
Troppe attività si trascinano da un anno all’altro, minando equilibrio umano e spirituale; è tempo di un drastico taglio
no spettro si aggira per le parrocchie: l’ennesima riunione, l’ennesima cena, l’ennesima attività con le famiglie dei bambini, con i bambini, con gli anziani, con le associazioni! Scorriamo un calendario parrocchiale, sfogliamo un’agenda: troppe troppe cose! E così, spendendo e disperdendo tempo, energie, progettualità, pensiero in mille rivoli, come possiamo poi tenere in equilibrio il baricentro ecclesiale e spirituale, come possiamo mantenere un livello umano di vita di laici e presbiteri e consacrati, di uomini e donne, di tutti insomma?
Tanti gruppi, piccoli o meno piccoli, cento attività: quali sere sono libere? Quale fine settimana è vuoto? Si contano sulle dita di una mano. Forse.
Abbiamo bisogno di una moratoria, che è impegno e responsabilità: dimezziamo gli impegni della parrocchia. Ma non per dire: davvero, all’inizio di un nuovo anno liturgico, o di un nuovo anno solare, fermiamoci un istante e siamo sinceri: quanto davvero di ciò che si fa e si replica serve realmente? C’è la riunione programmata per preparare la riunione che organizza l’incontro. Ogni sistema ‘burocratico’ procede per inerzia e, senza correzioni’, moltiplica sé stesso.
Invece diamoci un compito: ridurre della metà tutto ciò che è in un’agenda parrocchiale; tutto, senza pietà, senza remore. Con criterio, certamente, e non a caso. Con discernimento. Mi viene da suggerirne uno: tutto ciò che non alimenta una relazionalità buona, aperta ed equilibrata con Dio e con gli altri andrebbe eliminato. Sfrondare, tagliare, per far emergere il cuore della nostra fede quotidiana e del nostro abitare il mondo attuale. Diamoci un obiettivo: fare una cura dimagrante dell’attivismo parrocchiale.
Una sana agenda parrocchiale è quella che ha più spazi vuoti che pieni; perché è in quegli spazi vuoti che si può condividere senza un ‘fare’, uno stare insieme senza uno scopo pratico e, allo stesso modo, è in quegli spazi vuoti che si può andare al cuore del nostro essere in rapporto con il Risorto. Che è, in ultima analisi, il perno di una comunità cristiana.
Dunque, andare con le forbici e tagliare, tagliare, tagliare. Ma non per finta, non per ironia: a cosa possiamo rinunciare? Di cosa possiamo fare a meno? Celebrazioni, convivialità, iniziative: discernere e dimezzare. È un compito a cui siamo chiamati. Per evitare di inseguire il riposo come un’utopia o, peggio, per non cadere nella tentazione della fuga; ma per ristabilire un’armonia di pesi, compiti, doni. Deluderemo qualcuno, saremo costretti a dire dei no, riceveremo giudizi negativi, inevitabilmente. Proviamo a far capire, comunichiamo meglio, e rassegniamoci alla critica.
Ma se non tentiamo una svolta, non avremo più filo con cui cucire una tenda, sotto cui sostare, fraternamente, umanamente.

























