Parroci cercasi…

di Sergio Di Benedetto

Per motivi diversi diminuiscono i preti disponibili a diventare parroci: ennesimo segnale di crisi di una realtà che non riesce a cambiare, ennesimo avviso per i vescovi

è un problema che riguarda le diocesi italiane (ma non solo), che preoccupa i vescovi e anche i presbiteri: mancano parroci. E mancano non solo per ragioni ‘numeriche’ – calo di vocazioni presbiterali diocesane, clero anziano, dinamiche demografiche, etc —, ma mancano anche perché non pochi tra i sacerdoti ‘giovani’ (diciamo under 45) non sono poi tanto disposti a diventare parroci; meglio altri incarichi, altri ministeri, altri luoghi dove poter spendere meglio il proprio dell’essere presbiteri.

Forse perché alcuni vedono i loro confratelli più anziani oberati e schiacciati dal peso del ruolo di parroco, ancora responsabile di tutto (giuridicamente, amministrativamente, economicamente) e, quindi, consumato in ciò che non sembra essere il compito pastorale e spirituale proprio del prete. Forse perché si riscontra una maggiore fragilità personale e, dunque, si è meno pronti a sottoporsi al fuoco di fila della critiche del parrocchiano medio che tra la piazza, la sacrestia, i social, il bar sente il bisogno di dire la sua quando non vengono soddisfatte le aspettative sul parroco, spesso su questioni secondarie, come se fossimo ancora negli anni ’70. Forse perché, aumentando le vocazioni adulte, si vorrebbe che i percorsi personali compiuti prima dell’ingresso in seminario in qualche modo venissero accolti e valorizzati, e non dimenticati o appiattiti in ruoli standard. Forse perché si trova nei ‘giovani’ una visione pastorale differente, per cui si intuisce, pure per motivi generazionali, che la gran mole di lavoro che la parrocchia domanda è non raramente fine a se stessa e poco radicata nel vangelo per il giorno d’oggi. O forse, ancora, ci sono dimensioni intime meno disponibili a sacrificare parti di sé per un bene maggiore — soprattutto quando il bene è più retorico che fattuale. O forse si pagano scelte vocazionali e ammissioni al presbiterato fatte con una certa leggerezza, sull’onda del bisogno, non avendo colto per tempo (o non avendo voluto vedere per tempo) nodi intimi e situazioni personali problematiche.

Insomma, i motivi sono tanti…. E lo sappiamo. Ma in una struttura ancora fondamentalmente tridentina come è la parrocchia oggi, come fare, come procedere senza il parroco? Senza riempire quella casellina importante, con un nome, un cognome, una firma (o più firme: chi ormai ha una sola parrocchia da gestire?).

Allora, anche questa fatica a trovare parroci, questa lenta, silenziosa ma reale ‘fuga dalla parrocchia’ degli stessi presbiteri indica che la parrocchia va ripensata, per una sostenibilità umana delle persone, per comunità più serene, per una vivibilità di ambienti ecclesiali che, se diventano tossici, schiacciano e avvelenano (uomini e donne, presbiteri e laici).
Forse che sarà questo problema interno al clero a spingere i vescovi a mettere mano alla parrocchia, che suggerirà qualche modifica del diritto canonico?