Parrocchie Marrubiu

Vergine di Montserrat e Sant'Anna

Categoria: News

venerdì 4 ottobre 2019
La liturgia nella formazione del catechista
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1. Alcune premesse

-        Il catechista come credente e la liturgia come esperienza della fede.

 

Parliamo non della liturgia in funzione della catechesi, ma della liturgia per il catechista, come persona adulta di oggi. Ogni catechista, infatti, è coinvolto nella liturgia anzitutto come cristiano. Dovremmo considerare quindi la liturgia per la vita dei cristiani (adulti) oggi. Anche per il catechista credente, la liturgia si propone come una esperienza del “credere”.

Il catechista deve sentirsi impegnato a partecipare alla liturgia. Non è solo questione di esemplarità, o di coerenza con il suo servizio, ma prima di tutto è una questione vitale per la sua vita di fede. È chiaro che, su questo fronte, viviamo le ricchezze e le fatiche che sentono tutti i cristiani. Anzi, dovremmo imparare a riconoscerle in noi e comprenderle, per poter essere di aiuto anche al cammino degli altri…

 

-        La liturgia come “fonte” per la comprensione della fede (non semplice strumento).

 

La liturgia, quindi, va considerata come un luogo eminente in cui le fede viene implicata, viene alimentata, irrobustita, approfondita. In altre parole, essa è uno dei luoghi in cui la fede si realizza, viene alla luce, viene messa in gioco. Non dobbiamo ricorrere alla liturgia come ad uno strumento didattico della catechesi, ma come ad una fonte della fede e, se vogliamo, un fine della catechesi, nella misura in cui l’azione catechistica mira a sostenere e approfondire l’atto della fede (il dire consapevolmente e totalmente “credo in Dio”). È nella liturgia infatti che diciamo a Dio: “io credo”.

Propriamente si deve dire non solo che si celebra perché si crede in Dio, ma anche che si crede in Dio perché si celebra questo Dio di Gesù Cristo (la fede, nel celebrare l’azione di Dio per noi, acquista realtà e concretezza).

 

-        La liturgia come luogo educativo della dimensione ecclesiale della preghiera.

 

La liturgia può essere vista allora anche come una “scuola di fede”. Essa ci educa al senso di Dio, e lo fa facendoci entrare nel senso della Chiesa (la comunità di coloro che riconoscono questo Dio e si riconoscono nella fraternità a cui Egli genera i credenti). Tuttavia non è una scuola al modo della catechesi, ma al modo della liturgia (con i pregi e limiti che questo comporta).

 

2. La liturgia fa vivere la fede “al modo della liturgia”…

-        La liturgia ripresenta i grandi temi della fede “nella forma delle azioni rituali”.

 

La liturgia vive della fede che è suscitata dalla rivelazione di Dio (Scrittura) e che la Chiesa sviluppa nel suo cammino storico (Tradizione). Per questo, nel ciclo liturgico incontriamo tutti i grandi temi della fede, anche se non in chiave sistematica e in tutti i dettagli concreti. Eppure essa ci offre il quadro essenziale e fondamentale che dà sostanza e regge il nostro essere credenti. Basta pensare al ciclo dell’anno liturgico: presentazione del mistero di Cristo, come culmine della rivelazione di Dio (AT-NT) e centro della vita della Chiesa, dalla sua incarnazione fino all’escatologia e alla sua ultima venuta alla fine dei tempi. I vari tempi dell’anno liturgico, in particolare il tempo ordinario, ci offrono l’insegnamento di Gesù che rivela il senso della nostra vita secondo il Vangelo di Dio.

Possiamo pensare anche al ciclo dei sacramenti, come ciò che conforma la nostra esistenza a Gesù Cristo, rivelandoci come la sua vita diventi la nostra vita (morti al peccato e risorti alla vita con lui, portatori del suo stesso Spirito, alimentati dal suo sacrificio, riconciliati dal suo perdono, salvati nella nostra infermità dalla sua vittoria sul male, capaci di servire la Chiesa e di vivere anche il matrimonio come grazia di amore e fedeltà; potremmo anche aggiungere le consacrazioni religiose…).

Tutto ciò è presentato al modo della liturgia, ossia attraverso le azioni, i gesti, i tempi liturgici. Cosa comporta tutto ciò?

 

-        Non si pone sul registro della “riflessione su” Dio, ma su quello della “relazione con” Dio: importanza delle azioni significative e degli atteggiamenti che esse plasmano in noi (lode, invocazione, ringraziamento, offerta…).

 

Se il contenuto della fede è sempre lo stesso, è specifico però il modo con cui noi ci poniamo di fronte ad esso. Nel momento liturgico, infatti, Dio non è l’oggetto della riflessione, ma il soggetto della relazione; non parliamo “di” Dio, ma parliamo “a” Dio. È chiaro che si tratta di una relazione illuminata da ciò che abbiamo compreso di Dio, ma il registro della relazione è importante e decisivo per passare da una conoscenza “intellettuale” di Dio ad un rapporto esistenziale con Lui. “O Dio, tu sei il mio Dio”!

