Parrocchie Marrubiu

Vergine di Montserrat e Sant'Anna

Categoria: News

martedì 7 maggio 2019
Il dramma dell'aborto, il peccato e la misericordia
Pubblicato sulla rivista Jesus
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 Nei miei scritti credo che la parola “aborto” non sia mai apparsa; in ogni caso non ho mai trattato di questa azione. Perché? Forse perché quand’ero piccolo mi si è detto che l’aborto era stato consigliato a mia madre, a causa delle sue cattive condizioni di salute, quando si seppe che era gravida di una creatura. Forse anche per altri motivi che non ho indagato. In ogni caso, quello che ho potuto pensare al riguardo me l’hanno ispirato le sante Scritture.

Tra i salmi che avevo scritto su una striscia di pergamena e che portavo con me vi era il 139, il salmo che esprimeva con le sue parole quanto io, ancora adolescente, sentivo: Dio mi conosceva, mi precedeva, mi accompagnava e mi seguiva, tenendo sempre la sua mano sulla mia testa. Nel salmo così si prega:

Sei tu che hai plasmato i miei reni,
mi hai tessuto nell’utero di mia madre …
Quando ero plasmato nel segreto,
ricamato nel profondo della terra,
le mie ossa non ti erano nascoste,
i tuoi occhi vedevano il mio embrione
e i miei giorni erano scritti tutti sul tuo libro.

(Sal 139,13.15-16)

Questo salmo diceva che era Dio ad avermi creato, anche se ero nato da mia madre, mi diceva che lui già vedeva l’embrione che io ero. Capivo meglio così un testo che leggevo sovente, la vocazione del profeta Geremia: “Prima di plasmarti nell’utero di tua madre, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo santificato” (Ger 1,5). Non ero venuto al mondo per caso, non ero venuto al mondo per destino, ma perché Dio lo aveva voluto, voleva cioè che io venissi al mondo, vivessi e fossi un uomo tra gli altri uomini. Sì, mia madre mi aveva voluto contro il parere di molti, ma in realtà più di mia madre era Dio che mi aveva messo al mondo.

Anche nel salmo 71 c’erano parole che assumevo come mie: “Nell’utero di mia madre già mettevo fiducia in te, dalle viscere di mia madre tu mi hai separato” (Sal 71,6). Parole che facevano risalire i miei sentimenti di fiducia in Dio alla mia vita prenatale. Mi sembrava di poter dire che da sempre mi fidavo di Dio e che era lui, veramente lui, che mi aveva fatto venire al mondo. Anche il secondo canto del Servo del Signore confessa questa fede: “Il Signore dal seno di mia madre mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49,1).

Impossibile dunque pensare che un uomo o una donna sono tali solo quando nascono: sono già plasmati, chiamati, sostenuti nel seno materno, quando sono solo “embrione” (golem); già allora sono creature di Dio, ai quali Dio ha affidato una missione chiamandoli per nome. Nell’ebraismo questa è la visione della creatura umana, che è vita già nell’utero, prima di nascere. Certo, nel Nuovo Testamento non ci sono espressioni nuove, ma la fede dell’Apostolo Paolo ribadisce che la chiamata di Dio lo aveva raggiunto nel seno di sua madre (cf. Gal 1,15). E la fede della chiesa confessa che Gesù, il Figlio di Dio, l’uomo che solo Dio ci poteva dare, quando era ancora un embrione nell’utero verginale di Maria, era già una presenza divina, era già il Messia e profeta che Giovanni, lui pure embrione nel ventre della madre Elisabetta, salutò danzando davanti a lui che attraverso Maria lo incontrava (cf. Lc 1,31.36.39-44).

Questa convinzione appare agli ebrei e ai cristiani come una verità da proclamare, sostenere e difendere perché riguarda l’uomo e il cammino di umanizzazione: la salvezza riguarda tutte le creature umane, dal loro concepimento fino alla morte. E se questa è la nostra convinzione, misericordia è anche il nostro atteggiamento verso chi ha contraddetto questa vita nel proprio grembo. Non possiamo giudicare: solo Dio può giudicare e condannare. L’aborto è un male, è una contraddizione alla vita, e come di fronte a ogni offesa alla vita occorre avere misericordia di chi ne è responsabile, così anche in questo caso… Non si tratta di buonismo: il male resta male e il peccato resta peccato; ma quando si guarda al peccatore innanzitutto occorre dire: “Non sono migliore di lui. Ho altri peccati, ma anch’io sono peccatore”. E poi occorre non giudicare, non uccidere neanche moralmente chi eventualmente ha ucciso. Occorre piuttosto piangere, soffrire e sempre affidare tutto alla misericordia infinita di Dio. La convinzione cristiana però è chiara, netta, è sempre obbedienza al Dio Creatore e Salvatore: nient’altro, fratelli e sorelle cristiani.

Pubblicato su: Jesus

Enzo Bianchi

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