperienze di socialità.

All’interno di questo scenario, Franco Arminio e Guidalberto Bormolini – nel loro ultimo libro intitolato Accorgersi di essere vivi. Un breviario per chi ha perso la via (Ponte alle Grazie, 2025) – si domandano quanta vita sia «inconsapevolmente immolata al Moloch del consumismo e della tecnologia» (p. 54). La tesi di fondo dei due autori – il primo poeta e scrittore, il secondo docente e sacerdote – sostiene che il nostro mondo è chiamato a superare il divorzio dal “divino”. Quindi la loro è un’operazione letteraria e culturale che sostiene l’intreccio fra poesia, spiritualità e scrittura al fine di recuperare l’autenticità e la profondità dell’umano. Secondo Arminio, infatti, la questione del mondo «più che economica era teologica. Mi è parso di sentire che l’eclissi del Sacro aveva creato nell’umanità una pericolosa condizione di miseria spirituale» (p. 8).

Per spirituale i due autori non intendono il sostegno all’opzione di professare un determinato credo religioso. Invece promuovono l’invito a guardare il cielo, ad andare alla sorgente del significato dell’esistenza, a riconsiderare la dimensione verticale della vita insieme a quella orizzontale, a cercare l’essenziale che spesso è invisibile agli occhi. Inoltre la spiritualità delineata da Arminio e Bormolini non esclude la materia poiché, nel richiamo alla prospettiva cristiana dell’incarnazione del figlio di Dio, sottolineano lo straordinario valore della storia, della materia e delle relazioni umane. Da tutto ciò, per gli autori, scorre e vivifica una via spirituale che è «lotta senza tregua. Dove non c’è lotta non c’è crescita. Gli spirituali devono lottare senza mai fermarsi» (p. 115).

Di conseguenza, secondo la tesi del volume, nella nostra epoca il recupero dello spirituale significa rigenerare l’umano tramite la relazione fra gli uomini e con l’ambiente, l’ascolto degli emarginati, la ricerca del senso in ogni vicenda esistenziale, l’incessante tensione volta a costruire e a ricostruire. Lo spirituale, inoltre, offre la consapevolezza della finitudine che «apre al senso del mistero, dà valore ad ogni aspetto della vita, e introduce a nuove forme di umanità in cui si ridimensiona l’importanza del potere, del denaro, del successo» (p. 109).

In tempi sempre più caotici e abissali, ovvero privi di indicazioni e di limiti, le considerazioni di Arminio e Bormolini invitano ad uscire dalle proprie solitudini e schiavitù per ricercare un “Oltre spirituale” che – lungi dall’aver attribuito un primato, come avvenuto in passato – viene riconosciuto essenziale per la vita umana.