Nella relazione con Lui entrano in gioco gli elementi propri di un rapporto: le azioni che ci mettono in contatto con gli altri e gli atteggiamenti che ci dispongono positivamente verso gli altri. Ogni celebrazione è fatta di azioni che prevedono atteggiamenti. È in quest’ottica che ritroviamo i contenuti della fede in modo specifico: li ritroviamo dentro il nostro rapporto con Dio. Li ritroviamo quindi come il motivo che ci fa compiere le azioni liturgiche e come il contenuto degli atteggiamenti che queste azioni vogliono suscitare. In altre parole, l’approfondimento dei contenuti della fede non si ferma sul piano nozionale (ciò che sappiamo), ma neanche scivola subito sul piano dei comportamenti (ciò che dobbiamo fare), ma si apre sul piano del celebrare, ossia diventa il motivo della lode, del ringraziamento, dell’invocazione, dell’offerta di sé…

 

-        In questo modo, la liturgia non solo presuppone la comunità, ma la rigenera (con delicatezza e rispetto) attraverso ciò che viene compiuto e che Dio compie in noi.

 

Il nostro celebrare ci edifica come popolo di Dio, di questo Dio. La liturgia ha una dimensione ecclesiale essenziale; celebrare la liturgia significa fare una azione ecclesiale, e quindi comunitaria. Ciò non vuol dire che prima di celebrare dobbiamo già essere comunità, bensì che anche celebrando possiamo riconoscerci comunità e diventarlo sempre di più. Certo, la liturgia ci fa diventare comunità in modo non automatico né uniforme. Essa è come una “casa ospitale”, in cui convengono ospiti molto diversi, con diverse esperienze di fede; nel gesto liturgico da compiere possono convergere tutti, con il livello di partecipazione e coinvolgimento di cui ciascuno è capace. Ma il primo criterio che ci fa riconoscere fratelli non è la nostra prestazione (o il nostro livello di fede), bensì l’aver accolto ciò che Dio offre a tutti.

 

Il catechista, come credente adulto di oggi, di fronte alla liturgia

-        La vita liturgica oggi: difficoltà e ricchezze, a livello comunitario e personale.

 

La liturgia è anche un luogo in cui la fede viene messa alla prova. Noi stessi, credo, la viviamo sentendo tutte le difficoltà che sentono gli uomini e le donne di oggi. Chi non ha mai provato noia, o senso di insignificanza delle azioni liturgiche, o aridità emotiva, o reazioni a un certo modo di celebrare, o insofferenza per un linguaggio arcaico…?

Dovremmo forse imparare a riconoscere le sensibilità e le caratteristiche socio-culturali proprie della nostra epoca, perché sono quelle che riguardano noi e che interessano anche i destinatari della nostra catechesi. Per fare qualche esempio, possiamo richiamare alcuni elementi “culturali” che hanno un forte impatto nella vita liturgica: il senso di appartenenza debole e “liquido” (andare a messa nella propria parrocchia?); oppure la ricerca di contesti avvolgenti emotivamente (e selettivi); il bisogno di personalizzazione, ma anche la reazione ad una eccessiva personalizzazione (quando non corrisponde al nostro modello); la tendenza alla ricerca di effetti spettacolari di riuscita…

 

-        Necessità di una adeguata formazione per una autentica partecipazione (evitando sia l’estraneità sia i protagonismi).

 

Uno sforzo formativo dovrebbe anzitutto correggere le nostre attese sulla liturgia. Capire che cosa essa ci offre e come ce lo offre. Essa ci porta oltre noi stessi, se la compiamo correttamente. Ciò significa che non dobbiamo cercare di adattarla a noi, ma che dobbiamo molto di più essere iniziati ad essa, per lasciarci provocare da essa. In altri termini, non bisogna combattere il senso di estraneità favorendo il senso del protagonismo (vuol dire mettere al centro noi stessi), né da parte nostra né da parte dei ragazzi.

 

-        Necessità di curare l’arte del celebrare (con i ministeri connessi…).

 

L’arte del celebrare riguarda il livello della “pratica” celebrativa. Si sta scoprendo sempre più come sia cruciale, dal momento che la liturgia fa fare esperienza della fede non perché ne fa una trattazione, ma perché fa compiere gesti da credenti. Ora se questi gesti sono fatti male e trascurati, tale sarà anche la nostra esperienza della fede.

Occorre promuovere una cura non ritualistica per il rito, perché impariamo a lasciarci coinvolgere nell’agire del rito. Spesso i catechisti hanno un ruolo importante nell’animazione della liturgia. Dovremmo preoccuparci non tanto di dire i significati della liturgia o di introdurre segni didascalici, ma più semplicemente (e in modo più appropriato) di trovare e suggerire i motivi che ci portano a compiere con adesione esistenziale i gesti liturgici, in modo tale che ciascuno possa riconoscere il significato che la sua vita acquista alla luce di questi gesti.

Si apre uno spazio per valorizzare i ministeri e anche per pensare ad un nuovo modo di servire la liturgia (gruppi liturgici, lettori, accoliti, cantori…).

 

 

Domande per la riflessione

·         Quale aiuto ci offre la partecipazione alla liturgia per alimentare la nostra vita cristiana e il nostro servizio di catechisti?

·         Quali sono le fatiche che oggi, come adulti-catechisti, sperimentiamo quando partecipiamo alle celebrazioni?

 

Luigi Girardi

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