Educhiamo i nostri ragazzi non ai traguardi effimeri ma alla fatica e alla bellezza del sentiero

Durante un incontro con i genitori dei ragazzi dei gruppi Andrea e Davide, un genitore ha fatto presente come le proposte di catechesi possono essere accolte con maggiore entusiasmo dai ragazzi se è chiaro il traguardo, ossia la Cresima. Il ragionamento è certamente coerente se partiamo dal presupposto che la Cresima è la fine di tutto e quindi non una tappa, ma un traguardo.
Ma la Cresima, almeno come vorremmo presentarla, non è un traguardo, ma una tappa!

In questa prospettiva, è facile coltivare l’amore per il traguardo, sottovalutando l’importanza delle tappe. In altre parole, non si può detestare il sentiero e amare il traguardo. È vero che un sentiero senza meta non è amabile, anzi, rende la vita un vagabondaggio. Ma è anche vero che cercare di raggiungere la meta senza apprezzare il cammino è pesante, rende la vita un affanno. Il cmpito dell’educatore consiste nell’accompagnare il cammino, facendone apprezzare la bellezza, attirando lo sguardo sulle piccole cose della strada. Sa qual è la meta, ma aiuta i ragazzi a non bruciarla, a guadagnarla poco alla volta.

È molto nota, ma la cito ugualmente, la brevissima pagina del Piccolo Principe di Saint-Exupéry (cap. XXIII) che parla della sete. “Buon giorno”, disse il piccolo principe. “Buon giorno”, disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe. “È una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre minuti la settimana”. “E che cosa se ne fa di questi cinquantatre minuti?”. “Se ne fa quel che si vuole…”. “Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”.

Come nel parto, così nella crescita il travaglio del cammino e la gioia della meta sono sempre mescolati: non c’è l’uno senza l’altra.

L’educatore/catechista, non fa l’errore di sedersi alla meta, indicando dall’alto ai ragazzi quali passi compiere, come evitare di finire fuori strada, come rialzarsi; no: l’educatore cammina a fianco dei ragazzi, tiene il loro passo, li incoraggia e li aiuta a leggere il senso del cammino, valorizzando anche la fatica. E raccontando anche la sua fatica. È un atto educativo anche la comunicazione delle proprie difficoltà, dei propri fallimenti e dubbi, purché sempre in chiave positiva, di tensione verso la meta.

I ragazzi hanno bisogno di sentire che i loro educatori non sono dei supereroi, ma donne e uomini che credono nella meta, nel Vangelo di Gesù, e pur faticando cercano di raggiungerla. In qualche esperienza giovanile si è diffusa una pratica molto interessante: ciascuno, ad un certo punto, sceglie la figura di un santo e legge la sua vita, raccontandola poi agli altri e spiegando perché l’ha scelto. Così i ragazzi imparano a smantellare il piedistallo su cui in genere si colloca il santo e magari anche a togliere l’aureola; imparano che è uno come loro, che ha fatto le sue fatiche nel sentiero, ma l’ha percorso con fedeltà ed è arrivato alla meta. E soprattutto allargano la loro idea di comunità, perché fanno un’esperienza intergenerazionale, evitando l’appiattimento sull’oggi e scoprendo, da questo punto di vista, che la Chiesa ha una bella “tradizione”.

Sarebbe molto facile adottare con i giovani una pastorale degli scacchi: bianco o nero, giusto o sbagliato, regolare o irregolare. È la pastorale statica, che risponde alla categoria dello spazio, dove la preoccupazione è di collocare, classificare, giudicare. Questa pastorale, che si sostiene solo sulle regole e sui divieti, non tiene più, se pure avesse mai tenuto.

Papa Francesco, ci ricorda che il tempo è superiore allo spazio (EG 222-225), Non dunque gli scacchi, ma semmai il gioco dell’Oca, capostipite dei giochi di percorso, è la metafora della pastorale dinamica, che risponde alla categoria del tempo, che mette in cammino le persone. I giovani non devono essere classificati ma accolti e accompagnati.

