
Al netto di tutti i meriti che certamente ha avuto (l’accento assoluto posto sulla misericordia, la difesa continua dei migranti, la lotta indefessa al clericalismo, il lancio della sinodalità, la ricomprensione dell’ecologia nella spiritualità cristiana, eccetera eccetera eccetera) e che media e opinionisti di ogni provenienza e colore stanno giustamente evidenziando, vorrei sottolineare un aspetto di Papa Francesco che fa da sfondo a non poche delle azioni per cui verrà ricordato (in bene, ma anche in male…).
Fedele al suo principio dell’«avviare processi», e probabilmente anche a qualche sua nota caratteriale, Bergoglio ha avuto a mio parere il merito di sparigliare le carte del cattolicesimo, anzi della religione più in generale. Cominciando dal decostruire la sua stessa immagine “sacra” sia in modo esplicito (la scelta della dimora, il vestito, fino al poncho di pochi giorni fa), sia e forse più ancora in maniera involontaria, cioè con le sue numerose nomine sbagliate, i suoi errori, la prese di posizione a volte partigiane o avventate. Francesco si è mostrato uomo grazie ai suoi difetti – infatti sarà ben difficile che l’establishment lo faccia santo, tanto meno subito!
Questo è stato il sottofondo che ha permesso di scoperchiare un vero vaso di Pandora e ha trascinato con sé la messa in crisi successiva di tanti altri aspetti – finora ritenuti intangibili, “irrinunciabili” – del cattolicesimo in quanto religione. È stato come il sassolino che mette in moto una frana, ed è ben comprensibile che ciò sia risultato indigesto o addirittura inaccettabile a tanti credenti, dai laici fino ai cardinali. L’opera di Bergoglio è stata in effetti destabilizzante di certezze e sicurezze, a volte oggettivamente accessorie o puramente formali, ma altre volte considerate parti integranti dei contenuti di fede. Perché, quando si «avvia un processo» del genere, non è possibile sapere se, quando e dove si fermerà…
E tuttavia era un processo necessario. Era necessario cominciare ad abbattere certi muri, che danno sicurezza ma anche rinchiudono il cristianesimo in ambienti ormai asfittici. Era necessario collocare dei dubbi dove crescevano solo certezze e «verità». Era necessario insomma iniziare a smontare quell’apparato di religione che imprigiona il messaggio di Cristo in un sistema che spesso lo contraddice. È ovvio che si tratta di un movimento appena avviato, Francesco è stato ben lungi dal concluderlo e anzi talvolta è sembrato dare qualche colpo di freno; staremo ora a vedere se i cardinali decideranno di dare fiducia a questo clima di instabilità, oppure se la paura li indurrà a tornare in un porto apparentemente sicuro.
Quanto a Bergoglio, molta della sua popolarità «esterna» e dell’impopolarità «interna» alla Chiesa era dovuta proprio al suo ruolo di sparigliatore; i non clericali infatti lo hanno sentito distante dagli apparati del sacro e vicino a una visione più laica della spiritualità, mentre i clericali non sopportavano le picconate assestate al castello ben costruito, ordinato, in cui riconoscersi e al quale appoggiarsi. Sicuramente Papa Francesco era consapevole che il processo da lui avviato è «pericoloso», nel senso di una decostruzione del cristianesimo in quanto religione; e tuttavia ha ritenuto giusto farlo. Ora ci sarà bisogno di qualcuno che, senza buttare a monte il gioco per tornare alla vecchia partita, abbia la capacità di portare lo spariglio a punti.
Roberto Beretta

























