
Può accadere che una parrocchia apra cammini e riflessioni, e che poi l’arrivo di un nuovo parroco tutto blocchi. Come evitarlo?
Nel cantiere di riflessione che riguarda la parrocchia e anche nel cantiere che, con maggior fatica, cerca possibilità concrete per restituirle un futuro, ci si può imbattere in un nodo che rimane, ancora oggi, ineludibile, e che nessun Sinodo, ai vari livelli, ha affrontato in modo diretto, e cioè: cosa accade ai progetti, alle vie nuove, alle sperimentazioni quando cambia un parroco? Il rischio che tutto si fermi, si areni o muti decisamente di indirizzo, nonostante tempi lunghi di elaborazione e lavoro intenso, è reale e diffuso, poiché se in una parrocchia arriva un parroco che ha sensibilità, idee, prospettive differenti, tutto può essere bloccato e accantonato. È chiaro che, qui, il punto su cui tutto sta o cade riguarda il ‘potere giuridico’ e, quindi, decisionale, ancora in capo al parroco. Tuttavia, in mesi in cui il cantiere parrocchia sembra piano piano avviarsi, non si può tacere una fatto non raro: l’arrivo di un nuovo parroco può portare alla fine di dialoghi, riflessioni, lavori che laici e clero in precedenza avevano condiviso. Con tanti saluti a tutti. E vi è un fatto altrettanto innegabile: la possibilità ravvicinata di un cambio di guida della comunità può generare prudenze, delusioni e demotivazione: perché impegnarsi se tanto basta un nuovo parroco per far finire tutto?
Si dirà: la soluzione, al momento, è una e semplice, ossia che i ‘superiori’ — ossia i vescovi e i loro delegati e vicari — vigilino e operino affinché non si producano distruzioni di cammini, cancellature di pensieri, ma, al contrario, si operi per arricchire senza stravolgere. Vero, ma queste sono buone intenzioni ed enunciati troppo spesso densi di retorica e vuoti di contenuto pratico. Vale anche qui l’antico adagio “cane non mangia cane”, per cui, alla fine, dato che ogni parroco nella sua parrocchia è “sacerdote, re e profeta”, i consigli e le esortazioni del superiore di turno, laddove non si tocchino questioni considerate particolarmente gravi (ovvero penalmente rilevanti), possono solo appellarsi alla buona volontà, senza però pratiche conseguenze. Perché, ad esempio, al parroco che arriva in una parrocchia e decide di non convocare più regolarmente il consiglio pastorale, che si arroga la decisione su molte scelte senza confronto, che compie torsioni ‘poco sinodali’, bene, a questo parroco, cosa si può e, soprattutto, cosa si vuole fare? Nulla, in buona sostanza.
E questo può riguardare l’ambito pastorale, quello economico, quello liturgico, e tanti altri. Con la conseguenza che le comunità soffrono, i cammini si spengono, le persone disertano.
Allora, come affrontare questo macigno sul percorso sinodale della parrocchia? Come rimuovere tale rischio che sta lì, nel mezzo del cantiere parrocchia? Ancora una volta, la responsabilità è in capo al vescovo: quali strumenti, quali avvertenze usare perché non accada più quello che è prassi non così rara nelle parrocchie? Forse è il tempo che si regoli, in un quadro flessibile, ma anche chiaro, quali itinerari di ripensamento non sono più accantonabili, indipendentemente dalle idee del parroco di turno. Insomma, qualcosa che vincoli e che favorisca il dialogo tra il vescovo, i suoi collaboratori, i parroci, i consacrati e i fedeli laici: un dialogo vero, sincero, che porti autentico ascolto e accoglienza.
Senza maschere pirandelliane e recite di ruoli, che non corrispondono alla verità.
Questo, almeno, ci sentiamo di pretenderlo.
Sergio Di Benedetto

