Concludo con altre tre immagini, che riguardano gli educatori: Non sono fotografi, ma registi.

Il fotografo mira all’istantanea, blocca la situazione di un momento e la immortala. La tentazione del fotografo è presente in ogni educatore, perché è facile scattare un’istantanea e definire il ragazzo, associandogli dei comodi aggettivi, classificandolo entro qualche categoria.

È facile dire di un giovane che è svogliato o fallito, ma anche definirlo genio o campione. In tutti i casi, quando si pretende che una fotografia dica la persona e la si incornicia, si cade nel giudizio e si impoverisce il mistero della persona. Nessuno si può racchiudere dentro a un aggettivo, perché nessuno si identifica con una sua qualità o un suo difetto, con una sua azione o una sua affermazione. Il mistero della persona è molto più grande di ogni sua singola manifestazione.

Il regista mira non all’istante ma al processo. Uno che accompagna la crescita dei personaggi, ne favorisce lo sviluppo, li porta dentro a una trama che va verso una conclusione. La vita non è una foto, ma un film: e i ragazzi sono per eccellenza coloro che possono cambiare, evolvere, maturare. Guai fissare un solo momento e dire: “è lui”. Possiamo solo, come registi, accompagnare lo sviluppo e dire: “può ancora camminare”.

Il medico mira alla guarigione. Gesù non emette mai sentenze definitive: nel suo vocabolario non esiste la parola “spacciato”. Gesù è medico – e lo dice lui stesso – ed è venuto per i malati, non per i sani (cf. Mt 9,12). I medici di un tempo – qualche volta anche quelli di oggi – ascoltavano il paziente, toccavano il corpo e poi curavano.
Sono le tre azioni che compie Gesù con i malati: avvia un dialogo – “che vuoi che faccia per te?” (cf. ad es. Lc 18,41); poi normalmente tocca la parte malata del corpo, rimanendone – tra l’altro – contaminato per la mentalità del tempo; infine procede alla guarigione. L’educatore è medico: prima di tutto ascolta il giovane. È un’opera inestimabile, di valore pastorale immenso. Chi ascolta i giovani oggi? Tutti devono parlare ai giovani, per ottenere magari di farseli clienti; ma chi perde tempo con loro nell’ascoltarli?

Ascoltare un giovane significa già trasmettere un messaggio terapeutico: “tu meriti questo mio tempo, tu sei importante per me”. Il secondo gesto è toccare il corpo. L’educatore che abbraccia, dà una carezza o una pacca sulla spalla, trasmette quell’affetto che aiuta il giovane a camminare. Il corpo dei ragazzi è un vaso d’argilla, fragilissimo e problematico, ferito ma desideroso di affermarsi. Il contatto con il corpo rafforza nel ragazzo la serenità nei confronti di se stesso, lo fa sentire accolto. Infine la cura, che può essere una medicina, la disinfezione di una ferita o addirittura un intervento chirurgico.

L’importanza dei “No”

Occorrono anche i “no”, nella relazione educativa, ma deve essere chiaro che sono “no” medicinali, tesi alla guarigione. Anche quando il “no” fosse così forte da mirare all’amputazione di un’abitudine dannosa o di un comportamento scorretto, dovrà sempre risuonare dentro ad un “sì” molto più grande. I “no” che fanno crescere sono quelli pronunciati da un educatore che ama, si interessa, si appassiona alla situazione del ragazzo, al punto da correggerlo. Io accetto una correzione da una persona che mi ama, la respingo da una che esprime solo la sua rabbia e il suo sdegno.

Ma per essere registi e medici aggiornati e capaci è necessario lavorare in équipe, mai da soli, altrimenti non si rimane al passo con i tempi. Per questo è l’équipe degli educatori e dei catechisti il soggetto che concretamente porta avanti gli itinerari educativi di catechesi, e non il singolo educatore. Anche lui, infatti, ha necessità di confrontarsi, sfogarsi e condividere gioie e fatiche. Gesù lavorava in équipe: il servizio educativo compie un salto di qualità quando passa dalla prima persona singolare alla prima persona plurale.