
La rinuncia al ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani, figura nota nel mondo dei social, sta suscitando, specialmente nei contesti ecclesiali, reazioni di ogni genere. Sono reazioni di segno diverso che spesso si traducono in giudizi pesanti e irrispettosi della persona.
L’articolo che segue, che pubblichiamo integralmente, pone in evidenza quanto queste reazioni scomposte rivelino piuttosto una carenza collettiva ben più grave: reimparare la benevolenza verso il prossimo, anche sui social.
Sono convinto che alcuni drammi che la Chiesa sta attraversando, dagli abusi ad altri scandali a vari livelli, compreso il fenomeno di tanti giovani preti che lasciano il ministero o, in alcuni tragici casi, arrivano a togliersi la vita, certamente attengano alla responsabilità del singolo ma non solo.
Credo sia chiamata in causa la responsabilità della Chiesa nel suo insieme, dei pastori innanzitutto. La cura della formazione al presbiterato (seminari) appare per molti versi obsoleta e i criteri formativi non sempre sono al servizio della persona nella sua interezza ma piuttosto del consolidamento della struttura istituzionale, retaggio di una visione di Chiesa che aveva senso perché socialmente riconosciuta dalla società.
Ora non è più così e questa irrilevanza sociale porta a vivere il ministero in una impostazione autoreferenziale e fortemente clericale.
Talvolta il bene della persona non è considerato una priorità, eppure la Grazia opera ed è fortemente condizionata dalla persona perché “la grazia suppone la natura”.
Dopo 30 anni di ministero, rileggendo la mia storia, ringrazio certamente Dio del percorso intrapreso, ma non posso non riconoscere i forti limiti di tutta un’impostazione che occorre coraggiosamente rivedere, forse anche la condizione del celibato per i preti diocesani. Le problematiche di ogni uomo e donna e anche quelle del prete ruotano attorno a questo fondamentale bisogno: amare ed essere amati.
Forse mi sbaglio, ma avverto il pericolo che ogni proposta formativa di accompagnamento e discernimento, una pastorale vocazionale molto diffusa, sappia più di propaganda vocazionale autoreferenziale che di effettivo servizio alla persona e al popolo di Dio.
A questo punto il vero problema è che i tantissimi servizi religiosi da adempiere, l’attenzione a tutte le forme di organizzazione interna continuino ad appesantire e soffocare la gioia e la forza del vangelo, offuscando lo sguardo profetico della Chiesa.
Come può un giovane di oggi vivere coerentemente la sua umanità offrendola per la causa del Regno? Sta crollando un sistema, sta morendo quel vecchio mondo di una fede ridotta sempre più a espressione di religiosità tribale. Solo accettando questa morte, rinascerà una nuova Chiesa, più autentica, più credibile e più feconda nelle varie espressioni della sua missione.
don Alessandro
C’è un passaggio, nell’annuncio sobrio e istituzionale della Diocesi di Milano, che sembra scritto apposta per essere ignorato: «La sofferenza che una simile decisione provoca in tante persone può diventare anzitutto occasione di preghiera».
Occasione di preghiera, non di processi sommari. E invece.
Basta scorrere i commenti apparsi nelle ore successive alla comunicazione sulla sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani per rendersi conto che la sofferenza, più che essere accompagnata, è stata in molti casi sezionata, giudicata, usata come clava.
Come se molti aspettassero questo momento.
Come se la decisione fosse una conferma tanto desiderata: “Lo sapevo”, “Era solo questione di tempo”, “Troppa visibilità”, “Si vedeva”.
Il fallimento, nel racconto social, non è mai umano: è sempre spettacolare.
E qui la prima domanda, scomoda ma necessaria: quando un sacerdote, una persona “cade”, stiamo davvero cercando la verità o stiamo solo cercando un motivo per cui scrivere?
Per chi si professa cristiano, la questione è ancora più imbarazzante.
Gesù non è stato ambiguo sul tema: «Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?».
Eppure, davanti a un comunicato che parla di discernimento, preghiera, accompagnamento, molti hanno risposto con sentenze, ironie velenose, condanne senza appello.
In molti commenti non c’è misericordia, non c’è pudore, non c’è silenzio.
C’è solo la smania di dire qualcosa. Qualsiasi cosa. Subito.
Forse il problema non è che un prete si fermi. Forse il problema è una comunità che non sa più fermarsi.
Ma non è solo una questione “interna” ai credenti.
Per chi non crede, o non sente di appartenere alla Chiesa, dovrebbe comunque esistere una linea morale minima, una sorta di educazione civile del pensiero.
Qui vale un proverbio antico «Un bel tacer non fu mai scritto».
Non tutto richiede un’opinione.
Tacere, a volte, non è vigliaccheria: è intelligenza emotiva. È rispetto. È umanità.
E allora forse serve che prendiamo coscienza che non siamo cavalieri su un cavallo bianco della verità.
Siamo spesso asini che contribuiscono alla cavalcata dei social aggressivi, convinti di ragliare giustizia mentre stiamo solo amplificando rumore e odio.
Ogni volta che scriviamo con cattiveria su “il caduto di turno”, oggi don Alberto, domani qualcun altro, non stiamo difendendo valori: stiamo allattando il veleno della violenza verbale, del disprezzo e per chi crede del divisore.
E il disprezzo, prima o poi, torna a bussare anche alla nostra porta.
Credenti e non credenti hanno oggi una responsabilità comune: reimparare la benevolenza verso il prossimo, anche sui social..
Forse la vera domanda non è perché un prete si ferma.
La vera domanda è: perché noi non sappiamo più fermarci davanti alla fragilità altrui?
E se davvero non sappiamo cosa dire, se non siamo capaci di pregare, comprendere o accompagnare… allora sì, per una volta, meglio tacere che ragliare.
Fonte: L’Ancora, settimanale diocesano di San Benedetto del Tronto

























