
Mentre si accumulano gli studi sul crollo della partecipazione attiva alla vita comunitaria tradizionale in Italia, mentre si registra ormai con sereno pessimismo la sparizione di giovani e giovani-adulti dalle comunità, mentre i sacerdoti lasciano il ministero o si ammalano di burnout (o chiedono sempre più spesso un anno sabbatico per tirare il fiato), mentre i matrimoni religiosi sono in caduta libera e le vocazioni alla vita consacrata languiscono, sembra che la ‘barca’ della parrocchia — che si presenta ancora come il fulcro della vita cristiana di molti—navighi di tutto incurante, a tutto impermeabile, con gli stessi ritmi, le stesse iniziative, le stesse modalità degli anni ’80-’90.
Peraltro, gioverà ricordare che associazioni e movimenti non stanno meglio: è l’età post-cristiana, o forse, meglio a-cristiana. Ma la parrocchia rimane ancora l’architrave su cui si regge la chiesa ed è la realtà che necessiterebbe primariamente di cure. Ma ciò non accade.
Nemmeno una pandemia che ha fermato la pastorale per mesi e che veniva letta come occasione propizia per rileggere il tessuto ecclesiale e rivedere in modo deciso l’organismo parrocchiale ha portato benefici, rivisitazioni, mutamenti: tutto come prima, se non peggio di prima.
Tutti i nodi di crisi della parrocchia, di cui scrivevamo tempo fa (con qualche ipotesi di lavoro) sono ancora lì. Tutto procede ancora, salvo rare eccezioni affidate alla profezia di qualche vescovo e al coraggio di qualche sacerdote e di qualche laico, come se la fede cristiana fosse fede di massa; ma poiché così non è, ci si logora, ci si dissangua, inutilmente. Energie e tempi e generosità di molti, soprattutto donne, si spendono per l’iniziazione cristiana: ma poi adolescenti e giovani mancano, mancano le giovani famiglie, manca la generazione di mezzo.
Molti cristiani pensanti, che ‘nel mondo’ hanno anche ruoli di responsabilità , che vorrebbero esperienze di fede adulta e matura, disertano le iniziative e, alla lunga, anche le liturgie. Chi rimane? Alcuni generosi, alcuni convinti, alcuni devoti, alcuni (forse) problematici, che trovano in parrocchia ambienti rassicuranti in cui contare qualcosa. L’analfabetismo religioso è ormai un dato di fatto; le categorie della vita di fede sono quelle, un po’ raffazzonate, dell’infanzia, quando ci sono.
Un’eterna infanzia spirituale (non nel senso buono di Teresa di Lisieux) sembra vincere su tutto e sembra proposta a ogni occasione.
Preghiamo, preghiamo, preghiamo per le vocazioni (sacerdotali, soprattutto: anche la preghiera ha il suo clericalismo): ma Dio non ascolta, pare, e i seminari si svuotano da decenni. Microesperienze settarie e fondamentaliste, animate da un anacronismo primariamente antropologico, solleticano minoranze scarne nella sostanza e impaurite.
Forse, dovremmo cambiare prospettiva di sguardo: se crediamo nello Spirito, se crediamo che misteriosamente la vita della chiesa è custodita dalla sua grazia, allora possiamo osare un pensiero: che l’esaurirsi della vita parrocchiale, che il suo venire meno, che il suo smobilitarsi progressivo sia provvidenziale? Che le circostanze della storia e l’azione dello Spirito decretino il finire di una forma di cristianesimo, in un’epoca mutata e in mutamento, perché essa non corrisponde più all’umanità che abita questo tempo?
Che sia lo Spirito a obbligarci a mettere mano – attraverso concrete esigenze quotidiane – alla forma di fede che ci trasciniamo, perché egli possa ancora agire nelle vite di uomini e donne? Che sia lo Spirito ad accompagnare lo svuotamento e la consunzione della parrocchia, perché possa nascere una forma nuova di vita cristiana di cui ancora fatichiamo a cogliere i tratti, ma che certamente ci sarà, poiché Dio non abbandona né la storia né la chiesa. E, da ciò, possiamo dire che i tentennamenti e le chiusure, i rimandi e le riproposizioni stanche si presentino come freni all’azione dello Spirito?
Il cristianesimo ha mutato forme molte volte nella storia: l’esperienza del IV secolo non è quella del VI, con l’avvento del monachesimo; quella dell’XI non è quella del XIII; quella del XV non è quella del XVI. Perché ci ostiniamo a non leggere i segni dei tempi e a mettere la testa sotto la sabbia, proponendo una vita di fede che nel suo quotidiano, essenzialmente, ricalca ancora le categorie tridentine, con qualche aggiunta ottocentesca e qualche aggiornamento (ma più sulla carta) e qualche struttura (spesso ormai di peso) novecentesca?
Nel tempo della Pasqua, sarà bene domandarci: come far battere ancora il kerigma, che è il cuore dell’annuncio evangelico, per una storia e un’umanità che è del XXI secolo? Che ha modificato paradigmi antropologici, sociali, culturali?
Abbiamo una buona notizia per questo tempo: ma oggi, nel quotidiano, troppe volte è soffocata da un apparato che stenta, zoppica, cade. E quando cade, sotto rimangono sacerdoti in crisi, laici in abbandono, ragazzi indifferenti, famiglie affaticate, consacrate e consacrati in tensione continua. Sotto le macerie, soprattutto, rimane una relazione con il Risorto che dovrebbe essere il nucleo della vita di fede.
Come possiamo pretendere che lo Spirito si pieghi alle nostre paure, alle nostre incertezze? Non dovremo forse noi alzarci alle sue visioni, ai suoi sogni, in una posizione di ascolto vero e coraggioso e, quindi, di azione docile ma anche decisa?
La legge della Pasqua è la legge fondamentale della fede cristiana, in una dinamica di morte e risurrezione in forme nuove, irriconoscibili, ma che dicono la presenza del Risorto. Perché non riusciamo a farla diventare la legge della vita ecclesiale?
Sergio Di Benedetto

























